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Bonomo confermato Presidente Confartigianato Imprese Veneto

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Ministero della Salute ha diffuso i dati relativi al 2018 del Centro nazionale trapianti (Cnt): il numero di trapianti e delle donazioni d’organo scende, ma il trend degli ultimi anni rimane “molto positivo e il dato dello scorso anno sull’attività complessiva di donazione è il secondo migliore di sempre”. Lo scorso anno “ci sono stati 1.680 donatori (tra deceduti e viventi) con una flessione di 83 unità rispetto al 2017 ma ben al di sopra della media degli ultimi 5 anni. Il trend 2014-2018 è in decisa ascesa con una crescita delle donazioni pari al +24,4%”. Complessivamente i trapianti effettuati nel 2018 sono stati 3.718, di cui 3.407 da donatori deceduti e 311 da viventi. “Anche in questo caso si tratta del secondo miglior risultato mai registrato, un dato in calo rispetto al 2017, ma che consolida il trend in crescita degli ultimi 5 anni (+20,4%)”. Nel dettaglio, sono stati effettuati 2.117 trapianti di rene (di cui 287 da vivente), 1.245 di fegato (86 da viventi), 233 di cuore, 143 di polmone e 41 di pancreas. I Centri trapianto di Padova e Verona sono tra le eccellenze riconosciute a livello nazionale Il Veneto ha contribuito per il 30,87% ai trapianti da donatori viventi (96 su un totale di 311); per il 14,53% a quelli da donatore cadavere (495 su 3.407); per l’11% dei donatori utilizzati (150 su 1.370). Padova detiene anche due record: è il primo in Italia per trapianto di rene da donatore vivente e per trapianto di pancreas da donatore cadavere. «Significa centinaia di vite salvate – ha commentato il Presidente della Regione del Veneto, Luca Zaia – con un dato che testimonia più di ogni altra cosa il livello scientifico raggiunto. Ne siamo orgogliosi, perché, dietro a un trapianto che salva una vita, deve funzionare una macchina organizzativa e scientifica perfetta, che parte da un’espressione di volontà, passa per la donazione e arriva in una sala operatoria dove un ricevente è in attesa. Siamo riusciti a diminuire anche le liste d’attesa, che è il risultato più bello tra quelli che testimoniano un successo complessivo». Il Centro Trapianti di Padova, nel 2018, ne ha realizzati 353 (63 quelli pediatrici), che salgono a 366 conteggiando i cosiddetti trapianti combinati, dei quali 193 di rene,102 di fegato, 30 di polmone, 30 di cuore e 11 di pancreas. 177 sono i trapianti realizzati dal Centro di Verona (114 di rene, 47 di fegato e 16 di cuore), mentre i Centri di Treviso e Vicenza (solo rene) hanno effettuato rispettivamente 31 e 30 trapianti.
Alla notizia del brusco calo del fatturato e degli ordinativi dell’industria italiana , secondo i dati diffusi dall’Istat, fanno eco i dati ugualmente poco confortanti del Veneto sulla base dell’indagine VenetoCongiuntura, presentata dal presidente regionale di Unioncamere, Mario Pozza, ed effettuata su un campione di 1.575 imprese con almeno 10 addetti. Nel quarto trimestre 2018 in Veneto la produzione industriale ha registrato un incremento del +2,2% sull'analogo periodo dell'anno precedente, la minor crescita rispetto ai trimestri precedenti (+3,2% nel primo, +4% nel secondo e +3,2% nel terzo). Un rallentamento quindi che rischia di riportare indietro l’economia veneta se dovesse coniugarsi con l’altro dato diffuso dall’Istat: a livello nazionale gli ordinativi a dicembre sono calati del -1,8% rispetto al mese precedente a causa delle perdite subite sul mercato estero. Ed il Veneto è tra le prime regioni italiane per export, quindi, se venisse a confermarsi per gli ordinativi la flessione su base annua del -5,3%, legata alla cattiva perfomance registrata fuori confine, la sua economia potrebbe risentirne più che in altre parti d’Italia. Frenano soprattutto le imprese maggiori e, come per tutta Italia, è legata alla caduta dell’export Tornando ai dati di Unioncamere, la crescita media della produzione industriale su base annua è mediamente del +3,2%, inferiore rispetto al +4% del 2017. La performance migliore è nelle imprese di piccole dimensioni (+3,2%), seguite dalle medie e grandi imprese (+1,8%). La crescita più marcata ha riguardato i beni di investimento (+4,8%), a seguire i beni intermedi (+2%) e di consumo (+0,4%). A livello settoriale la tendenza positiva è evidente nel comparto del marmo, vetro, ceramica (+4,1%), alimentare, bevande e tabacco (+3,8%), macchine elettriche ed elettroniche (+3,7%), variazioni negative per i mezzi di trasporto (-6,3%), la carta, stampa ed editoria (-2,2%), la gomma e plastica (-0,9%).
S’intitola “Il Codice dei contratti pubblici – Le nuove prospettive”, il corso di formazione in dieci incontri che, da qui a luglio, ANCE Venezia e Omologhia srl di Padova promuovono alla Cittadella dell’Edilizia, in via Banchina dell’Azoto 15, a Marghera, per approfondire la programmazione, la progettazione e l’affidamento dei contratti pubblici dei lavori. «Il Codice – spiega il presidente di Ance Venezia, Ugo Cavallin – pone grossi problemi nella gestione degli appalti. Al Governo e alla politica ne chiediamo la rivisitazione radicale». Il primo appuntamento dell’iniziativa ha visto, oltre all’intervento del presidente di ANCE Venezia, Ugo Cavallin, quelli dei Presidenti degli Ordini provinciali degli Architetti, degli Ingegneri, degli Avvocati e del Collegio dei Geometri, che hanno dato il patrocinio e riconoscono i crediti formativi ai loro iscritti partecipanti. «A quasi tre anni dall’entrata in vigore del Codice dei contratti – sottolinea il presidente Cavallin – quella degli appalti pubblici è una materia con molti aspetti critici e dubbi interpretativi, che rendono complicata per tutti gli operatori la gestione di un appalto, dalla gara alla fase esecutiva. Gli investimenti nelle infrastrutture costituiscono un volano formidabile per la ripresa di un’economia che oggi dà chiari segni di rallentamento». Il Governo starebbe lavorando ad una ipotesi di riforma sulla quale ANCE ha già espresso perplessità Il corso ha l’obiettivo di fornire gli elementi conoscitivi essenziali a quanti (imprenditori e collaboratori delle imprese, liberi professionisti, dirigenti e funzionari delle stazioni appaltanti) si trovano ad operare nell’articolato settore dei lavori pubblici alla luce del Codice dei contratti introdotto nel 2016, dei decreti ministeriali, delle più recenti linee guida attuative indicate dall’Autorità Nazionale Anticorruzione e delle ipotesi di riforma, su cui starebbe lavorando il Governo. Gli incontri vedranno l’intervento di una dozzina di relatori, che tratteranno singoli argomenti: dalla qualificazione delle stazioni appaltanti alla programmazione delle opere, dalla definizione dei criteri ambientali minimi alla finanza di progetto, dalle procedure di affidamento ai criteri di aggiudicazione, dalle cause di esclusione dei concorrenti al subappalto, alle forme di aggregazione tra imprese e fino al contenzioso. I prossimi appuntamenti, sempre di mercoledì, per una durata di 4 ore, si svolgeranno il 6 e il 20 marzo; il 3 e il 17 aprile; l’8 e il 22 maggio; il 5 e 19 giugno; e il 3 luglio.
Per le imprese venete è sempre più difficile ottenere un prestito bancario. Lo certifica l’Ufficio studi della CGIA di Mestre che ha elaborato i dati della Banca d’Italia: nell’ultimo anno, confrontando il mese di novembre 2018 sullo stesso mese dell’anno precedente, gli impieghi vivi, cioè senza contare le sofferenze, sono diminuiti di 653 milioni di euro, un crollo pari al -0,9%. Se poi si prende in considerazione un quadro di più lungo periodo, gli ultimi 7 anni, dal novembre 2011, che fu un anno di picco massimo delle erogazioni bancarie alle imprese, la caduta è stata ad oggi del 29,9%: in termini assoluti gli impieghi vivi sono diminuiti di 30,1 miliardi di euro. A livello provinciale l’area più penalizzata è stata Rovigo. Negli ultimi 7 anni la contrazione dei prestiti è stata del -34,2%, pari a -1,1 miliardi di euro. Negli ultimi 12 mesi Rovigo e Vicenza sono state le realtà che hanno registrato la ‘stretta’ creditizia più importante: -3,9%. A farne le spese sono soprattutto le piccole e medie imprese che sarebbero però le più solvibili «È vero – dichiara il coordinatore dell’Ufficio studi, Paolo Zabeo – che in questi ultimi anni la domanda di credito da parte delle imprese è diminuita sia in termini di qualità, sia di quantità. Inoltre, non va nemmeno dimenticato che le sofferenze bancarie hanno assunto dimensioni preoccupanti, inducendo molte banche a ‘chiudere i rubinetti’ del credito o a concedere i prestiti a condizioni più rigide. Tuttavia, la contrazione registrata in questi ultimi anni è stata smisurata, soprattutto nei confronti delle piccole realtà produttive che, tradizionalmente più solvibili delle medie e delle grandi imprese, sono state le più penalizzate». Dai dati della CGIA di Mestre si nota che dopo il crac delle 2 popolari venete, nell’ultimo anno la provincia di Treviso ha registrato un aumento degli impieghi vivi alle imprese, +265 milioni di euro pari al +2%, mentre a Vicenza è continuata la stretta che ha comportato una contrazione pari a 592 milioni di euro, cioè il -3,9%.
La casa editrice padovana Cleup propone in libreria il libro di poesie di Valter Esposito dal titolo “Dove vivere è sognare”. Il giornalista veneziano, classe 1959, è alla sua terza fatica tra i versi: un viaggio il suo iniziato con gli “Amori (in versi)”, transitato tra le “Emozioni (perdute)” e che ora si completa in una vera e propria trilogia. Scrive Margherita Ruglioni: “Son vita i sogni? Accostamenti di parole crude, di forte umanità, di malinconiche o nostalgiche visioni ed ambientazioni. C’è molta quotidianità nelle parole di Esposito, c’è la nebbia, il cappotto, c’è una sveglia che regolarmente suona ad interrompere i sogni, c’è la sedia vuota, lo specchio in cui si vede obbligatoriamente il passaggio delle stagioni, le cicatrici della mente e del cuore, le assenze… Gelo, sangue e lacrime. Si sente una richiesta di aiuto: alle parole. Scrivere è resilienza. E poi i bambini (ai piccoli nipoti Ernesto e Ulisse è dedicato il libro), accenno vivo di felicità, libertà, verità. Non c’è più il delirio d’onnipotenza della gioventù, la rincorsa e lo scatto, il cuore che fuoriesce dal petto: c’è l’attesa, c’è una panchina vuota ed a fianco una bicicletta arrugginita, appoggiata ad un muro graffiato, la foto di copertina accenna al contenuto. Se vivere è un sogno, ogni sogno ha un verso musicale. Vibrazioni. Urla liberatorie, battiti frenetici, ma anche rumori, fischi, ed ascolti di pietosi telegiornali. Parole dure e dediche dolcissime. Una raccolta di brevi poesie da leggere e rileggere, qualcuna anche da imparare a memoria, come si faceva una volta”.
La sensazione è che il giudizio riduttivo e quasi sprezzante espresso dalla critica alta nei confronti de “Il sogno di Scipione”, azione teatrale di Pietro Metastasio musicata dopo molti altri anche da Mozart e rappresentata al palazzo arcivescovile di Salisburgo il primo maggio 1772, richieda di essere rimeditato, per essere collocato in una dimensione più obiettiva ed equilibrata. Che si tratti di una composizione d’occasione, non vi è alcun dubbio. Ma è questo un peccato mortale dal quale non esiste redenzione, oppure si tratta semplicemente di una prassi abituale, che era indispensabile assecondare se non si voleva essere tagliati fuori dal giro importante e che non costituiva di per sé un impedimento alla creatività di un artista come Mozart? La partitura era già pronta per onorare il vescovo di Salisburgo in carica, il conte Sigismund von Schrattenbach, quando questi passò a miglior vita, per cui fu prontamente riciclata per festeggiare il nuovo signore, quel Hieronymus Colloredo che rivestì una parte non secondaria nella vita personale e professionale del giovane Mozart. L’intento celebrativo del lavoro emerge con tutta evidenza nella Licenza conclusiva, ove si ammette che l’elogio delle virtù morali e civili di Scipione Emiliano, il distruttore di Cartagine, è solo un pretesto per cantare analoghe virtù in Girolamo, cioè Hieronymus Colloredo, al quale i versi si rivolgono direttamente. La curiosità è che la lettura ai raggi ultravioletti permette di scorgere nella partitura autografa, sotto il nome di Colloredo, cioè Gerolamo, quello, raschiato, del precedente arcivescovo, al quale il lavoro era in origine destinato: Sigismundo. Ma, come si accennava, l’intento d’occasione non sembra inibire la fresca vena del sedicenne Mozart, che all’epoca vantava già un curriculum di tutto rispetto, in cui figuravano, per limitarci alle opere, “La finta semplice”, “Bastien und Bastienne”, “Mitridate re di Ponto”, “Ascanio in Alba”. Il “Sogno”, in effetti, mostra, se non una spiccata originalità di invenzione, almeno un mestiere già solidissimo e perfettamente padroneggiato, una mano sicura ed elegante, un artigianato di alta classe, che permette al ragazzo geniale di conseguire con precisione e con apparente facilità tutti gli effetti desiderati. Si veda, in proposito, l’ouverture, brillante ed abilmente strutturata, e, in generale, l’accompagnamento - vivacissimo e ammirevole per varietà di soluzioni anche grazie all’abilissima orchestrazione - delle arie, fra le quali citeremo quella della Fortuna, “A chi serena io miro”, e, soprattutto, quella della Costanza, “Biancheggia in mar lo scoglio”. Una creatività così disinvolta e sbrigliata è tanto più ammirevole in quanto applicata ad un testo paludato ed ingessato, che Metastasio trae da un famoso brano del “De republica” di Cicerone, appunto il “Somnium Scipionis”. Il libretto racconta di Scipione Emiliano che, addormentatosi nella reggia dell’alleato Massinissa, si trova trasportato nel regno dei cieli, ove è chiamato a scegliere fra la Fortuna, protettrice seduttiva ma instabile, e la Costanza, severa garante di sorti più alte anche se meno appariscenti. L’eroe, naturalmente, disprezza le lusinghe aleatorie della Fortuna, ed abbraccia il destino impegnativo ma nobile e virtuoso che gli promette la Costanza. Con l’occasione, al protagonista viene mostrata, in conformità al canone edificante e moralistico che contraddistingue il testo, la sublimità delle armonie celesti contrapposta alla meschinità di quel puntolino smarrito nell’immensità che è la terra. I “maggiori” del protagonista, poi, i già citati Publio ed Emilio, lo confermano nella vanità delle passioni di questo mondo, a fronte dell’alto e glorioso destino che lo attende come distruttore di Cartagine. La nuova produzione proposta al Teatro Malibran fa parte del programma di collaborazione, che si è svolto con risultati incoraggianti in questi anni, tra la Fenice e l’Accademia di Belle Arti di Venezia. L’idea base del tutor di regia, Elena Barbalich, è quella di fare de “Il sogno di Scipione” una parabola moderna e insieme atemporale sul potere, che gli uomini subiscono e di cui pure hanno bisogno per la loro stessa sussistenza; quindi lo alimentano, lo assecondano, infine lo onorano nella persona che se ne fa carico. È, in sé, un’intuizione azzeccata, un modo intelligente per conferire un contenuto concettuale ed uno spessore drammatico ad un lavoro che è povero sotto entrambi i punti di vista. Da un lato, infatti, l’ideale illuministico del sovrano o duce magnanimo e saggio, che Metastasio ci ripropone ispirandosi a Cicerone, è quanto di più lontano dalla sensibilità contemporanea; dall’altro, quella che viene definita dagli autori azione teatrale, in realtà è priva sia di azione sia di teatralità, per cui la sua messinscena richiede che vi si immetta una vita drammatica altrimenti assente. Così, al Malibran, si vede in scena il protagonista Scipione che barcolla e incespica qua e là, stordito e affranto dal peso delle circostanze che piombano su di lui e lo spingono a farsi carico del potere; fino ad assumere, nella parte conclusiva, l’atteggiamento di una marionetta, con tanto di manto regale, scettro e corona, ma guidata da “altri”, che, per ragioni ignote, vogliono che sia lui l’eletto, l’unto. Questi “altri”, assolutamente misteriosi, stanno sempre lì, attorno a Scipione, lo incalzano, lo pressano, ora mascherati, a confermare l’anonimato di queste forze che lo vogliono al posto di comando, ora con un numero dietro le spalle, come dei carcerati, a dire che chi manovra il potere ne è anche manovrato diventandone prigioniero, in un gioco al massacro che non conosce vincitori. Ebbene, questa idea, di per sé apprezzabile, avrebbe avuto bisogno di una realizzazione un po’ meno confusa e pasticciata di quella che si è vista sul palcoscenico del Malibran, ove il nucleo centrale del dramma, così come concepito da Elena Barbalich, raramente è stato messo a fuoco con efficacia e capacità di sintesi. Su quel nucleo bisognava puntare, abbandonando il superfluo (per es., che c’entra Scipione che spara a Publio?) ed evitando così la frammentazione, la dispersione del messaggio. Insomma, lo spettacolo non è da buttare, ma avrebbe bisogno di un lavoro di rifinitura e di ripulitura per diventare più chiaro, più compatto, più semplice. Né possono risolvere la situazione le scene ideate da Francesco Cocco, imperniate su di una sorta di alta cancellata che delimita lo spazio sul fondo e sulle quinte, o i costumi, peraltro funzionali, di Davide Tonolli, o le luci, così artificiali, crude e violente, di Fabio Barettin. La parte musicale dello spettacolo è affidata a Federico Maria Sardelli, autorità riconosciuta nel campo della musica barocca e del settecento in generale. Il maestro conduce con competenza, guidando con attenzione e sicurezza i solisti. La sua lettura, sempre apprezzabile per vitalità e teatralità, sembra puntare su sonorità piene e corpose, che valorizzano i momenti drammatici della partitura, rinunciando a qualcosa in termini di leggerezza e trasparenza. Il cast mostra, nel suo complesso, affiatamento e pertinenza stilistica. Più compatto il reparto femminile, con voci piccole ma condotte egregiamente e di timbro gradevole. Sono i soprani Francesca Boncompagni, una Costanza che ha modo di brillare nella difficile e bellissima aria “Biancheggia in mar lo scoglio”, Bernarda Bobro (Fortuna), Rui Hoshina (Licenza). Degli uomini, tutti tenori, si può dire che Valentino Buzza, Scipione, ha voce per farsi sentire, ma deve curare con più attenzione le agilità di forza e la salita all’acuto. Il Publio di Emanuele d’Aguanno e l’Emilio di Luca Cervoni, pur lasciando desiderare in alcuni momenti un surplus di volume e risonanza, danno però prova di correttezza ed assoluta dignità artistica. Da citare, come sempre con note positive, anche il coro della Fenice guidato da Claudio Marino Moretti. Al termine della serale (12.2.2019) cui si riferiscono queste note, il pubblico ha riservato un amichevole consenso a tutti gli interpreti. Adolfo Andrighetti
Sono i 6 progetti che l’Università Ca’ Foscari Venezia ha scelto di finanziare con l’avvio della propria piattaforma di crowdfunding, lo strumento web di raccolta fondi a supporto della didattica e della ricerca di eccellenza dell’Ateneo veneziano. Tutti possono entrare nella community di Ca’ Foscari e fare una donazione per sostenere in prima persona uno o tutti e sei i progetti. Tutti possono donare, anche pochi euro, in modo semplice e trasparente: la piattaforma sostienici.unive.it permette a tutti i donatori di rimanere aggiornati sull’evoluzione dei progetti sostenuti e di seguire l’andamento della raccolta a cui hanno partecipato. Le donazioni effettuate a favore dell’Università sono interamente deducibili dal reddito grazie alle agevolazioni fiscali riconosciute dall’ordinamento fiscale italiano. Il valore indicato come obiettivo di raccolta corrisponde a quello dell’intero progetto o di una singola area o attività specifica. La ricerca a Ca' Foscari va dalla storia alle lingue, dall'Antartide alla fisiologia, alla didattica I sei progetti, che sono il frutto di un accurato lavoro di selezione e rappresentano la realtà estremamente ricca ed eterogenea dell’Ateneo, si intitolano: ▶“Salva una corte a Venezia”, per recuperare la corte interna di Ca’ Bottacin, l’antico Palazzo Palazzo Corner della Frescada Loredan, residenza del Doge Loredan. ▶“Musica per sordi”, per consentire ai ricercatori di utilizzare la pedana sensoriale per insegnare ai sordi a “sentire” la musica attraverso il corpo. ▶“Primi passi a Ca’ Foscari”, per sostenere il progetto Kids University che permette ai bambini della scuola primaria e secondaria di partecipare a laboratori tenuti da docenti di Ca’ Foscari. ▶“La memoria dei ghiacciai”, per salvare il DNA del nostro pianeta, racchiuso nei ghiacciai in scioglimento, in previsione di uno studio futuro. ▶“Alle origini di Venezia”, per contribuire agli scavi del sito archeologico di Torcello, la prima isola della laguna veneta ad essere abitata, prima ancora di Venezia, e scoprire le tecniche costruttive, la cultura e le abitudini alimentari degli antenati dei veneziani. ▶“Un ponte tra culture”, per creare una borsa di studio per uno studente per il nuovo corso di amarico, la lingua ufficiale parlata in Etiopia e 41esima lingua impartita a Ca’ Foscari.
È drammatica la situazione degli impianti di recupero e riciclaggio di materiali inerti nelle province di Venezia e Treviso e da tale situazione può derivare un colpo mortale alla ripresa dell’attività edilizia e quindi del sistema economico del territorio. La quasi totalità degli impianti ha infatti raggiunto i livelli di saturazione, prescritti nelle autorizzazioni ed a breve non sarà in grado di ricevere nuovi apporti di materiale. La conseguenza? Non potendo essere avviati agli impianti di trattamento e recupero, i materiali da costruzione e demolizione saranno necessariamente conferiti in discarica, con un pesantissimo aumento dei costi per le imprese dell’edilizia. Per scongiurare questa situazione, Ance Venezia ha incontrato i rappresentanti dei maggiori impianti di recupero del veneziano e del trevigiano, verso i quali confluisce la stragrande maggioranza dei materiali dei cantieri del territorio. Comune è stata la valutazione sulla gravità della situazione e sulla necessità di agire in tempi rapidi. Quali le possibili soluzioni? Anzitutto un appello alla Regione Veneto, ma anche a tutte le altre pubbliche amministrazioni, affinché impongano, nei loro capitolati per lavori stradali ed infrastrutturali, l’obbligo di utilizzare almeno una certa percentuale di riciclato. Esiste uno specifico obbligo di legge in questo senso, ma esso viene sempre più spesso disatteso, forse anche per il timore che il materiale possa risultare inquinato. Dalle amministrazioni pubbliche deve venire una spinta forte all’uso dei materiali riciclati Così facendo però, si dimenticano le ragioni che sono alla base dell’obbligo di legge di utilizzo degli aggregati riciclati in alternativa a quelli naturali: ▶ innanzitutto il contenimento del consumo di suolo grazie alla riduzione proporzionale dell’attività di cava; ▶ conseguentemente, la limitazione dell’utilizzo dei materiali di cava naturali per usi specifici, solo laddove gli aggregati riciclati non siano in grado di soddisfare del tutto o in parte gli standard richiesti; ▶ consentire il recupero di rifiuti inerti (materiali da demolizione), che anche in Italia costituiscono una delle principali voci di produzione, sia in termini volumetrici che di peso, evitando la formazione di discariche o peggio il fenomeno dell’abbandono dei rifiuti nell’ambiente; ▶ le caratteristiche tecniche, poiché spesso il riciclato è del tutto sovrapponibile, se non talora migliore, degli aggregati naturali. In definitiva, ridare respiro agli impianti di recupero attraverso il riutilizzo del materiale riciclato, oltre ad avere effetti straordinariamente positivi sotto il profilo della tutela dell’ambiente, consente di scongiurare un pesante aumento di costi (quelli del conferimento a discarica), che colpisce innanzitutto le imprese di costruzione, ma si traduce poi in maggiori costi per i cittadini e le pubbliche amministrazioni committenti. Una scelta oltretutto a costo zero e che qualunque pubblico amministratore avrebbe dovuto fare propria da tempo. Ora il tempo è scaduto e bisogna far fronte a questa ennesima emergenza economica e ambientale. I rimedi, come visto, ci sono e sono a portata di mano; ma la volontà politica?
Al di là di tutte le promesse passate, è lo stesso Ministero dell’economia che testimonia che la pressione fiscale nel 2019 è destinata ad attestarsi al 42,3% , con un aumento del +0,4% rispetto l’anno scorso: erano cinque anni che ciò non accadeva. Il risultato pratico è che ci vorrà un giorno di lavoro in più per pagare le tasse e quindi solo il 4 giugno gli italiani celebreranno il tanto sospirato giorno di liberazione fiscale. Come spiega l’Ufficio studi della CGIA di Mestre, ci vorranno 154 giorni lavorativi, inclusi i sabati e le domeniche, perché il contribuente medio italiano smetta di lavorare per assolvere a tutti gli obblighi fiscali dell’anno (Irpef, accise, Imu, Tasi, Iva, Tari, addizionali varie, Irap, Ires, etc.) e solamente dal 4 giugno inizierà a guadagnare per sé stesso e per la propria famiglia. In altri termini si può anche dire che, considerando una giornata lavorativa che inizi alle 8:00, ogni giorno ciascun italiano medio lavora per pagare le tasse e i contributi fiscali sino alle 11:23, vale a dire quasi 3 ore e mezza al giorno, e che gli rimangono solo 4 ore e mezza per la sua retribuzione netta. E c’è il rischio che l’Iva esploda l’anno prossimo se non ci sarà una manovra finanziaria correttiva «Nonostante i correttivi apportati in zona Cesarini con il maxiemendamento – afferma il coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA di Mestre, Paolo Zabeo – la manovra di Bilancio del 2019 non ha introdotto quello shock fiscale che tutti si attendevano. Va segnalato anche che con la rimozione del blocco dei tributi locali prevista dalla manovra c’è il pericolo che tornino ad aumentare anche il peso delle tasse locali che erano bloccate dal 2016. Senza contare che è necessario disinnescare le clausole di salvaguardia, altrimenti dall’inizio del 2020 subiremo un aumento dell’Iva da far tremare i polsi». «Con le tasse in aumento e con una platea di servizi erogati dal pubblico che negli ultimi anni è diminuita sia in qualità sia in quantità – segnala il segretario della CGIA di Mestre, Renato Mason – si sono sacrificati i consumi e gli investimenti. Inoltre, è diventato sempre più difficile fare impresa, creare lavoro e redistribuire ricchezza. Alle piccole e piccolissime imprese, in particolar modo, il calo dei consumi delle famiglie ha creato non pochi problemi finanziari, costringendo molte partite Iva a chiudere i battenti».
Quando un’opera è tratta da un capolavoro della letteratura, come è il caso di “Werther” di Jules Massenet che i librettisti Édouard Blau, Paul Milliet e Georges Hartmann ricavarono dal romanzo epistolare “I dolori del giovane Werther” di Wolfgang Goethe, è inevitabile interrogarsi sul rapporto esistente fra la fonte letteraria e la sua trasposizione per il teatro musicale. Il romanzo, in effetti, è una straordinaria e precoce espressione (la pubblicazione è del 1774) della prorompente sensibilità romantica. È la creazione di un genio capace di variare di continuo il fraseggio, passando senza soluzione di continuità dal tono idillico a quello disperato, dal fiducioso al risentito, dal sublime al colloquiale. Con arte magistrale, l’Autore sa decantare la pienezza emotiva senza però raffreddarla, variando tempi e toni in modo tale che l’uniformità dell’argomento non ingeneri monotonia. Ogni parola suona come pronunciata nel momento stesso in cui viene letta; e sembra di sentire la voce del protagonista che si confida, e spera, e dispera, e ogni volta contiene una vibrazione diversa, un accento nuovo, tanto convincente è il respiro di verità che Goethe vi sa infondere. L’opera di Massenet, rappresentata per la prima volta alla Hofoper di Vienna il 16 febbraio 1892 e in questi giorni alla Fenice, regge il confronto con tanto monumento, di cui restituisce sensibilità ed atmosfere con grande felicità artistica. Merito dell’abilità del compositore nel giocare, soprattutto attraverso la raffinata strumentazione, con quei colori pastello, quelle sfumature delicate interrotte di tanto in tanto da slanci ardenti di passione, che sono particolarmente adatti a restituire sul piano musicale l’universo di Werther. Nell’opera, poi, sono messi in evidenza alcuni temi che il romanzo sfiora soltanto, come la passione di Charlotte per il protagonista, oppure non prende nemmeno in considerazione, come l’atmosfera natalizia. Questa è affidata da Massenet soprattutto ai cori di voci bianche e gli permette di giocare efficacemente sul contrasto fra la serenità e l’innocenza che spirano dalle melodie intonate dalle voci infantili e la tragicità del destino di solitudine e di abbandono cui il giovane si sente condannato. In effetti, l’opera mette bene in risalto come Werther sia un diverso, un disadattato in fondo, che giunge, con la sua sensibilità estrema ed esasperata, a sconvolgere un mondo idilliaco, ben rappresentato in primo luogo dalla calda poesia del Natale. In questo mondo quietamente borghese, anche il dolore, come quello legato alla morte della madre di Charlotte, è come pacificato, sedato, all’interno di una serena armonia familiare, di un equilibrio fatto di affetti quotidiani, di piccoli piaceri onesti goduti in compagnia. Ma che ha a che fare Werther con questo mondo semplice, assestato, come anestetizzato? Lui è l’uomo della passione assoluta, totalizzante, che trova un’alternativa solo in una realtà altrettanto assoluta, cioè la morte, secondo il grande binomio romantico su cui la cultura ottocentesca si è sbizzarrita in tutte le sue espressioni artistiche. Per Werther l’amore della donna desiderata e idealizzata è tutto; è un universo in cui smarrirsi estatico, una dimensione ineffabile che ha connotati mistici, perché basta a se stessa e non ha bisogno d’altro. L’aforisma di Santa Teresa d’Avila, per cui chi ha Dio ha tutto, si adatta perfettamente a questa sensibilità; basta sostituire il nome del Supremo con quello della persona amata. Il contrasto fra l’alto sentire del giovane, esasperato e sublime, folle e nobile nello stesso tempo, e la tranquilla atmosfera di un mondo chiuso, un po’ gretto forse, ma solido e sereno, non può che essere destabilizzante per gli equilibri consolidati, rappresentati dal matrimonio tra Albert e Charlotte. Quest’ultima, nonostante la resistenza che oppone con tutte le proprie forze, si innamora perdutamente di Werther e questi, nell’impossibilità di possedere un assoluto, cioè la donna amata, sceglie l’altro a disposizione: la morte. Nella concezione della regista Rosetta Cucchi, che aveva suscitato qualche perplessità nella “Favorite” di Donizetti mentre questa volta coglie il bersaglio, Werther è irresistibilmente attratto da quel mondo statico ma affettuoso e saldamente strutturato, di cui Charlotte è vista come l’incarnazione idealizzata e seducente insieme. L’immaginazione del giovane è catturata dalla visione di un futuro armonioso, riscaldato dal tepore di un focolare il cui angelo è Charlotte. Un sogno dorato ed adolescenziale lo suggestiona e lo illude: quello di una famiglia perfetta, chiusa in un circuito perpetuo di amore, raccolta sotto le ali protettrici di una donna ideale, moglie e madre esemplare, nel cui abbraccio consumare uno dopo l’altro i giorni della vita. Per rappresentare questo assunto, la regista sceglie un simbolo doppio e complementare: quello della casa, vista come un luogo caldo e luminoso, culla degli affetti più teneri, e, al suo interno o accanto, la coppia felice e appagata, con tanto di bambino. Sono tutte visioni create ed alimentate dalla fantasia di Werther, che è presentato all’inizio dell’opera mentre, subito prima del suicidio, rivede tutta la sua storia d’amore con Charlotte; visioni frutto della sua nostalgia struggente per quello che avrebbe potuto essere e non è stato, per l’occasione della vita perduta per sempre. Ma, mentre la coppia rimane solo nell’immaginazione di Werther, il simbolo della casa diventa concreto in quella del Bailli (borgomastro), il padre di Charlotte. Di quella abitazione Werther chiede informazioni nel primo atto ad un bimbo, che proprio con una casetta in miniatura si sta baloccando. E dalla casa del Bailli, oltre che da Charlotte stessa, che ne fa parte, sarà separato da una cortina, quando dichiarerà, sempre nel primo atto, il proprio amore alla donna di cui si è innamorato con bruciante rapidità. Nel secondo atto, la stessa funzione simbolica è svolta dalla chiesa, casa di Dio, ma, prima ancora, per quanto ci interessa qui, luogo ove le persone si incontrano, si riconoscono, creano una comunità. E dalla casa/chiesa, oltre che da Charlotte che ne è parte integrante, Werther sarà separato ancora una volta dalla stessa cortina del primo atto. Il gioco dei simboli è completato dal ritratto della madre di Charlotte, la cui presenza incombente si indebolisce nel corso dell’opera, fino a quando la ragazza lo scaglia lontano da sé, con gesto rabbioso, durante il terzo atto. La madre, che in punto di morte ha vincolato Charlotte al giuramento che avrebbe sposato Albert, rappresenta il dovere gelido e disumano, l’imperativo categorico che soffoca e blocca la vita. Con il progredire della vicenda, la ragazza prende coscienza sempre più lucidamente di quanto le sia costato il rispetto del giuramento e anela ad una nuova libertà, allontanando da sé quel ritratto che è diventato il simbolo di una costrizione crudele. Ma è ormai troppo tardi: è già la sposa di Albert, la sua vita è segnata irrimediabilmente da quel matrimonio voluto non per amore ma per senso del dovere. Insomma, la pertinenza della concezione registica e la chiarezza della sua realizzazione teatrale attraverso simboli facilmente decodificabili, sono le caratteristiche spiccate di questo spettacolo proveniente da Bologna, fondato su di un’idea originale ma non cervellotica, bensì tratta da spunti suggeriti dall’opera di Massenet. La scenografia realistica e lineare di Tiziano Santi, i costumi appropriati, moderni senza una precisa collocazione temporale, di Claudia Pernigotti, le luci discrete di Daniele Naldi, sono funzionali alla regia e ne completano efficacemente le intenzioni. Se qualcosa manca a questo spettacolo, nell’insieme indovinato e riuscito, per decollare definitivamente e mettere in mostra tutte le proprie qualità, sono forse degli interpreti di caratura più adeguata rispetto a quelli visti ed ascoltati alla Fenice. Sia chiaro: Sonia Ganassi è l’eccellente artista che conosciamo e canta sempre molto bene. Il suo educatissimo strumento viene messo al servizio di intenzioni esecutive giuste ed appropriate, con esiti di grande profilo quando la temperatura drammatica sale. Rimarchevoli, poi, gli accenti colmi di dolcezza e tenerezza con cui si rivolge a Werther morente nella scena finale dell’opera. Ma la sua Charlotte non possiede la freschezza, il fascino adolescenziale, l’ingenua sensualità, che rappresentano i caratteri distintivi del personaggio. Si può imputarglielo? Certo che no. Ma, in una valutazione complessiva, questo aspetto non può essere ignorato per limitarsi a tessere i (doverosi) elogi della voce. Sul Werther del tenore francese Sébastien Guèze, subentrato all’ultimo momento all’indisposto Piero Pretti per salvare la rappresentazione del 29 gennaio cui si riferiscono queste note, è corretto astenersi da ogni valutazione critica. Diciamo solo che si mostra coraggioso, intenso ed appassionato, meritandosi i calorosi applausi del pubblico ed uno speciale ringraziamento da parte del maestro Tourniaire a fine recita. Dalla sua anche il phisique du role, la figura snella e nervosa, il ciuffo impertinente. Il phisique du role ce l’ha anche il baritono tedesco Simon Schnorr, ma non basta. Il suo Albert è apparso pallido, sbiadito, qualche volta problematico nell’intonazione. La Sophie del soprano francese Pauline Rouillard è graziosa e frizzante, in una parola deliziosa, ma non è servita adeguatamente da una vocina esile esile, segnata da un vibratino che dispiace. Armando Gabba è l’artista bravo, affidabile e simpatico che il pubblico della Fenice ha imparato da tempo a conoscere ed apprezzare. Lo conferma anche in questa occasione, ma quello del Bailli è ruolo da basso, mentre Gabba è baritono: in qualche passaggio lo si nota. Il basso-baritono William Corrò, che è Johann, e il tenore Christian Collia, Schmidt, formano una coppia di buontemponi spigliata e divertente come si conviene. Meglio il primo, però, più incisivo vocalmente, rispetto al secondo, alquanto flebile. Apprezzabile l’apporto dei cori, sia quello della Fenice diretto da Claudio Marino Moretti, sia il Kolbe Children’s Choir condotto da Alessandro Toffolo. Sul podio il maestro Guillaume Tourniaire adotta tempi tendenzialmente stretti e va al sodo, evitando di indugiare sui momenti più larmoyant della partitura e cercando, invece, l’intensità drammatica anche attraverso sonorità piene, robuste. Al termine dello spettacolo, un teatro stranamente con diversi vuoti ha salutato con cortese consenso tutti gli interpreti. Adolfo Andrighetti

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Sono stati rinnovati i vertici di Confartigianato Imprese Veneto e Agostino Bonomo è stato confermato alla guida dell’associazione fino al 2022. Confermati anche i due Vicepresidenti Roberto Boschetto (PD) come vicario e Marco Marcello (RO). Confartigianato è l'associazione imprenditoriale regionale maggiormente rappresentativa a cui aderiscono, per il tramite delle 7 associazioni territoriali che la compongono, oltre 55mila soci. «Il Veneto – ha detto Agostino Bonomo – si conferma compatto e determinato a proseguire con continuità nelle linee programmatiche già impostate arricchite da nuove azioni adeguate alla complessità del momento economico e politico. Al centro della nostra azione restano sempre il valore artigiano delle imprese, l’appartenenza al sistema associativo e la consapevolezza che le sfide che ci attendono non riguardano solo il nostro ‘orticello’. In questa ottica il ruolo attivo e propositivo che abbiamo avuto nella manifestazione nazionale “Quelli del Sì” ci ha dato maggiore consapevolezza di essere sulla strada giusta». «Il mio grazie – prosegue il Presidente – va innanzi tutto ai Presidenti provinciali che hanno condiviso all’unanimità il lavoro sino ad oggi svolto e che ci hanno dato mandato pieno a proseguire garantendo il loro impegno per la ‘messa a terra’ territoriale delle varie iniziative. Azione, questa, indispensabile per chi cerca la concretezza come noi». Con un segnale di forte continuità, è stato confermato interamente l’attuale gruppo dirigente A fianco di Bonomo, è stato confermato in blocco anche il Comitato di Presidenza composto dal Vice Presidente vicario Roberto Boschetto Presidente di Confartigianato Padova, titolare della Boschetto & Boschetto Snc di Rubano, ditta che opera nel settore edilizio e Marco Marcello socio fondatore della BioCalòs s.r.l. società che lavora in campo ambientale nella produzione di fertilizzanti organici, attività che occupa stabilmente 9 persone”. «Ripartiamo – conclude Bonomo – affrontando di petto i temi con nuovo slancio consapevoli che abbiamo il compito di offrire alle nostre imprese un contesto complessivo favorevole sotto tutti gli aspetti: fiscale, del lavoro, dell’innovazione e ricerca ma anche sociale ed infrastrutturale. Alla politica invece ci rivolgiamo come stimolatori di temi da affrontare e risolvere perché non è più possibile che il Paese si fermi periodicamente su un solo problema. Chiediamo un periodo di stabilità e crescita che ci permetta di lavorare e concentraci sulle nostre imprese e lavoratori». Agostino Bonomo è nato ad Asiago 61 anni fa, è sposato e titolare dal 1978 di un laboratorio odontotecnico; dal 2006 è contitolare con i due figli Pietro e Alberto del panificio di famiglia. Alle attività professionali ha sempre accompagnato, nell'ambito dell'Associazione Artigiani, anche l'impegno di dirigente. È stato inoltre componente della Giunta della Camera di Commercio di Vicenza, consigliere dell'Ente Fiera di Vicenza, ed ha per quindici anni retto la presidenza del GAL 6 "Altopiano di Asiago 7 Comuni - dall'Astico al Brenta" e della società "Montagna Vicentina", organismi misti pubblico-privati per la gestione dei contributi comunitari nell'ambito dei progetti "Leader". Sempre ad Asiago è stato (dal 1993 al 2009) componente della Commissione comunale Attività produttive e Turismo, vicepresidente del Consorzio di Promozione Turistica e poi del consiglio di amministrazione di "Aeroporto di Asiago SpA" (2003-2009), dirigente dell'Asiago Hockey, dell'Unione Sportiva Asiago Sci, della cooperativa sociale "Asiago 7 Comuni" e del Lions Club. Ha inoltre contribuito a fondare il Comitato Salvaguardia Strutture Ospedaliere dell'Altopiano di Asiago 7 Comuni e, fino al 2010, è stato anche componente di area del Comitato di Sconto della Banca Popolare di Vicenza. Nel biennio 2015-2016 è stato anche vice presidente nazionale di Confartigianato Imprese.

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