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Al Malibran un Vivaldi sconosciuto eppure fresco e fragrante

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«L’associazione dei costruttori conferma la sua costante attenzione alla crescita dei talenti, alla valorizzazione delle professionalità, alla trasformazione intelligente e sostenibile del territorio»: a dichiararlo è Ugo Cavallin, presidente di ANCE (Associazione Nazionale Costruttori Edili) Venezia, intervenuto all’inaugurazione dell’annuale workshop internazionale, organizzato dall’ateneo IUAV e dedicato quest’anno al tema “Venezia, città sostenibile”. «Abbiamo deciso di concorrere, in maniera significativa, a questa edizione di Wa.Ve. - ha proseguito il presidente Cavallin – per una serie di motivi, che si traducono in altrettanti segnali. Il primo è che vogliamo testimoniare vicinanza e collaborazione con lo IUAV , perché siamo convinti dell’assoluta necessità di uno stretto collegamento tra l’università, il mondo della produzione e dell’impresa. Crediamo molto in questa formula articolata su gruppi di lavoro di studenti coordinati da importanti architetti e docenti di rango internazionale, garanti della qualità e dell’alto livello del lavoro, che sarà svolto». Per Ance Venezia c’é bisogno di un più stretto rapporto fra università ed imprese in termini di idee e opportunità lavorative «Il tema di quest’anno, “Venezia Città Sostenibile”, accomuna sensibilità a noi particolarmente care e che, proprio nella città lagunare, trovano una delle massime espressioni. Ancor più convinto – conclude il presidente di ANCE Venezia – è il nostro appoggio in considerazione della presenza attiva dell’amministrazione comunale, che ha concorso all’individuazione di una serie di aree, sulle quali dovranno esercitarsi le idee e le proposte dei gruppi di lavoro. È un esempio di abbinamento virtuoso tra le esigenze dell’amministrazione e la capacità dei giovani talenti di esprimere spunti, visioni, idee, in grado di tradursi in progetti, prima, ed in interventi concreti, poi, per il recupero e la valorizzazione di importanti porzioni del nostro territorio».
Lunedì 17 giugno, le imprese e le famiglie saranno chiamate a versare all’Erario una cifra pari a circa 32 miliardi e mezzo di euro. Secondo la stima elaborata dall’Ufficio studi della CGIA di Mestre, gli imprenditori dovranno pagare al fisco 12 miliardi di euro per le ritenute Irpef dei dipendenti e dei collaboratori, mentre famiglie e imprese saranno chiamate a versare quasi 10 miliardi per l’Imu/Tasi in capo alle seconde/terze case e agli immobili strumentali. Altri dieci miliardi circa dovranno essere versati da industriali, commercianti, artigiani e lavoratori autonomi per l’Iva allo Stato, mentre una cifra di poco inferiore al miliardo corrisponde alle ritenute Irpef trattenute sui compensi dei lavoratori autonomi. «Con una tassazione inferiore e più semplice – dichiara il Segretario Renato Mason – anche l’Amministrazione finanziaria potrebbe lavorare meglio ed essere più efficace. La selva di leggi, decreti e circolari esplicative presenti nel nostro ordinamento tributario, invece, complica la vita a tutti, relegandoci tra il gruppo di paesi meno attrattivi per gli investitori stranieri anche per questo motivo». Il costo della pressione fiscale sottrae risorse, ma soprattutto tempo e lavoro alle imprese produttive Gli imprenditori potrebbero avere difficoltà a recuperare le risorse per pagare le tasse anche perché le banche continuano a erogare il credito con il contagocce, denuncia l’Ufficio studi della CGIA di Mestre, anche se la situazione dei crediti deteriorati è scesa ai livelli pre-crisi. In Italia, il peso dell’oppressione fiscale è un problema che ostacola l’attività quotidiana delle imprese. Al netto delle tariffe applicate dai commercialisti per la tenuta della contabilità aziendale, secondo una indagine realizzata periodicamente dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, il costo della burocrazia fiscale in capo agli imprenditori ammonta a circa 3 miliardi di euro all’anno. Una cifra diventata insostenibile e che sottrae tempo e denaro a chi, invece, vorrebbe impiegare queste risorse per creare più ricchezza e nuovi posti di lavoro.
Don Giovanni di Wolfgang Amadeus Mozart torna sul palcoscenico del Teatro La Fenice, nell’ambito della Stagione Lirica e Balletto 2018-2019. Il dramma giocoso in due atti composto dal salisburghese sul libretto di Lorenzo Da Ponte sarà in scena nel pluripremiato allestimento che vinse nel 2011 un Premio Abbiati (per le scene e i costumi) e ben cinque Opera Award assegnati a Damiano Michieletto per la regia, Paolo Fantin per le scene, Carla Teti per i costumi, e all’intero allestimento come miglior spettacolo della stagione 2010. La ripresa di questa produzione, con Jonathan Webb alla guida dell’Orchestra e Coro del Teatro La Fenice, debutterà martedì 18 giugno 2019 alle ore 19.00 e resterà in cartellone fino alla fine del mese con repliche il 19, 20, 21, 22, 23, 25, 26, 27, 28, 29 e 30 giugno. La prima recita di Don Giovanni sarà dedicata alla memoria di Peter Maag: la Fondazione Teatro La Fenice aderisce infatti alle celebrazioni del centenario della nascita del maestro svizzero, promosse dal Fondo Peter Maag. Inoltre, proprio nel corso di questo ciclo di rappresentazioni, cadrà un altro importante anniversario: Carmela Remigio, interprete di Donna Elvira ma anche, a Venezia e nei teatri di tutto il mondo, di Donna Anna, festeggerà la sua cinquecentesima recita nel titolo mozartiano. Secondo capolavoro della cosiddetta trilogia su testi di Lorenzo Da Ponte (comprendente anche Le nozze di Figaro e Così fan tutte), Don Giovanni fu presentato da Mozart al pubblico di Praga il 29 ottobre 1787; l’impresario del Nationaltheater gli aveva chiesto un nuovo lavoro dopo il successo praghese delle Nozze di Figaro, con una particolare raccomandazione riguardo al ruolo da destinare al baritono Luigi Bassi, acclamato interprete di Figaro. Mozart lavorò alacremente tra marzo e ottobre, e l’opera andò in scena con grande successo, rinnovando l’entusiasmo dell’amato pubblico praghese. Non senza una sfida implicita al cronologicamente vicinissimo Don Giovanni Tenorio ossia Il convitato di pietra di Bertati e Gazzaniga, presentato al San Moisè di Venezia nel febbraio 1787, il Don Giovanni di Mozart e Da Ponte raccoglie un soggetto di antica frequentazione letteraria (vedi Tirso de Molina, Molière, Goldoni), che però ai tempi di Mozart stava ricadendo al rango, suo originario, dell’intrattenimento teatrale popolare. Grazie soprattutto alle scelte del compositore, sovente aperte a sublimi altezze paragonabili solo a pagine del Requiem e della Zauberflöte, Mozart e Da Ponte elevarono il soggetto di derivazione popolare a una sfera tragico-simbolica che di frequente irrompe nell’impianto comico-giocoso settecentesco a liquidare le paludate distinzioni di genere del classicismo razionalista anticipando valori preromantici quali l’ironia tragica e il senso del grottesco (compresenza di comico e serio) come cifra esistenziale. La produzione di Damiano Michieletto sarà proposta con la direzione musicale di Jonathan Webb alla guida dell’Orchestra e Coro del Teatro La Fenice e di un doppio cast che comprende i baritoni Alessio Arduini e Simon Schnorr nel ruolo di Don Giovanni, i soprani Francesca Dotto e Gioia Crepaldi in quello di Donna Anna, i tenori Juan Francisco Gatell e Anicio Zorzi Giustiniani in quello di Don Ottavio, i soprani Carmela Remigio, Cristina Baggio e Claudia Pavone in quello di Donna Elvira, i baritoni Omar Montanari e Andrea Vincenzo Bonsignore in quello di Leporello, i bassi William Corrò e Matteo Ferrara in quello di Masetto e i soprani Giulia Semenzato e Lucrezia Drei in quello di Zerlina, affiancati da Attila Jun nel ruolo del commendatore. Maestro del Coro Claudio Marino Moretti, maestro al clavicembalo Roberta Ferrari. Don Giovanni, proposto con sopratitoli in italiano e in inglese, sarà in scena al Teatro La Fenice martedì 18 giugno 2019 ore 19.00; mercoledì 19 giugno ore 19.00; giovedì 20 giugno ore 19.00; venerdì 21 giugno ore 19.00; sabato 22 giugno ore 19.00; domenica 23 giugno ore 15.30; martedì 25 giugno ore 19.00, mercoledì 26 giugno ore 19.00; giovedì 27 giugno ore 19.00; venerdì 28 giugno ore 19.00, sabato 29 giugno ore 19.00 e domenica 30 giugno ore 15.30.
Per gli esperti della Banca d'Italia non sono rosee le previsioni per l'economia del Veneto nel 2019. Per quanto in questi primi mesi il segno sia positivo per la crescita, lo è appena di una percentuale compresa tra un misero +0,3% ed un insoddisfacente +0,5%. Al di sotto del +0,8% di inizio 2018. Soprattutto, nel rapporto appena presentato dai tecnici, allarme rosso per l’economia veneta scatta per gli investimenti per i quali si prevede un crollo pari al -8%, sintomo di una profonda caduta di fiducia dell’imprenditoria regionale nelle prospettive future. Colpa certamente del contesto generale del mercato mondiale e l’acuirsi delle tensioni in primo luogo tra USA e Cina. La guerra dei dazi avviata dall’amministrazione Trump, che minaccia di estendersi anche da altri Paesi senza nemmeno escludere l’Europa, si coniuga così con il rallentamento della crescita cinese e, fondamentale per il Veneto, il freno tirato per la produzione in Germania, primo mercato per l’export nazionale e veneto. Però le imprese venete hanno guadagnato in stabilità ed hanno una maggiore disponibilità liquida Volendo cogliere qualche elemento confortante per il Veneto tra i dati elaborati dalla Banca d’Italia, si può notare che, sia pur debolmente sembrerebbe tornare a crescere il settore edile, da sempre considerato ‘volano’ per le molte interazioni con il sistema produttivo. A Rimetterlo in moto sarebbero soprattutto le attività delle ristrutturazioni, sostenute dagli incentivi nazionali e regionali. Altro dato in un qualche modo confortante è quello relativo alla solidità delle imprese venete che oggi appaiono meno vulnerabili di quanto non le avessero rese gli anni di crisi: l’autofinanziamento ha rafforzato il patrimonio generale delle aziende che oggi possono contare su di una maggiore liquidità disponibile. Immediata conseguenza è quellache calano del -4% le aziende classificate dalle banche come rischiore per il credito, mentre cresce del +5% il numero di quelle che hanno un rating di affidabilità.
Il Consiglio Regionale del Veneto si è occupato delle due questioni di maggiore attualità oggi nella capitale Venezia e lo ha fatto approvando all’unanimità due mozioni particolarmente significative. La prima era stata presentata dal consigliere Bruno Pigozzo e sottoscritta dall’intero gruppo del Pd a cui si sono aggiunti il gruppo Lega e Zaia Presidente: titolo “Grandi Navi Venezia: chi non decide è complice dei danni alla città”. Punto di partenza del testo è la decisione del Comitatone del 2017 favorevole allo scalo a Marghera del traffico croceristico. «Dopo il gravissimo episodio accaduto domenica 2 giugno è necessario intervenire con urgenza. Fortunatamente non ci sono state vittime – ha sottolineato il consigliere Bruno Pigozzo – ma il problema resta nella sua enormità. In questi giorni il ministro Toninelli ha detto tutto e il suo contrario, senza però proporre soluzioni concrete. Eppure ci sono già dei progetti, alcuni anche condivisi dagli enti rappresentati nel ‘Comitatone’ del 2017. Visto che da Roma si continua a tergiversare, chiediamo che venga riconvocato lo stesso ‘Comitatone’». Il gruppo del movimento Cinquestelle è uscito dall’aula al momento del voto. Gli ‘affitti brevi’ sono diventati a Venezia, e non solo, una piaga che sottrae redditi fiscali e residenza Secondo tema ‘veneziano’ quello dei contratti di multiproprietà. È stata infatti approvata la Proposta di Legge Statale di iniziativa regionale per la “Modifica del Decreto Legislativo 23 maggio 2011, n. 79, ‘Codice della normativa statale in tema di ordinamento e mercato del turismo”. L’obiettivo è quello di consentire alle Regioni di introdurre un limite massimo di durata per le locazioni degli alloggi. Ciò anche al fine di eliminare la concorrenza sleale con le altre tipologie turistiche ricettive, nonché l'abuso della professione e l'evasione fiscale. Quella degli alloggi in locazione turistica senza prestazioni di servizi, è una piaga sempre più diffusa in centro storico a Venezia e che sta contagiando anche la terraferma mestrina. La proposta di Legge introduce il Codice Identificativo degli alloggi che equipari le diverse tipologie di accoglienza e che dia omogeneità e uniformità ai controlli in modo da prevenire o correggere gli impatti negativi che già si riscontrano a Venezia ed anche a Verona.
Sarà ufficialmente la prima manifestazione a Venezia che si propone come ‘Plastic Free’. La “Settimana Europea dell’Energia Sostenibile”, presentata negli uffici veneziani del Consiglio d’Europa, ha sfoggiato un prestigioso biglietto da visita: l’associazione NordEstSudOvest che organizza la Settimana (dal 17 al 24 giugno) ha ottenuto il patrocinio del Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare proprio in forza a quest’impegno a bandire durante i propri eventi in programma bottigliette d’acqua, bicchieri e quant’altro di plastica. Da questo punto di partenza, la Settimana ha deciso di lanciare un ‘sasso nelle stagno’ con un’idea che potrebbe trovare realizzazione nella città storica che ospita 30 milioni di turisti l’anno. Potrebbero essere create, con una sperimentazione ad hoc, delle aree nelle quali siano invitati turisti e residenti a rinunciare all’uso della plastica: un segno di rispetto per la città e per tutto il pianeta. È indubbio che negli ultimi anni si è andata consolidando nellʼopinione pubblica la consapevolezza della necessità di fare qualcosa per tutelare il nostro pianeta contro il fenomeno del riscaldamento globale e dall’inquinamento che sta avvelenando i mari e la terra. Il programma della Settimana guarda proprio a questa problematiche ponendole in un’ottica concreta, di quello che può localmente essere fatto. Questo il programma completo della Settimana organizzata dall'associazione NordEstSudOvest a Mestre Ecco allora il convegno di lunedì 17 (Hotel Tritone Best Western, in viale della stazione a Mestre, ore 16,30) su “Produrre dai rifiuti: energia sostenibile e non solo. Esperienze e progetti di economia circolare” che metterà a confronto operatori pubblici e privati dell’area veneta. Mercoledì 19 a Mestre (Centro culturale Negozio 67, via Piave 67, ore 17,30) con il convegno “Energia pulita, aria pulita: situazione e progetti nellʼarea veneta”, si analizzerà quel che può essere fatto sul risparmio energetico, mentre lunedì 24 (Hotel Bologna, via Piave 214, ore 15,30) si parlerà di “La rigenerazione del patrimonio edilizio costruito: esperienze e progetti con lʼenergia sostenibile”, che non affronterà solamente la questione dell’edilizia residenziale ma, negli interventi di architetti e urbanisti, prenderà in considerazione anche la diffusa realtà degli edifici commerciali e industriali. Detto che Venerdì 28 a Mestre (Cinema Teatro Kolbe, via Aleardi 156, ora 21,30) verrà proiettato il curioso film documentario “Karamea”, sulla possibilità di vivere diversamente da quanto non si faccia nei Paesi più sviluppati, bisogna ricordare che in collaborazione con l’ufficio Europe Direct del Comune di Venezia da lunedì 17 a venerdì 21 sarà attivo all’interno del Centro culturale Piave 67 un ‘Infopoint’ sull’energia sostenibile.
È Riccardo Chailly, tra le più importanti personalità del panorama musicale di oggi, ad aggiudicarsi il Premio “Una vita nella musica 2019”. Creato nel 1979 da Bruno Tosi per celebrare le personalità più illustri della scena musicale internazionale e giunto quest’anno alla sua trentaduesima edizione, il premio sarà consegnato al Maestro Chailly nel corso della cerimonia in programma giovedì 20 giugno alle ore 16,30 al Teatro La Fenice. Dopo Arthur Rubinstein, Mstislav Rostropovič, Claudio Abbado, Karl Böhm, Carlo Maria Giulini, Leonard Bernstein, solo per citare alcuni dei musicisti che hanno ricevuto il prestigioso riconoscimento, la scelta è quindi caduta sul Maestro milanese, attualmente direttore musicale del Teatro alla Scala e direttore principale della Filarmonica della Scala. L’ultima esibizione di Riccardo Chailly sul palcoscenico del Teatro La Fenice corrisponde a un evento di grande rilievo nella storia del Teatro veneziano, vale a dire il primo concerto dell’Orchestra Filarmonica della Fenice, era il 10 maggio 2010, che il maestro diresse in un programma musicale di grande importanza, con la Seconda Sinfonia di Johannes Brahms e la Kammersymphonie di Arnold Schönberg. Due anni prima, in occasione del Feniceday 2008, Chailly fu invece alla testa dell’Orchestra e Coro del Teatro La Fenice nell’Oratorio di Natale di Johann Sebastian Bach, in tre concerti, il 20, 22 e 23 novembre 2008, che inaugurarono la Stagione Sinfonica 2008-2009. Il debutto veneziano è però ancora precedente e vide protagonista Chailly nella veste di Kapellmeister la Gewandhausorchester di Lipsia, in una delle due tappe italiane della torunée dell’orchestra tedesca. Il comitato scientifico formato da Mario Messinis (presidente), Oreste Bossini, Massimo Contiero, Andrea Estero, Gian Paolo Minardi, Giorgio Pestelli e Francesca Valente ha inoltre assegnato alla musicologa Benedetta Zucconi, agli interpreti Quartetto Adorno e alla compositrice Clara Iannotta il Premio “Una vita nella musica Giovani”, categoria speciale dedicata alle nuove generazioni della quale si celebra quest’anno la settima edizione. Durante la cerimonia di premiazione, il Quartetto Adorno eseguirà “Langsamer Satz” di Anton Webern.
Il Coro del Teatro La Fenice, preparato e diretto da Claudio Marino Moretti, interpreterà i celeberrimi Carmina Burana di Carl Orff, nell’undicesimo concerto della Stagione Sinfonica 2018-2019. Il capolavoro del tedesco sarà eseguito nella versione per soli, coro, due pianoforti e percussioni e vedrà impegnati sul palcoscenico, insieme alla compagine corale veneziana, le voci soliste degli artisti del Coro Serena Bozzo (soprano), Enrico Masiero (tenore) e Luca Ludovici (baritono), le voci bianche del Kolbe Children’s Choir istruito dal maestro Alessandro Toffolo, e l’ensemble strumentale formato da Maria Cristina Vavolo e Roberto Brandolisio ai pianoforti e Dimitri Fiorin, Barbara Tomasin, Paolo Bertoldo, Claudio Cavallini, Roger Catino e Cristiano Torresan alle percussioni. Unica recita, al Teatro La Fenice, domenica 9 giugno 2019 alle ore 20.00 (turno S) Lavoro teatrale su testi medievali, i Carmina Burana di Carl Orff (1895-1982) fanno parte del trittico, composto in tempi diversi, che comprende anche i Catulli Carmina e il Trionfo d’Afrodite. Di fatto non si basano su una vera e propria trama, essendo quest’opera una cantata scenica fatta, come recita il sottotitolo, di «canzoni profane per cantori e cori da eseguire col sussidio di strumenti e immagini magiche». Orff rinnegò tutte le composizioni precedenti, affermando che il suo catalogo dovesse iniziare proprio dai Carmina Burana, che andarono in scena con successo a Francoforte nel 1937. Dopo quella prima esecuzione dichiarò al suo editore: «Tutto ciò che ho scritto finora e che sfortunatamente Lei ha pubblicato è solo buono per essere mandato al macero». In effetti, Orff aveva trovato solo allora la sua strada, che lo portò a scrivere quasi esclusivamente per il teatro musicale. Il musicista tedesco ritenne dunque di aver raggiunto uno stile personalmente definito, caratterizzato da un’ossessiva insistenza ritmica, da una scandita e stentorea declamazione e da un primitivismo espressivo. Oltre a una tensione oggettiva dei materiali sonori, nei Carmina Burana vi è anche un’affascinante ricerca di arcaismi strumentali e vocali, reminiscenze gregoriane e trasparenti soluzioni timbriche. Orff inaugurò una sorta di «stile sinfonico per coro» attingendo ai testi di un canzoniere compilato nel tredicesimo secolo nel monastero di Benediktbeueren in Baviera. Vi si ritrovano un gran numero di canzoni goliardiche, in latino, francese e tedesco, perlopiù anonime. Sebbene gli amanuensi che hanno redatto il codice Beuren non abbiamo quasi mai riportato gli autori dei lavori trascritti, si possono fare almeno alcuni nomi di poeti: Pierre de Blois, Walter de Chàtillon, Hugo d’Orléans, Neidhart von Reuental e l’Archipoeta di Colonia. I testi, anche licenziosi, sono d’argomento amoroso, religioso, morale e satirico, un documento comunque prezioso per conoscere una diversa cultura e un diverso modo di concepire la vita. Orff, interpretandone anche la notazione neumatica, ne trasse un’opera arcaico-moderna che alterna oasi di pace a momenti di assordante e percussiva sonorità. Magistrale indubbiamente il trattamento delle voci femminili che tra canzoni bacchiche e di caccia si muovono nel registro più acuto. Dei Carmina Burana esistono diverse versioni: per banda, piccola orchestra, orchestra da camera. Tutte autorizzate dall’autore, sempre favorevole alla diffusione di quella che considerava la sua prima e fondamentale opera. Come di consueto, il concerto di domenica 9 giugno sarà preceduto da un incontro a ingresso libero con il musicologo Roberto Mori, che dalle 19.20 alle ore 19.40 illustrerà il programma musicale nelle Sale Apollinee del Teatro La Fenice.
“Destinazione veneto: tendenze evolutive tra destination, governance e offerta turistica”: questo il titolo dell’evento (organizzato dalla Banca UniCredit in collaborazione con Ciset, Unioncamere Veneto, Camera di Commercio di Treviso, Belluno Dolomiti e la Fondazione Marca Treviso e con il patrocinio della Regione Veneto) che ha riunito tutti i principali attori della Filiera del Turismo per fare il punto sulle potenzialità turistiche del Veneto e per sviluppare strategie e programmi di una offerta turistica che sia più attrattiva e più competitiva. In Veneto, secondo i dati di Banca d’Italia, la spesa internazionale per vacanza e altre motivazioni è il 15% nazionale, pari a 6,1 miliardi di euro su 47,7 totali. La parte preponderante di tale spesa (2,9 miliardi di euro) si concentra nell’ambito del turismo cosiddetto ‘culturale’, segmento nel quale si registra la più alta spesa media giornaliera per presenza (128 euro). Tra gli altri segmenti spiccano, per quel che riguarda i valori assoluti di spesa il comparto ‘balneare’ con 1,2 miliardi di euro e, per quanto concerne la spesa pro-capite giornaliera, il ‘paesaggio culturale’, con 120 euro. I dati dicono che continuerà ad aumentare l’afflusso turistico in Veneto, soprattutto dai Paesi extra europei «Il settore turistico – ha sottolineato Francesco Iannella, Regional Manager Nord Est di UniCredit – in Veneto supera ampiamente i 17 miliardi di euro di fatturato, un valore pari al triplo di un comparto parimenti importante per l’economia regionale come l’agroalimentare; una dinamica di crescita costante e consolidata. Con queste premesse non si può non considerare il turismo come un settore chiave dell’economia veneta». Le prospettive a livello nazionale dei trend turistici per gli anni 2019-2020, così come illustrate dal Ciset, dicono che gli arrivi di turisti stranieri in Italia dovrebbero ancora crescere, rispettivamente del +2,7% e del +3,3%, trainati soprattutto dagli arrivi Extra Europa, stimati in crescita del +4,3% per il 2019 e del +3,6% per il 2020. La soddisfazione degli ospiti che nell’ultimo anno hanno soggiornato in Veneto, secondo il report Travel Appeal, è molto elevata: il sentiment positivo generato dall’analisi di 1,8 milioni di recensioni è dell’88,8%. Gli stranieri, che rappresentano il 56% delle recensioni totali, risultano di 1,2 punti più bassi rispetto alla Soddisfazione generale.
«L’accordo (faticosamente) raggiunto tra le due forze di maggioranza sul cosiddetto decreto sblocca-cantieri fa sperare che il tormentato settore degli appalti pubblici possa trovare almeno qualcuna delle risposte, che da troppo tempo aspetta». Lo dice Ugo Cavallin, Presidente ANCE Venezia, commentando le notizie di stampa sul testo che verrà sottoposto al voto del Parlamento. «Il compromesso raggiunto – continua Cavallin – naturalmente non risolve tutti i problemi ma, se non ci saranno ulteriori sorprese nell’iter di conversione, consente almeno di migliorare un testo, che presentava non poche lacune importanti. Come costruttori abbiamo fortemente contestato l’idea, circolata negli ultimi giorni, di una generalizzata “sospensione” del Codice degli Appalti, anche se continuiamo a pensare che questo Codice sia inadeguato a disciplinare efficacemente il nostro settore. Prima ancora che le singole norme ed i singoli istituti, quello, che come categoria ci interessa, è arrivare ad un processo decisionale snello, che trasformi rapidamente i finanziamenti in apertura di cantieri, nonchè ad un sistema di aggiudicazione semplice e trasparente». «Nella direzione dello snellimento va, per esempio, l’opportuno ripristino della soglia del milione di euro per gli affidamenti mediante procedura negoziata (sempre con gara ufficiosa) e che dovrebbe essere il taglio di appalti di più diretto interesse per le imprese del territorio veneziano». «Rimangono però – continua il presidente di ANCE Venezia – alcuni nodi irrisolti, primo tra tutti quello del subappalto, che in Italia continua ad essere demonizzato e quindi limitato come la fonte di ogni malaffare (corruzione, infiltrazioni mafiose, lavoro nero), nonostante la Comunità Europea abbia avviato una procedura contro il nostro Paese proprio per la sua normativa, che pone troppi vincoli al subappalto, ritenuto altresì libera esplicazione dell’attività di impresa. Oggi la percentuale di lavori subappaltabili è stata diminuita dal 50% al 40%, come se questi dieci punti percentuali in meno dessero una maggiore garanzia». «Sul punto vorremmo anche tranquillizzare gli amici del sindacato, che nelle scorse settimane avevano sollevato vibrate preoccupazioni contro lo sblocca-cantieri, dal quale sarebbero derivati “più corruzione, illegalità, sfruttamento, discrezionalità, meno qualità, sicurezza, occupazione, investimenti, sviluppo”. Se solo avessero letto il testo del decreto, avrebbero visto che molte delle loro preoccupazioni non hanno il minimo fondamento normativo, compresa quella riguardante la presunta “cancellazione dell’Autorità Nazionale anticorruzione”, che evidentemente è stata collocata in un comma molto nascosto, se è sfuggito a tutti i commentatori e ai più attenti cultori della materia dei lavori pubblici!» «Attendiamo ora – conclude Ugo Cavallin – la definitiva conversione in legge del decreto, sperando che le nuove norme servano a fare chiarezza e a dare quelle certezze, di cui imprese e pubbliche amministrazioni hanno grande bisogno».

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“Dorilla in Tempe”, secondo il libretto del veneziano Antonio Maria Lucchini, oppure più semplicemente “La Dorilla”, come riporta la partitura autografa secondo l’uso di Vivaldi di premettere l’articolo determinativo al titolo delle proprie opere, andò in scena il 9 novembre 1726 al Teatro Sant’Angelo di Venezia. È un periodo particolarmente fecondo ed impegnativo per il musicista, che alterna un’intensa attività di compositore con quella di impresario – ma lui si definiva direttore delle opere in musica – dello stesso Teatro Sant’Angelo. Ed è proprio con questo incarico, oltre che con la prassi costante e diffusa nell’epoca, che si spiega la trasformazione della partitura originale nell’unica nota oggi, un pasticcio in cui otto arie della prima rappresentazione sono sostituite con altrettanti pezzi di autori coevi soprattutto di scuola napoletana: Johann Adolf Hasse (“Mi lusinga il dolce affetto”, “Saprò ben con petto forte”, “Non ha più pace”), Geminiano Giacomelli (“Rete, lacci e strali”, “Bel piacer saria d’un core”, “Non vo’ che un infedele”), Domenico Sarro (“Se ostinata a me resisti”), Leonardo Leo (“Vorrei dai lacci sciogliere”). Che cosa, infatti, avrebbe potuto convincere Vivaldi, all’epoca già celebre, a rinunciare ad una parte della musica da lui già scritta e accolta da un grande successo, per riproporla contaminata, diremmo oggi, ma allora si sarebbe detto arricchita, con musica di altri autori concorrenti? Si potrebbe rispondere: la volontà di confermare il successo ottenuto come compositore con uno, altrettanto grande, da conseguirsi come impresario, venendo incontro ai gusti del pubblico che era abituato ai pasticci e non solo non se ne scandalizzava, ma li accoglieva con piacere, con soddisfazione, soprattutto in apertura di stagione. Perché all’epoca, giova ribadirlo, era il palcoscenico a conferire vita e significato allo spettacolo musicale: tutto quello che avveniva prima – autoimprestiti da parte dello stesso compositore, prestiti da altri compositori, rimaneggiamenti e adattamenti vari per venire incontro alle esigenze dei cantanti, dei teatri, delle piazze diverse ecc. ecc. – era ininfluente. Ciò che contava era quello che si ascoltava e si vedeva in scena, se era meraviglioso, sorprendente, commovente, oppure no. Ed è così che anche oggi viene rappresentato, sotto il titolo di “Dorilla in Tempe”, un pasticcio, quello presentato il 2 febbraio del 1734 ancora al Teatro Sant’Angelo di Venezia. “Dorilla in Tempe” è un melodramma eroico-pastorale in tre atti. La definizione individua e circoscrive con esattezza la drammaturgia, che prevede, intrecciati con i consueti intrighi sentimentali, momenti ad alta tensione, riconducibili al tradizionale contrasto fra la purezza dei sentimenti e la logica del potere. Può essere il potere soprannaturale, rappresentato dal mostro marino Pitone, al quale l’oracolo decide si debba sacrificare la protagonista per salvare la città di Tempe; oppure il potere umano, ammantato comunque anch’esso da un’aura di divinità, incarnato da Admeto re di Tessaglia, che dispone prima il sacrificio della figlia per salvare la collettività e poi la condanna a morte del suo innamorato, il pastore Elmiro, che vuole sposarla contro la volontà del sovrano. Ma c’è anche un potere che assume i caratteri dell’autorità benevola, quello di Apollo, che, dopo aver partecipato direttamente alla vicenda come innamorato della protagonista, giunge alla fine da deus ex machina a sciogliere ogni nodo e a comporre ogni contrasto. L’intreccio eroico-sentimentale si svolge, come dice appunto la dicitura dell’opera, all’interno di un classico ambiente pastorale, segnato tradizionalmente dalla pace e dalla serenità, prima turbato dai drammatici avvenimenti e poi restituito alla sua condizione naturale dall’intervento risolutore di Apollo. La natura, complice anche la stagione primaverile, fa da sfondo ridente ed amichevole. E a proposito di primavera, è interessante notare come il tema della celebre “Primavera” di Vivaldi - il primo concerto della raccolta “Il cimento dell’armonia e dell’inventione”, precedente alla “Dorilla” perché pubblicata nel 1725 – compare per due volte proprio all’inizio del melodramma: prima nella sinfonia e poi nel coro introduttivo. “Dorilla in Tempe”, una nuova produzione in scena al Teatro Malibran, rappresenta l’ultimo esito del meritorio percorso intrapreso dalla Fenice nella riscoperta del Vivaldi operista; un percorso che ha preso avvio nel 2007 con la messa in scena di “Ercole sul Termodonte” e “Bajazet”, per poi proseguire nel 2015 con la rappresentazione in forma scenica dell’oratorio “Juditha triumphans” e quindi consolidarsi, con cadenza annuale, nel 2018 con “Orlando furioso” e, nella presente stagione, appunto con “La Dorilla”. L’esecuzione di quest’ultima, al Malibran, è stata accolta da un caldissimo successo di pubblico, particolarmente apprezzabile e quasi sorprendente in quanto tributato non ad un’opera di repertorio, ma ad uno sconosciuto lavoro dell’epoca barocca: un esito che ci si augura possa attribuirsi anche ad una positiva evoluzione del gusto degli appassionati d’opera, perché non si adagi sul risaputo ma possa aprirsi con curiosità e disponibilità a tutto ciò che il teatro in musica ha offerto fino ad oggi. Il grande successo va ascritto in primo luogo alla eccellente qualità dell’esecuzione musicale. Il maestro Diego Fasolis, ottimamente coadiuvato dall’Orchestra della Fenice integrata per il basso continuo da elementi dell’ensemble “I barocchisti” da lui stesso guidati, ha dato il meglio di sé e della sua prestigiosa esperienza di antichista, riscoprendo la freschezza, la vitalità e l’appeal di una partitura affascinante ma appartenente ad un universo culturale e artistico affatto distante dal nostro. Per rinnovare l’interesse attorno a questo repertorio è necessario farne emergere tutta la bellezza estrosa e rutilante, nonché la strepitosa energia ritmica. È ciò che riesce a Fasolis, il quale ci dimostra che, nell’arte, il tempo è un fattore relativo, se si possiede la sensibilità per enucleare l’anima di un’opera e la perizia tecnica per restituirla, sorprendentemente fresca, al pubblico. Di alto livello, omogeneo e perfettamente affiatato, il cast, che si impone prima di tutto per pertinenza stilistica e preparazione musicale, ma anche per l’apprezzabile qualità generale delle voci, che risuonano bravamente nel teatro con suoni pieni, belli e rotondi. Aiuta, e come, ai fini dell’esito complessivo della prestazione, essere concertati, sostenuti ed accompagnati da una mano sicura come quella di Fasolis. Ma quanta bravura ed applicazione e talento si incontrano in questi artisti! La menzione d’onore va riconosciuta, a giudizio di chi scrive, all’Elmiro del mezzosoprano Lucia Cirillo, dall’emissione sempre salda ed omogenea, dalla appassionata sensibilità espressiva, dalla ammirevole perfezione esecutiva. Non sono da meno la Dorilla del mezzosoprano Manuela Custer, che emerge per la sicurezza con cui esegue le proprie arie e il Nomio-Apollo, superbo, grandioso, vocalmente assertivo, del mezzosoprano USA Véronique Valdés. Al terzetto che si potrebbe definire nobile per usare il linguaggio della commedia dell’arte, si contrappone quello non diremo buffo, ché il termine sarebbe esagerato, ma da commedia certamente sì. Lo compongono l’Eudamia del contralto Valeria Girardello, che ci dona la gustosa caratterizzazione di una fatalona un po’ volgarotta e fisicamente esuberante; il Filindo del mezzosoprano Rosa Bove, assai vivace sul piano scenico e molto espressivo su quello vocale nonostante qualche stridore in zona acuta durante la prima aria; l’Admeto del baritono Michele Patti, apprezzabile anche perché impegnato nell’interpretazione di un ruolo drammaticamente ambiguo e quindi non facile, sempre in bilico fra la caricatura di un re da burla e la serietà minacciosa del detentore del potere. Da elogiare, come sempre, la prova del Coro del Teatro condotto da Claudio Marino Moretti. Di apprezzabile fattura lo spettacolo concepito dal regista Fabio Ceresa – applaudito responsabile dell’ “Orlando furioso” dello scorso anno – con la collaborazione di Massimo Checchetto (scene), Giuseppe Palella (costumi), Fabio Barettin (luci), Mattia Agatiello (coreografie). L’idea di fondo, impegnativa perché da giocarsi sul filo del rasoio di una continua alternanza fra generi e atmosfere diverse, è quella di non prendere sul serio il dramma, cercandone la componente comica e anche inventandola laddove il libretto non sembrerebbe autorizzarla, ma senza trascurare, soprattutto nella parte finale dell’opera ove i due protagonisti morirebbero se non intervenisse Apollo, gli spunti patetici e anche tragici che la vicenda propone. L’operazione è condotta con fantasia sbrigliata, ma insieme con gusto, con misura e senza particolari forzature, per cui il risultato complessivo è apprezzabile e godibile. Per conferire un tocco di realismo e un po’ di movimento cronologico ad una drammaturgia del tutto statica ed astratta, il regista ha pensato di rappresentare lo scorrere delle stagioni, anzi di alludervi con delicatezza: ecco dunque la neve, all’inizio dell’opera, subito sostituita da festoni di fiori all’echeggiare del tema della “Primavera”; seguono, rappresentati da cascate ornamentali di foglie e fiori che scendono dalla scalinata, l’estate e l’autunno, pittorescamente colorato, fino al ritorno della neve, che cade sulle sofferenze della coppia perseguitata, e all’apoteosi conclusiva, ove, in uno sfolgorio d’oro, avviene l’epifania di Apollo. Molto importante, ai fini dell’esito complessivo dello spettacolo, l’apporto dei ballerini della Fattoria Vittadini, che arricchiscono e completano ogni scena con una presenza appropriata, incisiva, originale, ma mai ingombrante o fuori tono. Il giusto merito va riconosciuto anche a scene e costumi, che contribuiscono a proiettare la vicenda in un contesto atemporale di favola, ove, come in tutte le favole, il male esiste e incombe minaccioso, ma, alla fine, non va preso troppo sul serio e si sgonfia, grazie all’intervento di un’autorità che mette le cose a posto. La scena consiste di una doppia scalinata bianca di ispirazione neoclassica, che si apre al centro per consentire il traffico dei personaggi e si congiunge in alto in un praticabile. Il candore della scalinata e di una parte dei costumi, esaltato dal fondale nero, è ravvivato da un gioco cromatico quanto mai vario e vivace, a tratti sfavillante, cui partecipano altri costumi e i vari elementi ornamentali. E, a proposito dei costumi, simpaticamente ascrivibili ad un mondo mitico rivisto come una coloratissima favola, va doverosamente ricordato che l’artefice, Giuseppe Palella, ha ottenuto il Premio Abbiati 2018, il più prestigioso riconoscimento esistente in Italia in campo operistico, come costumista del già citato “Orlando furioso” del Malibran. Fondamentale anche l’apporto delle luci, che intervengono con puntualità ed efficacia a sottolineare i vari momenti psicologici ed emotivi della vicenda. La pomeridiana di domenica 5 maggio, cui si riferiscono queste note, ha riscosso, come già accennato, un successo calorosissimo, segnato dalla partecipazione viva e convinta del pubblico, che ha applaudito a scena aperta ogni aria dell’opera. Adolfo Andrighetti

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