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È allarme rosso: ospedali, scuola e polizia senza personale

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Il Parlamento europeo ha invitato la Commissione europea a fare tutto il possibile per convincere l’Ufficio europeo dei brevetti (UEB) a non concedere brevetti su prodotti ottenuti da processi essenzialmente biologici, quali gli incroci attuati sul campo. Ha inoltre esortato l’UEB a ripristinare immediatamente la chiarezza giuridica in materia, sottolineando che nessuno dei 38 Stati firmatari della Convenzione sul brevetto europeo consente di brevettare i prodotti ottenuti con metodi tradizionali. La vicenda nasce nel marzo 2015, quando la commissione allargata di ricorso dell’Ufficio europeo dei brevetti decise che alcuni pomodori e broccoli ottenuti da processi essenzialmente biologici, come l’incrocio, potessero ottenere la tutela brevettuale. Il Parlamento europeo ha risposto nel dicembre 2015 con una risoluzione e, grazie all’intervento della Commissione Europea nel novembre 2016, l’UEB ha modificato la propria politica per non concedere più brevetti a questo tipo di prodotti.Ma nel dicembre 2018 la commissione tecnica di ricorso dell’UEB ha respinto tale decisione. Con il risultatao che nuovi prodotti sino oggi in attesa di una decisione che dovrebbe arrivare il Primo ottobre. La risoluzione è stata approvata per la tutela dei consumatori e per sostenere l’innovazione in agricoltura Da qui l’urgenza dell’intervento del Parlamento europeo e del dibattito svoltosi in aula nel corso del quale molti deputati hanno affermato che l’accesso alle risorse genetiche non deve essere limitato, poiché ciò potrebbe portare a una situazione in cui alcune multinazionali detengono il monopolio sul materiale di coltivazione delle piante, a scapito degli agricoltori e dei consumatori dell’Unione europea. Un accesso libero alle informazioni e al materiale vegetale biologico, è il fondamento delle risoluzione approvata per alzata di mano, è essenziale per stimolare l’innovazione e la competitività nei settori dell’allevamento e dell’agricoltura, per sviluppare nuove varietà, migliorare la sicurezza alimentare e affrontare il cambiamento climatico.
Il 21 e 22 settembre 2019 ritornano le Giornate Europee del Patrimonio, organizzate dal Consiglio d’Europa in collaborazione con l’Unione Europea in più di 50 Paesi. Il tema scelto per quest’anno è “Un due tre... Arte! - Cultura e intrattenimento” e metterà in luce sia il ricco patrimonio europeo che il benessere che deriva dalla sua fruizione attraverso le varie forme artistiche che concorrono alla formazione dell’identità culturale. L’Ufficio di Venezia, unica sede italiana del Consiglio d’Europa, per l’edizione 2019 coordinerà l’organizzazione di 49 iniziative in 14 regioni italiane, di cui ben 23 avranno luogo nella Regione del Veneto. Questo risultato è stato possibile grazie al consolidato partenariato con Federculture, i Club UNESCO Italia, il Consiglio Regionale del Veneto, la Città di Venezia, Europe Direct Venezia, gli ecomusei regionali e ad una nuova collaborazione con WIGWAM Italia. Moltissime associazioni e istituzioni hanno raccolto l’invito a partecipare della direttrice Luisella Pavan-Woolfe, proponendo in particolare delle passeggiate patrimoniali. L’obiettivo sostanziale è il coinvolgimento dei cittadini come promotori del patrimonio culturale locale Diversa dalla ben nota visita guidata, la passeggiata patrimoniale promuove l’interazione dei cittadini con il patrimonio culturale. Attraverso le esperienze degli abitanti si svelano le straordinarie ricchezze dei nostri territori: dall’archeologia industriale all’architettura degli ultimi secoli, dalla Laguna ai fiumi. Il coordinamento di Passeggiate Patrimoniali fa parte di una serie mirata di iniziative messe in atto dall’Ufficio di Venezia per promuovere la conoscenza e la ratifica della Convenzione quadro sul valore del patrimonio culturale della società (Convenzione di Faro) da parte dell’Italia. Quest’anno abbiamo invitato a partecipare ad una passeggiata patrimoniale organizzata dal Comune di Venezia la Senatrice Vanin, sensibile alla causa della ratifica. Maggiori informazioni sui singoli eventi sono reperibili sia sul sito dell’Ufficio di Venezia del Consiglio d’Europa www.coe.int/venice alla voce Faro Convention -> coming events, che sul sito del Mibac.
Il dato riguarda i primi sei mesi del 2019 ed è una estrapolazione fatta dall’Ufficio Studi sulla base degli ultimi dati ufficiali pubblicati dall’ISTAT. «10 miliardi di euro in più di export, nei primi sei mesi dell’anno, in un decennio (+33%) è un risultato davvero eccezionale – commenta Agostino Bonomo, Presidente regionale Veneto di Confartigianato – la nostra regione è sempre stata ‘export oriented’ ma, l’affacciarsi delle piccole e micro imprese verso il mondo, spinte anche dal forte shock economico della crisi del 2008, ha dato un impulso straordinario alle vendite oltre confine che hanno iniziato a crescere con una progressione non solo importante ma soprattutto costante. Un miliardo in più all’anno, equamente distribuito tra il primo e secondo trimestre, è un segnale di progressione strutturale e duratura che va oltre le turbolenze nei paesi emergenti, il rallentamento dell’economia tedesca, il protezionismo, i dazi e la Brexit. Ruolo determinante delle piccole e micro imprese in questo risultato confermato dall’andamento più che positivo dei settori manufatturieri a maggiore concentrazione di MPI, oggetto di specifica analisi da parte del nostro osservatorio, che anche in questo primo semestre risulta superiore (+2,7%) al totale manifatturiero veneto (+1,9%) ed anche alla media italiana attestatasi sul +2,5%. Un perimetro di business che ha i sui campioni nella moda (tessili, abbigliamento e pelle) con 5 miliardi e 260 milioni di euro, i prodotti di altre industrie manifatturiere con 3 miliardi e 203 milioni, ed i prodotti alimentari con 1,7 miliardi di euro di export». Maggiormente positivi sono i dati dell’area UE e di quei Paesi con i quali ci sono accordi bilaterali Sottolinea ancora il presidente Bonomo: «Il report mette in evidenza come tra gennaio e giugno del 2009, la manifattura veneta avesse esportato nel mondo 21miliardi 358 milioni di euro divenuti 31 miliardi 196 milioni nello stesso periodo del 2019. Un risultato che conferma la nostra regione terza potenza esportatrice dietro a Lombardia ed Emilia Romagna con un peso del 13,7% sulle esportazioni totali italiane. Produzioni che per il 61,6% sono destinate a paesi della UE28. La Germania è saldamente in testa con oltre 4 miliardi (+1,3% rispetto al primo sem 2018) seguita da Francia (3,4 miliardi e +5,5%), Inghilterra (1,8 miliardi e +7,8%) e Spagna (1,6 miliardi). In particolare quest’ultima ha fatto registrare un +11% rispetto allo stesso periodo del 2018. Questi primi 4 Paesi rappresentano il 58% di tutte le esportazioni in Europa». Non tutti i dati sono rassicuranti: «Cresce anche, un po’ meno, l’extra UE +1,9% con gli Stati Uniti sempre prima destinazione delle nostre merci con 2 miliardi e 688 milioni ed in ottima crescita rispetto allo stesso periodo del 2018 +8,9%. Preoccupano – dice il presidente di Confartigianato – Cina e Turchia, terzo e quinto nella classifica dei Paesi di destinazione per volume, che assieme importano oltre 1 miliardo di euro e che, a causa di dazi e crisi economica, sono in forte calo rispetto al 2018 rispettivamente – 7,7%, -17,1%. Bene, in termini percentuali, il Canada, gli Emirati Arabi Uniti e l’India. Infine nel focus sullo scambio commerciale con Inghilterra e Germania, sotto i riflettori il primo per la Brexit ed il secondo per la contrazione dell’economia in atto, fenomeni che potrebbero impattare in modo negativo sulle nostre performances: non sembrano esserci per ora particolari effetti negativi. Anzi la Gran Bretagna ha aumentato le sue importazioni, dovute molto probabilmente a maggiori scorte, mentre in Germania tengono le esportazioni della meccanica e del legno mentre soffrono quelle legate alla moda, tessili -10,7%, abbigliamento – 8,2% e pelle -5,7%». «Proseguire nei processi di internazionalizzazione e difendere il valore del Made in Italy – conclude Bonomo – è il binomio per sostenere le MPI. In un mondo in cui i rischi aumentano è fondamentale non arrendersi e andare a intercettare la crescita laddove proverrà, continuando a investire su ciò che da sempre sappiamo fare bene: esportare e internazionalizzarci. Noi siamo pronti a fare la nostra parte al fianco delle imprese, soprattutto le più piccole».
“Luci mie traditrici” è il titolo dell’opera di Salvatore Sciarrino in scena al Teatro Malibran; ed è la frase che la Malaspina, l’unico personaggio femminile, pronuncia all’ospite, di cui si è innamorata, denunciando così che è sempre attraverso lo sguardo che la passione amorosa trascorre e si riverbera, è trasmessa ed è ricevuta. Ed è una frase che sintetizza, riducendola all’essenzialità dei sentimenti e al netto del sangue che sarà sparso, la trama dell’opera, tratta dalla tragedia in prosa “Il tradimento per l’onore”, pubblicata nel 1659 e a sua volta ispirata alle truci vicende che circa settant’anni prima videro protagonista Gesualdo da Venosa. La tragedia secentesca fu a lungo attribuita a Giacinto Andrea Cicognini, autore di due libretti storici come quelli de “Il Giasone” di Francesco Cavalli e de “L’Orontea” di Antonio Cesti. Ma l’evidente squilibrio stilistico fra questi due testi e quello, pesantemente retorico, de “Il tradimento per l’onore”, ne mise in dubbio la paternità, che fu infine riconosciuta all’avvocato e letterato veneziano Francesco Sramboli. L’opera di Sciarrino, la settima della sua prestigiosa produzione per il teatro musicale, fu data in prima assoluta il 19 maggio 1998 al Rokokotheater di Schwetzingen, in Germania. Il libretto, scritto dal compositore stesso, racconta dell’amore fra due sposi, il Malaspina e la Malaspina, amore che viene turbato dalla passione che il servo di casa e l’ospite nutrono nei confronti di lei. L’ospite è ricambiato dalla donna e il servo, che ha ascoltato le loro espressioni amorose, per meschina gelosia li denuncia al Malaspina. Questi, dopo aver apparentemente perdonato la sposa, le rivela la presenza del cadavere dell’ospite spalancando le cortine del talamo nuziale. Subito dopo toccherà a lei perdere la vita. Al Malaspina, consumato il duplice assassinio per onore, non resta che piangere sul suo delitto, che l’ha privato della donna amata. L’opera si conclude con un Congedo in prima esecuzione assoluta, un madrigale con strumenti e cinque voci, che restituisce la tragedia alla sua classica funzione catartica, auspicando che “l’orrore che fu visto/Non ci sporchi di sangue”, quindi non ci contamini con la sua negazione della vita, ma venga invece consegnato alla memoria. Dopo la tragedia, afferma Sciarrino, “ho bisogno che torniamo a casa puliti e non sporchi di sangue. Il congedo serve a questo”. Ma serve anche a definire la rigorosa struttura di quest’opera, che, se si chiude con un Congedo, si apre in simmetria con un Prologo, nel quale una voce dal foyer canta una melodia cinquecentesca di Claude Le Jeune su testo di Gilles Durant de la Bergerie, rielaborata da Sciarrino; la voce si chiede ripetutamente che cosa sia accaduto (“Qu’est devenu”) alla bellezza dell’amata, con la quale ha vissuto tante ore di felicità. La musica del Prologo subisce poi un processo di progressivo disfacimento e dissoluzione nel corso dei tre intermezzi strumentali, pur rimanendo riconoscibile: una metafora del graduale ma inesorabile sfaldamento dell’animo umano fino alla consumazione della tragedia. Fra Prologo e Congedo si svolgono due atti, l’uno ambientato all’aperto nel giardino dei Malaspina (solo l’ultima scena è immaginata all’interno), l’altro al chiuso della casa. Così si dà alle espressioni dell’amore una collocazione ariosa, ridente, mentre il progressivo maturare della tragedia è accompagnato da un’ambientazione quasi soffocante. Un’altra simmetria nella drammaturgia dell’opera si registra fra inizio e conclusione, giocando sul nome dell’illustre casato degli sposi. All’inizio la mala spina è quella che ferisce ad un dito la Duchessa mentre coglie una rosa, incidente che provoca lo smarrimento ed il conseguente svenimento del Duca; questi, nel finale, mentre ferisce a morte la sposa dopo averle mostrato il cadavere dell’ospite, le dice: “È vostra questa spina, io voglio pungervi”; una mala spina, quest’ultima, di cui quella della prima scena è anticipazione e figura. Se la struttura drammatica dell’opera è tradizionale, la musica, al contrario, è letteralmente inaudita, al punto da stordire. Lo afferma uno che la conosce bene per averla concertata e diretta più volte prima di quest’ultima al Teatro Malibran, cioè il maestro Tito Ceccherini, grande esperto del repertorio contemporanea. È la vocalità, in particolare, che sorprende fino al punto da apparire sconcertante, secondo la logica di uno sperimentalismo estremo che potrebbe anche apparire autoreferenziale se non fosse il risultato di un pluriennale lavoro di ricerca svolto da Sciarrino sull’uso della voce. Il compositore parla di una “monodia assoluta” che “naviga nel vuoto”. All’ascoltatore giunge una sorta di parlato intonato – che talvolta diventa solo parlato – basato su note ora tenute a lungo, ora solo toccate, ora elaborate con melismi. Il risultato è una vocalità spezzata, balbettata, affannosa e nevrotica, che trasmette il senso di una perpetua incertezza esistenziale. L’orchestra è presente in “figure molto piccole e sintetiche” (Ceccherini) come accompagnamento del parlato intonato ma anche come sottofondo, a suggerire l’atmosfera delle singole scene, cioè ad alludere al contesto ambientale o psicologico in cui sono collocate. È quasi afasica nel primo atto (salvo il finale), ove si fa viva con pochi suoni quasi impercettibili e stilizzati a ricreare la vita che abita il giardino dei Malaspina, dal canto degli uccelli al rumore del fiume ed al respiro del vento; più eloquente nel secondo, con sonorità sinistramente e magistralmente evocative della tragedia che sta maturando prima di tutto nella mente dei protagonisti. Sotto la guida esperta e affidabilissima del maestro Tito Ceccherini, coadiuvato molto bene dall’orchestra del Teatro La Fenice in organico ridotto ma completo nelle sue componenti, tutti gli interpreti sono apparsi preparati ed adeguati, nonostante le immaginabili difficoltà ad adattarsi ad una vocalità così estranea agli schemi abituali. Sono il mezzosoprano polacco Wioletta Hebrowska (La Malaspina), il basso-baritono tedesco Otto Katzameier, che si segnala per particolare convinzione ed incisività (Il Malaspina), il controtenore Carlo Vistoli (L’ospite), il tenore Leonardo Cortellazzi (Un servo), il soprano Livia Rado (Voce dietro al sipario). Lo spettacolo confezionato dal regista Valentino Villa risponde alla giusta necessità di illustrare con chiarezza la vicenda, il che viene fatto con puntualità e professionalità, anche attraverso un accurato lavoro sui singoli personaggi. In palcoscenico si muovono anche tre figuri nerovestiti con un volatile in luogo della testa, della cui funzione simbolica, qualunque essa sia, si potrebbe comunque fare a meno. Se la vicenda, infatti, prevede un palcoscenico essenziale, è giusto rispettarla, perché anche questa nudità è parte dello spettacolo e può essere positivamente utilizzata nella drammaturgia. Le scene di Massimo Checchetto, semplici ed illustrative anch’esse, sono in tutto funzionali alla impostazione dello spettacolo voluta dal regista. Quella d’apertura mostra l’interno d’un abitazione fatiscente che incomincia ad essere invasa dalla vegetazione. La scelta è finalizzata, secondo quanto dichiarato da Villa, a sottrarre la vicenda ad una dimensione banalmente cronachistica per consegnarla ad una ripetitività ciclica; per collocarla, quindi, mi sembra, in una dimensione simbolica, ove quanto di tristemente ripetitivo c’è nel tradimento d’amore e nel delitto d’onore che ne consegue, possa assumere un valore d’archetipo come nella tragedia classica. La stessa intenzione pare trovare conferma nel finale, quando i vari ambienti che si sono visti in precedenza – l’abitazione diroccata invasa dalla vegetazione, un salotto-biblioteca, una camera da letto – vengono fatti ruotare circolarmente, ad indicare la perenne attualità e la ripetitività acronica della vicenda di amore e morte. Felicemente funzionali all’impostazione generale dello spettacolo sono apparsi sia i costumi contemporanei di Carlos Tieppo, sia le luci puntuali e suggestive di Fabio Barettin. Alla pomeridiana del 14 settembre, alla quale si riferiscono queste note, lo spettacolo è stato accolto, nonostante l’impegno richiesto agli spettatori, con un consenso cordiale, che dà soddisfazione a tutti coloro che credono che la cultura viva anche di creatività e di rischio, non di ripetitività. Adolfo Andrighetti
L’Istituto Provinciale per l’Infanzia “Santa Maria della Pietà” di Venezia, in collaborazione con la Fondazione Museo del Violino Antonio Stradivari di Cremona, polo d'eccellenza riconosciuto a livello internazionale nel settore degli strumenti ad arco, promuove “I violini di Vivaldi. Venezia-Cremona, la via della musica”, un articolato progetto con la finalità di studiare, conservare, restaurare e valorizzare gli antichi strumenti della propria preziosa collezione, la cui storia si interseca in modo diretto con la parabola artistica di Antonio Vivaldi, il più celebre tra i maestri attivi nell’insegnamento della musica alle fanciulle ospiti dell’Ospedale della Pietà, fondato nel 1346. Ne hanno parlato al Teatro La Fenice, salutati dal Soprintendente Fortunato Ortombina, Maria Laura Faccini, Presidente dell’Istituto “Santa Maria della Pietà” e Gianluca Galimberti, Sindaco di Cremona e Presidente del Museo del Violino. Cremona continua ad essere ancor oggi legata all’arte dei liutai nel nome di Stradivari La collezione dell’Istituto Provinciale per l’Infanzia “Santa Maria della Pietà”, è riconosciuta come rarissimo complesso di strumenti “barocchi”, provenienti da un’unica e antica Cappella Musicale e non sottoposti a manipolazione per l’esecuzione moderna. Quasi tutti gli strumenti hanno cessato l’uso continuo intorno alla fine del XVIII secolo, quando il violino non aveva ancora compiuto l’intero percorso evolutivo, quindi la maggior parte si presenta ancora allo stato originale. La raccolta dell’Istituto della Pietà costituisce, dunque, una grande fonte di informazioni sugli strumenti ad arco della fine del XVIII secolo, da cui gli studiosi possono trarre preziose indicazioni e conoscenze. Altrettanto, il museo di Cremona conserva il ‘cuore’ della cultura delle liuteriua italiana e tutt’oggi è una realtà di straordinaria importanza per tramandare l’arte del liutaio, così come fu ai tempi di Stradivari. Il progetto “I Violini di Vivaldi”" è promosso da Istituto per l'Infanzia "Santa Maria della Pietà" Venezia e Fondazione Museo del Violino Antonio Stradivari Cremona ed è realizzato in collaborazione con Istituito di Istruzione Superiore Antonio Stradivari Cremona, Cultural District of Violin Making Cremona, Fondazione Cariplo, Michelangelo Foundation e Fondazione Cologni dei Mestieri d'Arte.
Sono sempre più diffusi, tanto da cominciare a rappresentare un problema. Sono gli smartwatch che portati al polso come un normale orologio, in realtà svolgono mille funzioni in connessione con la rete internet e con tutte le informazioni che in essa sono contenute. Per queste potenzialità l’inglese “Independent Commission on Examination Malpractice” ha diffuso con il suo rapporto finale una raccomandazione: “vietare ogni tipo di orologio durante gli esami in tutto il Regno Unito”. La commissione per un anno ha studiato i metodi più diffusi tra gli studenti inglesi per barare nelle scuole di Inghilterra e Scozia e secondo Sir John Dunford, chairman della commissione, oggi è “quasi impossibile distinguere tra i normali orologi e gli smartwatch. Può sembrare che una persona indossi un orologio normale, poi preme un pulsante e diventa un oggetto che manda email. I giovani dicono di guardare l’ora e invece usano l’orologio per guardare le loro e-mail e Google Se non si vietano tutti gli orologi, penso sia molto difficile vigilare in un’aula di esame”. Secondo i dati ufficiali, nel 2018 in Inghilterra sono stati 2.735 gli studenti segnalati alle autorità per aver barato durante gli esami pubblici. La miniaturizzazione offre comunque mille altri aggeggi che nemmeno 007 avrebbe mai immaginato Le raccomandazioni del “Independent Commission on Examination Malpractice” sono andate oltre: secondo la commissione, infatti, la crescente “miniaturizzazione” della tecnologia ha reso più facile per gli studenti imbrogliare. Il rapporto afferma che è impossibile redigere un elenco esaustivo di dispositivi che potrebbero essere utilizzati dagli studenti, ma punta il dito contro micro-telecamere nascoste nel risvolto delle giacche, gli occhiali di Google, sulle unghie finte che nascondono un microfono e le custodie delle calcolatrici che possono nascondere un cellulare. Infine, la Commissione si è raccomandata di scandagliare con regolarità il “dark web”, dove fiorirebbe un ricco mercato “dei questionari venduti ai candidati prima dell’esame”.
Bastano tre dati per spiegare quanto sia oggi importante il ruolo, che può essere svolto da un amministratore condominiale, sia per quanto riguarda gli edifici residenziali, sia per quel che attiene a condomini particolari, quali i centri commerciali e le strutture industriali condivise (i capannoni nei quali operano diversi ‘inquilini’). Il primo dato dice che a livello nazione una costruzione su sette è abusiva (la percentuale nel Veneto scende a 1 su 14) e comunque, essendo la maggior parte degli edifici precedenti agli anni ‘80, hanno una livello di sicurezza costruttiva che non sarebbe permesso oggi. Altro dato è quello della scarsa conoscenza, che i condomini hanno della loro proprietà immobiliare: il 57% dichiara di non conoscerne l’anno di fabbricazione. Infine, il 36,5% delle abitazioni è a rischio sicurezza a causa della vetustà dell’edificazione e del degrado dei materiali costruttivi, che colpisce il 75% delle abitazioni. Per questo, gli amministratori condominiali, che hanno precise responsabilità anche penali in relazione alla sicurezza, si propongono oggi come un presidio fondamentale di presenza sul territorio: Francesco Burrelli, Presidente di ANACI (Associazione Nazionale Amministratori Condominiali ed Immobiliari), lancia da Venezia la campagna “Del bene comune, dell’interesse comune, dell’immagine comune”, che presto, dopo il Veneto, coinvolgerà altre regioni a partire da Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige. L’obbiettivo è quello di “cambiare il paradigma, per cui la manutenzione delle parti comuni dell'edificio è definita, nell'immaginario collettivo e nei principi di economia, null’altro che un costo”. A fargli eco, in occasione dell’evento inaugurale a Venezia, è lo stesso sindaco della città, Luigi Brugnaro, che definisce gli amministratori condominiali “sentinelle della sicurezza”, proponendo un vero e proprio ‘patto’, perché siano referenti sul territorio delle condizioni della città. Tale funzione potrà essere certamente agevolata dal Registro Anagrafe della Sicurezza, che dal convegno veneziano comincia a muovere i suoi primi passi: uno strumento web, che evidenzia i compiti dell'amministratore come legale rappresentante del condominio e le implicazioni, che ciò comporta in termini di responsabilità. L’impegno degli amministratori condominiali sarà ora anche quello di far comprendere come la manutenzione sia un investimento, perché se dall’azione conservativa su un bene collettivo deriva un interesse comune, il beneficio del singolo diventa la somma di soddisfazioni, raggiunta da ogni singolo partecipante.
Al grande pubblico cinematografico il suo nome risulta sicuramente sconosciuto. Tuttavia lo spettatore televisivo ricorderà quel ‘Maresco e Ciprì’ che festeggiati dal coraggio di Enrico Ghezzi e Marco Giusti, imperversarono in televisione dal 1992 al 1996 rappresentando il peggior mondo possibile in una Sicilia totalmente brutta e cattiva e mafiosa dove il grottesco della realtà si inabissa nella più infame rozzezza e crudeltà. Il lavoro con Ciprì ha aperto un mondo sub-umano trascurato e dimenticato, un cinema che scandaglia la bassezza, la miseria, l’incompletezza dell’uomo, toccando le pieghe più grottesche ed infime del suo degrado in un ambiente contornato di ruderi e macerie di resti industriali ed urbani. Il loro sodalizio, prima di interrompersi, crea lungometraggi di fortissimo impatto come “Lo zio di Brooklyn”, “Totò che visse due volte”, “Il ritorno di Cagliostro”. Franco Maresco abbandonato il sodalizio, torna a Venezia con “Belluscone” nel 2014, dove vince il premio della Giuria. Ora in Concorso arriva con il lungometraggio “La mafia non è più quella di una volta”. A 25 anni dalle stragi di Capaci e Via D’Amelio Maresco decide di fare un nuovo film, traendo forza da un suo recente lavoro dedicato a Letizia Battaglia (una delle 11 donne che hanno segnato il nostro tempo). Poco più di trenta minuti per raccontare i segreti di un’artista. Più volte Letizia ha sottolineato di non voler essere considerata la fotografa della mafia degli anni ‘70 ed ‘80. Ed infatti nel docu Maresco evidenzia suoi momenti privati e toccanti come quando, giovanissima e non ancora fotografa, incontrava, inconsapevole, un Ezra Pound ormai disilluso che le insegnava quello che sarebbe diventato il suo credo di vita: “Strappa da te la vanità”. Qui le fotografie di Letizia assumono un valore nostalgico, diventano una reminiscenza etica, il suo sguardo calato dentro la sua storia personale. Tutto quello che in “La mia battaglia”, realizzato per il MAXXI, era pathos, voglia di rinnovamento, qui diventa un gioco devastante e nichilista. Il film in concorso a Venezia inizia laddove finiva “Belluscone” con Ciccio Mira che diceva: “Non frequentare mafiosi perché la mafia non è più quella di una volta”. Nel cast Matteo Mannino, produttore di feste in piazza; Cristiano Miscel cantante neomelodico; Franco Zecchin, fotografo. Qui Maresco mette insieme Letizia Battaglia, la fotografa famosa che si è pure impegnata in prima persona attraverso la politica nel riscatto civile della città, e l’impresario delle feste di piazza, palcoscenico su cui spesso confluivano ambizioni artistiche ed interessi legati alle famiglie mafiose e alla loro occulta economia. Il film è una sorta di diario che va dal 23 maggio 2017 al 23 maggio 2018 e Letizia Battaglia è una sorta di Virgilio al femminile a cui il regista chiede lumi rispetto a certe cose strane che lo inquietano. Ne nasce una tenzone, anche scherzosa, ma spesso drammatica. Letizia, nei panni di una anziana prostituta, fuma nella cripta dei Cappuccini, grida la sua indignazione davanti alle commemorazioni ipocrite dei politici, s’intristisce di fronte all’albero di Falcone e chiede se esista una alternativa a questa sagra della porchetta. Così Maresco le introduce la figura di Ciccio Mira, mafioso che si barcamena in un mondo di omertà e, nauseato, dà fondo al suo patrimonio per un evento allo Zen in onore di Borsellino e Falcone. Letizia e Ciccio guardano ad un mondo che non comprendono, verso il quale non c’è adesione. Il film non ha speranza e non ne dà, non contempla una ipotesi che possa frenare la realtà tecnologica sempre più potente, invasiva e pervasiva da cui sembra impossibile uscire. Il grande tema è certamente l’indifferenza delle persone. Anche per la Battaglia i mafiosi di oggi sono antropologicamente diversi da quelli di ieri. Sono andati all’università, conoscono le lingue, si profumano. Li trovi nelle banche, nelle istituzioni, nella polizia. Sono i manager della più florida delle industrie: la droga. Maresco si dimostra molto critico verso le serie televisive che ritiene siano un’abbuffata mediatica sciacalla e mistificatrice che non libera l’Italia e Palermo dal fenomeno mafioso ma aiuta a desensibilizzare le masse rispetto a questo argomento. Ha persino creato fenomeni di seduzione, di fascinazione e di mitizzazione che cancellano completamente la distinzione etica tra chi sta da una parte e chi dall’altra. E s’indigna che al giudice Ingroia sia stata revocata la scorta, ma soprattutto che la gente non si sia mobilitata. Maresco non vede una classe di intellettuali o di artisti che mettano in moto idee e passioni. La cultura è intesa in senso turistico e consumistico in una città che è diventata una supervetrina. Il film, cofinanziato dalla Sicilia Film Commission nell’ambito del progetto Sensi Contemporanei, si pone dunque come un tentativo, per altro riuscitissimo, di creare distacco e dissenso da una mentalità mafiosa tuttora fortissima, forte dell’ironia del regista sempre in bilico tra il grottesco ed il tragico. Mariaterea Crisigiovanni
"Sono diffidente degli omaggi, di qualsiasi tipo essi siano...”: parole di Francesco Rosi. E Venezia 76, a quattro anni dalla sua scomparsa, presenta il documentario fuori concorso “Citizen Rosi” firmato dalla figlia Carolina in co-regia con Didi Gnocchi, dalle stesse prodotto e finanziato e distribuito dall’Istituto Luce. Un atto di amore di Carolina, iniziato nel 2013, quando Rosi era ancora in vita e si chiedeva, sconfortato per il degenerare del paese, a cosa fossero serviti il coraggio e la resistenza del passato. Nel 1958 Francesco Rosi presenta alla Mostra del Cinema il primo dei suoi 18 lungometraggi “La Sfida” (premio speciale della giuria), dove narra l’evoluzione della criminalità napoletana. Qui il giovane Rosi crea un gioco di luci ed ombre con un perfetto movimento delle figure all’interno del quadro narrativo. È il suo modo per pagare un debito a Visconti del quale era stato assistente nel memorabile “La terra trema” del 1948. Nel 1963, con “Le mani sulla città” si merita il Leone d’Oro, seppure il pubblico lo fischiasse violentemente. Nel 2012, sempre a Venezia gli viene conferito il Leone d’oro alla carriera. Ed ora a Venezia, nel lavoro di sua figlia, possiamo cogliere fortemente come gli entusiasmi del passato abbiano poi ceduto il posto ad una visione più amara anche se fino all’ultimo il suo cinema, nel tentativo di comprendere il mondo, non abbia mai rinunciato al tentativo di migliorarlo. Carolina ha registrato molte conversazioni col padre, ed il corpo del documentario trova inseriti i filmati di Rosi che si stabilisce a Montelepre per trattare con la povera gente senza speranza, e per vedere il cortile di Castelvetrano dove fu fatto ritrovare il corpo di Salvatore Giuliano cui venne ordinata la strage di Portella della Ginestra. Il film “Salvatore Giuliano” del 1962, riproduce un passaggio della strategia degli uomini del potere che non scendono mai allo scoperto. Questo è uno degli aspetti più caratteristici del cinema di Rosi: l’analisi del ‘gioco dei potenti’, la loro tattica difensiva, la loro capacità sotterranea di persuadere ed imporsi ai sudditi. (Curioso fu il divieto, dell’allora direttore della Mostra del cinema Luigi Chiarini, a proiettarlo definendolo ‘un documentario’. E Rosi ci dice “A chi sosteneva questo gli avrei dato un cazzotto in testa...”). Rosi ha percorso i sentieri narrativi più vari, cambiando tecniche, sperimentando sempre nuove strutture. Non possiamo annoverarlo tra quei registi, seppur di enorme forza, che fanno sempre lo stesso film come Fellini, Bertolucci o Visconti. Quello di Rosi è prima di tutto un cinema di testimonianza: vuole cogliere la realtà attraverso gli occhi di un personaggio-testimone. Volontè in “Cronaca di una morte annunciata”, la figlia Carolina, nel ruolo della giornalista in “Dimenticare Palermo”, Ventura in “Cadaveri eccellenti”, sono personaggi che cercano, indagano, ricordano. Nel suo omaggio al padre Carolina Rosi riporta alcune vecchie interviste del regista, molti struggenti ricordi familiari con Rosi che parla alla piccola figlia del suo lavoro, testimonianze di giornalisti come Furio Colombo, di magistrati come Roberto Calia, di scrittori come Saviano con cui Rosi riflette sulla legalizzazione delle droghe. Nel docu emergono salienti episodi di ingiustizia come quello di Craxi che proibì al quotidiano “Avanti” di recensire “Dimenticare Palermo” perché il film sosteneva la necessità di legalizzare le droghe per sconfiggere l’immenso potere della mafia. In Rosi, ed il docu lo chiarisce, politica e cinema finiscono per influenzarsi a vicenda; se il cinema è la creazione di mondi paralleli al nostro, la politica diventa la presa in esame di tutte le possibili varianti. Il regista impiegava anni a documentarsi. Per “Lucky Luciano” aveva incontrato a New York il capo della Narcotic Bureau e lo aveva convinto ad interpretare se stesso. In “Mani sulla città” compare il consigliere comunale del PCI napoletano che si scaglia contro il palazzinaro Rod Steiger. Il film, in uno sfavillante bianco e nero, parla dell’abusivismo edilizio legato alla corruzione politica. Argomento che come sappiamo continua a seminare stragi. La politica nel suo cinema è presente in maniera diretta e forte, ma quasi sempre riesce a farsi narrazione. I drammi dell’Italia, le tragedie non evitate, le uccisioni della mafia, diventano pretesti drammaturgici. Il suo obiettivo è studiare, conoscere, far conoscere i segreti ingranaggi del potere, e tuttavia in nessuno dei suoi film propone soluzioni, né crede in una rivoluzione repentina. Lo ascoltiamo mentre dice “A me piace vivere, mi piace la materia, godere anche delle piccole cose come il lavoro degli artigiani. Questa è la parte di me in contrasto col pessimismo razionale che mi pervade”. Mariateresa Crisigiovanni
Ed eccolo, il premio Oscar per “Tutto su mia madre” del 1999, che dopo il suo ventiduesimo lungometraggio, incanta Alberto Barbera e riceverà un giusto tributo alla Mostra del Cinema con una motivazione strepitosa che lo dichiara tra i più autorevoli registi spagnoli. Sarcastico ai limiti del cinismo e nello stesso tempo leggero e melodrammatico, tragico, fosco, buffo e dissacrante. Viene da chiedersi che cosa potrebbe rappresentare Almodovar per il Cinema se il suo sguardo indiscreto così sagace, attento ed anticonformista, non si fermasse troppo spesso alla superficie delle cose: potremmo pensarlo un nuovo Bunuel. Tuttavia questo limite è anche innegabilmente una sua personalissima caratteristica. Nelle pieghe di un quotidiano greve e dominato dalla disillusione e dal menefreghismo, da una vita sessuale ambigua e tuttavia senza sorprese, il nostro regista ci rivela un mondo fantasioso ed irriverente, sottilmente pervaso di cinismo. Nelle sue sceneggiature il kitsch, la sovrabbondanza di elementi narrativi eterogenei, l’omosessualità ostentata si uniscono al brio ed all’arguzia che le avvicinano a quelle di Woody Allen con in più le ardite ritmiche slang di Tarantino. La superficialità di Almodovar è strutturale, gratta l’epidermide delle cose per trarne quasi l’essenza. Ma ciò che ci incanta nei suoi film più maturi è la fluidità drammaturgica, dove più che ragionare sul concetto di messa in scena e sul significato del ‘riprendere’ come strumento di osservazione ed interpretazione, si lascia andare ad un gusto languido per il ricordo e la citazione. A dispetto, o forse proprio a causa, della sua ferrea educazione religiosa, Almodovar quando iniziò a scrivere “Tra le Tenebre”, il suo primo film, si rese conto che Dio era sparito dalla sua mente e quindi decise che se Dio non era presente “per lo meno sarebbe stato assente. In fondo è un altro modo di essere”. Il soggetto del film era la pietà per l’essere umano nella sua abiezione, un sentimento abbastanza cristiano, anche se le sue espressioni oscillano fra l’idea di Don Bosco che protegge i vagabondi offrendo loro una casa e lavoro, fino a Jean Genet che li aiuta ad uccidere e rubare. Il mondo di Almodovar è sostanzialmente ‘finto’, inventato, anche quando sembra palpitare di passioni primarie come in “Parla con Lei” o “Tutto su mia Madre”. Nasce dalla ricerca e quindi dalla costruzione della naturalezza del sentimento, della passione. Il desiderio, così centrale nella sua poetica, (al punto che la sua casa di produzione col fratello Augustin si chiama EL DESEO) ha una natura intimamente mimetica per cui “si desidera non solo il qualcosa, ma si desidera soprattutto il come”. L’educazione cinefila di Almodovar consiste in un continuo rifare, ripetere, riprendere e variare con frequente uso della citazione. I giovanissimi collegiali de “La Mala Educacion”, vessati da un’opprimente situazione, guardando al cinema “L’Angelo del Male” e “Teresa Raquin” solennemente sottolineano “stanno parlando di noi”, pensando alle conseguenze del crescere in ambienti poveri e brutali, schiantati da passioni ingestibili. Almodovar stesso ci dice: «Come Alida Valli in “Senso” o James Mason in “Lolita” m’interessano quelli che amano, piuttosto che l’oggetto della loro passione. Perché chi ama senza speranza è capace di qualsiasi cosa, da quella più sublime a quella più disprezzabile». I suoi film, per sua dichiarazione, sono tutti personali. Non esplicitamente, ma per quello che c’è dietro i personaggi, i luoghi, gli ambienti: la Spagna franchista e quella della movida. Almodovar è cresciuto nell’oscurità dei conventi religiosi come nella Madrid degli anni 80. Non ha subito violenze, ma c’è cresciuto in mezzo, perché i dormitori non hanno segreti. Egli stesso dichiara di non sapere come le ‘sue’ donne, che a frotte popolano i suoi film, riescano a sopravvivere. Ma lo fanno, come ce la facevano le donne della Spagna poverissima che il regista ben conosce, un paese retto dalla loro forza nonostante il machismo imperante. I suoi film sono autobiografie o autofinzioni, come si esplicita nel suo ultimo lavoro “Dolor y Gloria”, ovvero le età del regista e della sua innocenza, bimbo e ragazzo inquieto, uomo e artista di fama, qui in crisi di ispirazione dopo molti successi, che si lascia andare nelle acque di una piscina prima di immergersi, quasi come in una seduta psicanalistica, nella propria esistenza, ed in quella del suo cinema. Passato e presente, incontri ed errori, figure reali ed apparizioni oniriche: realtà e finzione si mischiano e poco importa sapere cosa viene dalla ‘vera’ vita del regista, e cosa invece appartenga a quella del personaggio. Tutto è racconto, esiste nelle immagini del cinema di Almodovar che di questa vita si è nutrito, dichiarandone i passaggi e le esitazioni, gli slanci e la memoria. Nel suo ultimo film il regista si rimette in scena con nuova sincerità, sapendo di non poter essere più lo stesso, sapendo che ogni tempo, personale e storico, richiede un passo diverso. Cosa accadrà in futuro? Forse Almodovar, oggi settantenne ed acciaccato, non girerà più … o forse ancora e ancora, per non rinunciare a ciò che più lo motiva ed affascina: la risposta del pubblico, il silenzio in sala alla fine della proiezione. Ci dice Almodovar: «I silenzi possono essere di due tipi, quelli contrariati e quelli di quando il cuore è così vicino alla storia passata sullo schermo, che le parole non possono trovare spazio». Mariateresa Crisigiovanni

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I numeri che escono dal Forum della Pubblici Amministrazione, la tre giorni in corso a Roma, non possono non preoccupare. «Rischiamo di avere corsie degli ospedali vuote, meno agenti di polizia nelle strade e un aumento ulteriore ed insostenibile dei tempi di erogazione dei servizi previdenziali. Siamo a rischio collasso della tenuta dei servizi pubblici» denuncia il segretario generale della Fp Cisl Maurizio Petriccioli. I numeri: l'età media del personale è di 50,6 anni, e sale oltre i 54 anni nei Ministeri, alla Presidenza del Consiglio, nelle Prefetture o negli Enti Pubblici non economici. Gli over 60 sono il 16,4% e gli under 30 solo il 2,8%. Attualmente il personale stabile della Pa che ha compiuto 62 anni è di oltre 500.000 persone (il 16,7% del totale) e circa 154 mila persone hanno maturato oltre 38 anni di anzianità così superando la fatidica ‘quota 100’ che permetterebbe il pensionamento. E secondo le stime delle organizzazioni sindacali, potrebbero essere 500.000 i dipendenti pubblici che, tra pensioni di vecchiaia, "opzione donna", pensioni anticipate e "quota 100", potrebbero lasciare la Pubblica Amministrazione nell’arco dei prossimi tre anni. E i soldi per assumere nuovo personale e rimpiazzare i pensionati non ci sono. I dipendenti hanno perso potere d’acquisto, sono vecchi e puntano ad andare in pensione al più presto Non ci sono nemmeno i fondi per il rinnovo del contratto che pure sarebbe in discussione da anni: attualmente la retribuzione media dei dipendenti pubblici è sostanzialmente invariata rispetto a quella del 2009, cioè è pari a circa 34.500 euro, ma con oltre 3.000 euro in meno rispetto al solo recupero del potere d'acquisto. E pesa il dato relativo a tutto il vasto comparto della scuola dove la media no arriva nemmeno a 29.000 euro. La Ministra Giulia Bongiorno, sulla quale ricade il titolarità della Pubblica Amministrazione di fatto conferma i dati quando dice che «Nel 2019 ci saranno 150 mila cessazioni con la legge Fornero e 100 mila con 'Quota 100', per un totale di 250 mila» e parla della necessità di rivedere la formazione universitaria con specifici corsi rivolti a chi vuole un posto pubblico e con concorsi regionali per limitare l’immigrazione interna.

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