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ALLA FENICE SI SCOPRE L'UMANITA' DI OTELLO

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Inizierà nel prossimo Novembre l’assemblaggio delle pompe Idrobase, ad alta pressione per idropulitrici e “car washing”, in Algeria: nonostante la difficile congiuntura internazionale, sta infatti subendo una confortante accelerazione, la strategia di sviluppo, che l’azienda veneta persegue sui mercati africani da 4 anni. A sorpresa, nel recente Batimatec Expo ad Algeri, è stato presentato il marchio dell’azienda Dolly Pumps Algeria by Idrobase, nata da una collaborazione con imprenditori locali e che porterà ad assemblare le omonime, nuove pompe lanciate ad inizio anno dalla “multinazionale tascabile” ed i cui componenti arriveranno in Africa dagli altri stabilimenti del gruppo; una volta montate in loco, quelle Dolly Pumps saranno destinate ai mercati di Algeria e Paesi sahariani. I primi riscontri hanno già portato a nuove forniture Idrobase per il mercato algerino, pari ad un milione di euro in attesa che, nel 2027, partano le vere e proprie linee di produzione su licenza nel Paese africano. Idrobase Group, leader internazionale nella componentistica, nonchè nella produzione di idropulitrici e di impianti con acqua in pressione, ha appena terminato una campagna fieristica che, oltre ad Algeri, ha visto l’azienda padovana presente, con le diverse linee di prodotti, alla fiera di Monaco di Baviera (IFAT) dopo quelle di Milano, Shanghai ed Amsterdam. “Nonostante la difficile congiuntura, stiamo investendo sui mercati del mondo, mentre altri stanno alla finestra, aspettando la fine del temporale - sintetizza Bruno Ferrarese, Contitolare di Idrobase Group – E’ in questa logica, che va interpretato il nostro impegno per avviare un impianto di produzione su licenza in Algeria: come già testimoniato da Idrobase Ningbo in Cina, non è un sistema per delocalizzare, ma una necessità per essere più vicini ai mercati locali.” Prosegue, intanto, la trasformazione dei processi lavorativi nell’ “headquarter” di Borgoricco, nel Padovano, applicando la metodologia Lean ed utilizzando l’Intelligenza Artificiale nella catena logistica; sono nati così i 4 modelli di pompe Idro, caratterizzati dal colore amaranto, dando vita ad un modello produttivo, unico nel settore del “misting”, difficilmente replicabile e che consente di controllare l’intero ciclo di vita della pompa: riparazione, sostituzione, rinnovo. “Non ci fermiamo qui, però; dando concretezza allo spirito del Piano Mattei, abbiamo scelto l’Algeria, perché è un mercato competitivo e porta d’accesso all’Africa, dove vorremmo esportare il nostro modello di business in collaborazione con imprenditori locali anche di altri Paesi” conclude Bruno Ferrarese.
Trasformare la crisi in opportunità: è questa la lungimirante visione del primo hub europeo sugli scenari climatici applicati (realizzato dalle società Radarmeteo e Hypermeteo), inaugurato a Pontemanco in un edificio restaurato nel borgo medievale del comune di Due Carrare, in provincia di Padova. Si tratta di un’innovativa realtà imprenditoriale, dove una trentina di professionisti “under 35” (ricercatori, data scientists, esperti in Intelligenza Artificiale), costruendo ed analizzando serie storiche, sono in grado di determinare con precisione il rischio da eventi meteo perfino su piccoli appezzamenti di terreno. Tali analisi sono fondamentali per determinare interventi di adattamento al cambiamento climatico, ma anche, ad esempio, i “premi” delle ormai indispensabili polizze catastrofali; non solo: basti pensare che lo scioglimento dei ghiacciai, alterando la salinità dei mari e delle correnti, obbligherà a ripensare la balistica subacquea. Primi a capirne l’importanza strategica sono stati Terna Forward, Bonifiche Ferraresi Educational ed Asnacodi, che partecipano alla compagine societaria. «Questo hub rappresenta una struttura determinante verso un approccio più consapevole e scientificamente fondato alla gestione del rischio climatico - dichiara il Presidente, Massimo Crespi - La nostra ambizione è mettere a disposizione di imprese ed istituzioni, strumenti e tecnologie capaci di trasformare i dati climatici in conoscenza operativa per decisioni concrete, contribuendo alla costruzione di sistemi territoriali più resilienti e sostenibili.» Il nuovo hub si configura, quindi, come un centro di competenze interdisciplinari, dove il giovane team è impegnato a raccogliere, armonizzare e valorizzare il patrimonio osservativo meteorologico e climatico, a scala nazionale ed europea, con l’obbiettivo di trasformare l’insieme di dati in modelli avanzati e strumenti operativi per supportare imprese, organizzazioni ed enti pubblici nella gestione del rischio, nella pianificazione strategica e nell’adattamento ai cambiamenti in atto. Oltre alla dimensione tecnologica e scientifica, il progetto si distingue per la sua vocazione a creare connessioni tra ricerca, istituzioni e sistema produttivo; l’hub intende, infatti, promuovere sinergie tra mondo accademico e soggetti decisori per contribuire alla diffusione di una cultura della resilienza. “Siamo figli di questa fase storica e ne siamo coscienti – conclude Massimo Crespi - Il nostro orgoglio è avere individuato un’opportunità capace di offrire occupazione a professionalità qualificate, contribuendo a migliorare le risposte alla sfida climatica del nostro tempo: analizzare il passato è indispensabile per attrezzarci al futuro.”
Andrea Garbo, è il nuovo Presidente di ANACI (Associazione Nazionale Amministratori Condominiali ed Immobiliari) Veneto, dando il cambio a Lino Bertin, che rimane in qualità di Vice; Moreno Dalle Mule, è stato nominato Segretario Regionale, mentre Laura Cantoni è Tesoriere. In Consiglio Nazionale ANACI, oltre al bellunese Lino Bertin, siedono il veronese Filippo Mantelli, il vicentino Angelo Carli, il veneziano Angelo Rizzi. Sono state rinnovati anche i vertici delle delegazioni provinciali di ANACI Veneto: Presidenti sono Elisa Morales (Belluno), Andrea Fattorel (Treviso), Sebastiano Barbassi (Venezia), Alfredo Gambato (Padova), Daniele Apolloni (Vicenza), Michele Ischia (Verona). “La gestione sostenibile degli edifici sarà la priorità del nostro mandato 2026-2030: i risultati dovranno essere commisurati all’impegno, andando ad utilizzare le risorse disponibili in questo nuovo paradigma, che ci porterà ad essere ancor di più protagonisti nel comparto immobiliare” afferma il neo Presidente, Andrea Garbo.
Capita alla cultura odierna, anche in ambito teatrale, di smarrire il significato più profondo del mito, visto non come la fonte arcaica di verità essenziali sulla vita e sull’uomo espresse in forma poetica e visionaria, ma come un universo fuori del nostro tempo, da cui prendere le distanze appiattendolo su realtà socio-economiche a noi familiari, oppure affidandolo alla psicoanalisi perché lo renda accettabile per la nostra mentalità, oppure in qualsiasi altro modo in grado di esorcizzare l’imbarazzante antenato. Si prenda ad esempio “Lohengrin”, l’opera scritta e composta da Richard Wagner, nella quale il tema della redenzione, che attraversa quasi tutta la produzione wagneriana, emerge in tutta la sua forza come un’aspirazione universale dell’umanità. Che altro cerca, infatti, Elsa, la principessa del Brabante accusata di aver ucciso il fratello minore Gottfried, se non di essere redenta da una colpa orrenda della quale non può dimostrare di essere innocente? E la redenzione Elsa la cerca in un essere superiore, un inviato di Dio; perché solo Dio può redimere dalla colpa, vera o immaginaria che sia, e dalla morte che alla colpa è legata, certo non l’uomo, che, per quanto eccezionale possa essere, sconta tutti i limiti dei propri simili. Ma c’è un ma. Il mistero divino salva se ci si affida a lui con fiducia assoluta, quindi Lohengrin non può salvare Elsa se la donna nutre dei dubbi nei suoi confronti. Elsa, infatti, vuole conoscere il nome del cavaliere che l’ha salvata, il che significa voler possedere quel mistero che, invece, può solo essere amato. Il nome, infatti, secondo le culture più antiche, racchiude l’essenza della persona; attribuirlo o conoscerlo significa acquisire un potere assoluto sulla persona stessa. Se poi questa persona è Lohengrin, si tratta di un sacrilegio, perché Dio, l’inconoscibile per definizione, può essere capito solo nella misura in cui si lascia capire. Dio si dona, come fa Lohengrin, ma il dono va accolto con assoluta fiducia, altrimenti si corrompe nelle mani di chi l’ha ricevuto. E così capita ad Elsa, che mostra verso Lohengrin la fede devota e incondizionata che di solito si riserva a Dio. Ma poi il dubbio, che nasce non dalla ragione ma piuttosto dall’incapacità di guardare alla realtà per quella che è e quindi di accogliere Lohengrin per quello che è, induce Elsa a chiedergli il nome per ridurre il mistero alla propria dimensione. Così provoca la rottura del suo sposalizio con il cavaliere sconosciuto, cioè la rovina del rapporto dell’anima con Dio. Ma la misericordia di Dio è più vasta dell’infedeltà umana, specie se espiata, come nel caso di Elsa, attraverso un profondo pentimento. Così, mentre Ortrud esulta per il trionfo degli antichi dei pagani sulla fede cristiana, Lohengrin, con la preghiera rivolta al Gral che è un simbolo patente di Dio, ottiene che Gottfried, trasformato in cigno dall’incantesimo della maga, riacquisti la forma umana. E qui Lohengrin si presenta come una sorta di alter Christus in quanto mediatore fra l’uomo e Dio, di cui sollecita la compassione verso Elsa, la donna peccatrice ma dal cuore puro: a conferma che il racconto del cavaliere del cigno si presenta come una splendida metafora del rapporto dell’anima con Dio. Il “Lohengrin” in scena alla Fenice, una coproduzione del nostro teatro con l’Opera di Roma e il Palau de les Arts Reina Sofia di Valencia, è affidato alla regia di Damiano Michieletto, qui ripresa da Amanda Haberpeuntner, coadiuvato dal suo team di elezione: Paolo Fantin per le scene, Carla Teti per i costumi, Alessandro Carletti per il disegno luci, cui si aggiunge Mattia Palma per la drammaturgia. È la prima volta che l’ormai affermatissimo regista veneziano si cimenta con un titolo di Wagner e, nonostante la sua dichiarata propensione per i soggetti non realistici e quindi tratti dal mito o dalla fiaba, l’esito deve considerarsi interlocutorio, quindi non negativo ma perfettibile. Quanto poi dipenda da lui e quanto dal drammaturgo, figura di origine germanica che si sta diffondendo anche nel teatro musicale italiano, è difficile a dirsi e quindi meglio è riferirsi allo spettacolo in generale senza distinguerne le responsabilità fra l’uno o l’altro degli artefici. E lo spettacolo pone al centro il personaggio di Elsa, che non riesce ad elaborare il lutto per la morte del fratellino Gottfried e cerca rifugio in un mondo suo, parallelo a quello reale. Quindi da subito sorge il dubbio su quanto dei fatti corrisponda alla realtà e quanto, invece, sia frutto della deformazione operata dalla fantasia di Elsa, il che non giova alla chiarezza della narrazione. In ogni caso, questa lettura psicoanalitica sembra riduttiva rispetto alla vastità e alla profondità dei temi aperti dall’opera, ma poiché la regia, con o senza drammaturgia, è un fatto teatrale prima che concettuale, è sotto questo profilo che va osservata e capita. Lo spunto di partenza, cioè Elsa schiacciata dal senso di colpa per la morte del fratello, si evidenzia sin dal preludio, il cui splendore luminoso - giustamente citato dal maestro Markus Stenz che dirige e concerta l’opera - si accompagna sul palcoscenico ad una contrastante scena luttuosa, che vede la donna inginocchiata affranta accanto alla vasca da bagno (altro non è, seppure di linea anticata ed elegante) in cui sarebbe annegato il fratello. Ecco, il simbolo diventa la chiave attraverso la quale raccontare la vicenda, in un’alternanza continua, talvolta fin troppo didascalica talaltra meno comprensibile, fra vita e morte. La vita si collega, ovviamente, a Lohengrin, al mondo superno da cui proviene e alla sua irruzione salvifica nella vita di Elsa e del Brabante, nonché allo sposalizio fra l’eroe e Elsa. La morte è quella di Gottfried ed incombe su tutto lo spettacolo dall’inizio alla fine, ma anche quella evocata dalla tenebra e dalla menzogna in cui vive Ortrud. La vita è rappresentata da ciò che ne è un simbolo chiaro ed esplicito cioè l’uovo, presente da solo oppure a grappoli, come, con effetto di grande suggestione, alla fine del Secondo Atto, mentre si prepara la festa nuziale; quell’uovo che viene spezzato da Elsa quando ottiene di sapere da Lohengrin come si chiama, infrangendo il patto di totale fiducia che la legava allo sposo e quindi facendo prevalere il male sul bene. Elsa – ecco un altro simbolo - ne esce cieca e con lei gli altri brabantini, perché il Gral non permette che il segreto della provenienza dei suoi cavalieri sia svelato e quindi ora chiama a sé Lohengrin, che così priverà della luce divina e vivificante di cui è portatore prima di tutto la sposa ma anche la nazione di cui si è fatto nominare protettore. I simboli della morte, invece, sono la già menzionata vasca da bagno e una piccola bara bianca, che rimandano entrambe a Gottfried, il quale talvolta è presente anche fisicamente in scena, come un normale bambino: in alcune situazioni, ove la sua presenza è poco comprensibile, ma soprattutto nel finale, quando la sua entrata in carne ed ossa come principe del Brabante sancisce la vittoria della verità e della luce nonostante l’infedeltà di Elsa, mentre quattro grandi anelli luminosi si intrecciano sopra le teste dei protagonisti con mirabile effetto teatrale ma anche ad indicare che esiste una giustizia superiore che si fa misericordia e ristabilisce il bene nonostante le responsabilità umane. In conclusione, l’impressione è quella di un materiale concettualmente stimolante ma un po’ sparpagliato qua e là, quasi frammentato fra le diverse scene nel tentativo, non ancora riuscito, di centrare in pieno il bersaglio di una drammaturgia coesa e coerente. Ma Michieletto è solo all’inizio dell’esplorazione del magmatico universo wagneriano, a lui sicuramente congeniale, e attendiamo con interesse le tappe successive, che ci auguriamo non manchino. Lo spettacolo nel suo insieme funziona alla grande, con quella abilità tecnica e quel senso del teatro cui il regista e il suo team ci hanno felicemente abituato, la pulita e funzionale organizzazione del palcoscenico nella sinergia dei movimenti tra solisti e masse corali, la puntuale caratterizzazione dei singoli personaggi, la cura del dettaglio. Prezioso il contributo fornito dal disegno luci, che esalta con emozionante efficacia evocativa i vari momenti della vicenda, mentre la semplicissima scenografia (un’alta palizzata lignea a chiudere orizzontalmente e con andamento curvilineo lo spazio sul fondo del palcoscenico) e i costumi di epoca moderna servono a creare l’atmosfera di un mondo senza tempo, privo di una precisa collocazione geografica e temporale, perché ciò che avviene sul palcoscenico appartiene all’umanità in quanto tale. È fin troppo didascalica, però, la contrapposizione fra il bianco degli abiti di Elsa e Lohengrin e il nero di quello di Ortrud. Il cast è disomogeneo soddisfa solo in parte. Spiace dover valutare negativamente il Lohengrin del tenore Brian Jadge, che è al debutto nella parte e forse ha bisogno di studiarla e approfondirla ulteriormente. Il personaggio è molto impegnativo sotto il profilo vocale, perché richiede declamazione incisiva e robusta, ma anche capacità di volare su suoni arei, dolci, sognanti. Se sul primo versante l’interpretazione di Jadge può andare, è del tutto insufficiente sul secondo, quando la necessità di passare dal forte, la comfort zone dell’artista, al piano ammorbidendo i suoni, lo porta a litigare con l’intonazione, come nel saluto al cigno all’inizio e alla fine dell’opera. È problematico, poi, il duetto con Elsa per la monotonia del fraseggio, che non si piega a quelle sfumature di affettuosità che sono indispensabili. E il grande appuntamento di “In fernem Land”, che richiederebbe suoni incantati ed alati, viene mancato, a causa di un’emissione ruvida e non adeguatamente controllata. Più riuscito senz’altro il personaggio di Elsa, affidato alla voce luminosa e risonante, soprattutto nella zona medio-acuta, del soprano Dorothea Herbert. L’artista risulta un po’ affaticata nel Terzo Atto ed è comprensibile, visto l’impegno vocale, attoriale ed emotivo che le è richiesto, per cui il timbro risulta come attutito e la voce “corre” meno, ma nel complesso il personaggio è reso con tutte le sue caratteristiche di purezza ma anche di passionalità e di sofferenza. La coppia malvagia è dominata dal basso-baritono Claudio Otelli, un Telramund travolgente per il fraseggio scolpito con veemenza tellurica e grande robustezza vocale. Se si può registrare qualche momento fin troppo stentoreo e sopra le righe con qualche punta di eccessiva brutalità, non si può però negare che il personaggio sia reso a tutto tondo, grazie anche ad una presenza scenica impattante soprattutto nel restituire il Telramund dopo l’ordalia, rappresentata con un liquido argenteo che scende dall’alto e ustiona il reprobo mentre Lohengrin ne trae giovamento; dal giudizio di Dio che l’ha condannato sancendone l’obbrobrio morale e sociale, Telramund esce lacero, zoppo, scalzo, più torvo ed esasperato che mai, divorato interiormente e fisicamente. Più debole al debutto nel ruolo l’Ortrud del mezzosoprano Chiara Mogini, che riesce a restituirne solo in parte la malvagità quasi ontologica nel suo difendere le ragioni degli antichi dei pagani contro il nuovo Dio, crocifisso eppure vincitore, il bianco rosario sempre esibito e poi alla fine gettato via con rabbia a far capire l’astuta ipocrisia del suo agire. Incisiva e risonante, fin troppo, quando sfoga nell’acuto di forza, all’artista si richiederebbe un centro più omogeneo e compatto, un accento più autorevole, per essere una Ortrud convincente. Ottimo il Re di Anthony Robin Schneider, subentrato all’indisposto Andrea Silvestrelli, che mette in mostra un canto tecnicamente attrezzato e dal bel timbro caldo e rotondo, oltre ad una presenza scenica giovanile che fatica ad adattarsi al bastone e all’andamento claudicante richiesti, chissà perché, dalla regia. Bene nella parte il baritono Äneas Humm come Araldo del Re, che la declamazione richiesta dal ruolo costringe ad un canto sempre un po’ teso ma comunque efficace e adeguato. Ma sul palcoscenico il plauso più convinto deve essere rivolto al Coro diretto dal maestro Alfonso Caiani, che insieme all’Hungarian National Male Choir diretto dal maestro Reichard Riederauer, è protagonista di una prova di altissimo livello per l’imponenza, la compattezza e la grandiosità della resa sonora, dando piena ragione alla posizione fondamentale che Wagner riserva alle masse corali nella struttura drammatica e musicale dell’opera. Eccellente anche la prestazione dell’Orchestra del Teatro, duttile, precisa, pulita, in magistrale equilibrio fra le dinamiche lievi e quelle intense, sensibile e solenne in relazione alle varie situazioni, pronta ad adeguarsi al gesto del maestro concertatore e direttore Markus Stenz. Costui è musicista sicuro ed affidabile, che fa godere la partitura fino in fondo dando il giusto risalto ai momenti topici sia nell’imponenza sia nella delicatezza del suono, curando quelle aperture melodiche che fanno di “Lohengrin” la partitura di Wagner considerata più vicina alla cultura musicale latina. Tutti applauditi, seppure con intensità diversa, gli artefici dello spettacolo alla serale di mercoledì 15 aprile. Ma quando va in porto con buon esito complessivo un’operazione musicale e teatrale di questo impegno, forse è giusto che il senso di gratitudine e di gioia finisca per prevalere sulla valutazione critica, che, seppure doverosa, diventa quasi superflua. Adolfo Andrighetti
Sono mesi di grandi soddisfazioni per la Canottieri Mestre in questo inizio 2026. Il prologo era toccato alla sezione Voga alla veneta, vincitrice per il secondo anno consecutivo della classifica di specialità VIP 750 di voga in piedi; ad accompagnare il primato agonistico era arrivato anche il riconoscimento dell’Onda di Bronzo al merito sportivo per i 50 anni di attività. Lo stesso arco temporale è valso il riconoscimento della prestigiosa Stella al Merito Sportivo, attribuito dal C.O.N.I. alla Canottieri Mestre per il mezzo secolo di successi sportivi in tutte le specialità praticate. Sul piano agonistico, ottime notizie arrivano da canoa e canottaggio. Nella gara interregionale di Ravenna, i vogatori biancoverdi hanno conquistato 4 medaglie d’oro, 2 d’argento e 4 di bronzo; sul gradino più alto sono saliti: Tamir Dolkgan nel singolo pesi leggeri; Angela Dibilio nel doppio under 19; Luca Busetto nel doppio under 17 ed il giovanissimo Alessio Romano nel 7.20 Allievi C. Sulle acque di Peschiera del Garda, il K4 senior (Gregorio Cravin, Edoardo Raul Profir, Matteo Furlan e Marco Pedralli) si è invece laureato campione veneto sui 5.000 metri. Sulla stessa distanza, nella gara di K2, ben tre medaglie d’oro hanno arricchito il medagliere biancoverde: Gabriele Alberti e Riccardo Carturan tra gli juniores; Gioia Bortolotto e Giovanni Carrer nella categoria junior misto; Giorgia Rossi e Cristian Cardinal nella categoria ragazzi misto. Infine, Gregorio Cravin ha vinto anche la gara in K1 senior sui 5.000 metri. Alle vittorie vanno inoltre aggiunte 5 medaglie d’argento e 3 di bronzo. Incoraggianti risultati, infine, dalle gare Canoagiovani, sempre sul lago di Garda, con la doppietta di Virginia Ganzaroli (K1 m.200 e m.2000 categoria CAF); ad arricchire il medagliere sono anche arrivate 2 medaglie d’argento ed altrettante di bronzo.
“Ottone in villa”. E la memoria corre a quel 15 luglio 2020 quando il covid imperversava e sembrava impossibile che potesse lasciare uno spazio, per quanto modesto, all’arte, alla bellezza, alla cultura. Eppure quella sera avvenne il miracolo: in una cornice di singolare suggestione - all’interno di una struttura che riproduceva la carena di una nave in costruzione, le poltrone spostate sul palcoscenico, i cantanti che agivano su una piattaforma collocata sopra il golfo mistico, il direttore e la piccola orchestra sistemati in platea dalla parte dell’ingresso - si trovò il coraggio di mettere in scena, e con ottimi esiti artistici, la prima opera di Vivaldi, appunto “Ottone in villa”; che viene ora riproposta al Teatro Malibran in un nuovo allestimento, con regia e coreografia di Giovanni Di Cicco, scene di Massimo Checchetto, costumi di Carlos Tieppo, luci di Andrea Benetello, coordinamento coreografico dell’Associazione Deos Danse Ensemble Opera Studio. Sul podio uno specialista di indiscutibile valore ed esperienza come il maestro Diego Fasolis. In sostanza è la stessa compagine che dette vita al riuscitissimo esperimento epoca covid, con le sole eccezioni delle luci, allora di Fabio Barettin, e della componente coreografica, non contemplata nel 2020. L’attuale proposta del Malibran rappresenta, è quasi inutile dirlo, un’ulteriore tappa, peraltro già percorsa sei anni fa seppure con tutte le limitazioni imposte dall’emergenza (ma spesso le difficoltà aguzzano l’ingegno e stimolano la fantasia...), di quell’operazione di riscoperta del Vivaldi operistico che la Fenice sta portando avanti da qualche anno (evito l’elenco dei titoli già rappresentati, sono facilmente reperibili): una iniziativa preziosa e meritoria, diretta a valorizzare un compositore tradizionalmente noto soprattutto per i lavori strumentali, eppure in grado di sorprendere ed entusiasmare anche con la sua produzione teatrale. Questa volta lo spettacolo si segnala per la messinscena, caratterizzata dalla presenza, elegante, suggestiva e di incisivo impatto teatrale, di un gruppo di danzatori e danzatrici avvolti in bianche vesti di foggia classicheggiante: una sorta di coro greco che affida la propria presenza alla dimensione corporea e non alla voce, e che accompagna la vicenda ora creando gruppi statici che richiamano struttura e tensione dinamica delle statue classiche, ora dando vita a movimenti danzanti sempre ben curati e intonati a ciò che accade in palcoscenico. Atteggiamenti e movenze possono essere sensuali, drammatici, anche ieratici, e rappresentano una sorta di controcanto indispensabile a quanto accade in palcoscenico, che altrimenti rischierebbe di affogare nel convenzionale e nello stucchevole. È vero, c’è sempre la musica a sublimare vicende sciocche o inevitabilmente datate e casi di questo tipo non mancano nella storia dell’opera, ma ben venga se anche il regista viene baciato dalla grazia e arricchisce di un valore drammatico aggiunto la vicenda. L’effetto teatrale dell’insieme è valorizzato anche dal contrasto cromatico fra il biancore anticato dei corpi e delle vesti di danzatori e danzatrici e il fondale quasi sempre nero, salvo l’immagine sbiadita e come in filigrana di un mosaico in stile pompeiano che appare nel corso del secondo atto. Unico elemento scenico, assolutamente pertinente con il contesto, dei resti di capitelli marmorei, disseminati qua e là. Fra il corpo di ballo e la buca agiscono i solisti e lo fanno con proprietà, ognuno ben caratterizzato secondo la personalità che gli è attribuita dal dramma. Anche in questo si nota la mano di una regia che sa lavorare al servizio della musica e del libretto, pur senza rinunciare a interpretare ed innovare quando serve per mettere in luce il senso del dramma, per renderlo più chiaro ed accattivante al pubblico di oggi. Un contributo prezioso alla narrazione è dato dalle luci, che assecondano l’alternarsi degli eventi e delle atmosfere con puntualità e con efficacia teatrale. I costumi richiamano più o meno direttamente delle fogge classicheggianti e, pur nella loro genericità, si adattano al contesto generale dello spettacolo. La parte musicale è affidata alle mani sicure ed esperte di Diego Fasolis, che sembra raggiungere (o confermare...), in questa circostanza, un sovrano equilibrio fra le parti ritmicamente più sostenute, che sono assecondate ma non esasperate, e quelle a carattere elegiaco, cui viene lasciato il respiro necessario per espandersi e mostrare tutta la bellezza di un melodizzare di commovente suggestione. La compagnia di canto, che migliora per sicurezza e disinvoltura nel corso della rappresentazione, si assesta su di un livello di sicura ed apprezzabile professionalità, pur non raggiungendo picchi qualitativi di eccellenza. Il contralto Margherita Maria Sala è Ottone, l’imperatore infrollito dall’amore per Cleonilla, che lo ricambia cornificandolo in tutti i modi possibili e pretendendo, con perfida astuzia femminile, che lui si scusi di continuo per una trascuratezza, una tiepidezza verso di lei che gli sono assolutamente estranee, al punto da preferire gli erotici ozi in campagna agli impegni politici che lo attendono a Roma. L’interpretazione che ne dà l’artista è nell’insieme appropriata, equilibrata, ma la performance vocale richiederebbe maggior vigore e appare perfettibile nell’esecuzione delle colorature, che dovrebbero essere sgranate con più nettezza. La vera protagonista dell’opera, però, è Cleonilla, di cui il soprano Carlotta Colombo offre una lettura apprezzabile sul piano teatrale, restituendo con credibilità l’anima superficiale e maliziosa di questa donna astuta, che sa usare con grande abilità a proprio vantaggio le armi di cui dispone. Sul piano vocale, ferma restando la correttezza di fondo, lo strumento si dimostra talvolta un po’ esile, facendo desiderare un surplus di incisività e spavalderia. Nel personaggio di Caio, innamorato senza speranza di Cleonilla ma che poi finirà per sposare Tullia, il versante drammatico prevale su quello della commedia, che è invece dominante per esempio in Cleonilla. A lui sono affidati alcuni momenti di grande suggestione lirica e patetica, nei quali l’ispirazione di Vivaldi raggiunge il culmine per la verità e la forza emotiva degli accenti. Il mezzosoprano Lucia Cirillo, cui è affidato il ruolo e che si è fatta ben conoscere in passato dal pubblico veneziano con alcune belle esecuzioni vivaldiane, è forse la più convincente del cast, per una presenza scenica sicura e disinvolta e un apporto vocale stilisticamente impeccabile e di grande duttilità nel rendere sentimenti e situazioni. Tullia si presenta travisata sotto le sembianze di un giovane uomo, Ostilio, per poter avvicinare Caio, di cui è innamorata. Delle leggiadre sembianze di Ostilio si incapriccia alla grande la volubile Cleonilla, ma il giovane, una volta svelata la propria natura femminile ed essersi quindi riappropriato dell’identità di Tullia, riesce a farsi sposare dall’amato Caio, forse non del tutto convinto ma obbligato a piegare il capo di fronte alla volontà augusta di Ottone: quasi una macchietta da commedia dell’arte nel suo essere come uomo cornuto e felice, come sovrano ignavo e negligente, ma pur sempre imperatore e quindi chiamato, secondo le convenzioni del teatro barocco, a sciogliere intricati garbugli conducendoli al lieto fine. Tullia è interpretata con grazia e correttezza dal soprano Michela Antenucci. Il tenore inglese Ruairi Bowe, infine, è un Decio appropriato nei suoi inutili richiami ad Ottone perché si accorga dei tradimenti di Cleonilla e torni a farsi carico della responsabilità imperiale. La sera di martedì 24 marzo il successo non è mancato in un Malibran che presentava qualche posto vuoto rispetto al solito. Adolfo Andrighetti
Non c’è due senza tre, ma anche 4 per Idrobase Group, la “multinazionale tascabile” padovana, premiata ininterrottamente dal 2018 (il 2020 saltò a causa del Covid) con l’ “Excellence Award” per l’innovazione nell’ambito del salone MCE – Mostra Convegno Expocomfort in Fiera a Milano: stavolta, il significativo riconoscimento è stato assegnato al “Fog 70 VAR 3 Touch”, “sparanebbia” dotato di tecnologia capace di modulare la nebulizzazione in funzione dei parametri ambientali (fino a 16 zone indipendenti), comandabile da remoto (dotato di sonda di umidità e temperatura) e con un risparmio fino all’80% nel consumo di energia elettrica (grazie ad un inverter, che permette di modulare la portata della pompa). “L’idea nasce dall’esperienza maturata con l’Orto botanico di Padova, ma può essere facilmente applicata in qualsiasi ambiente chiuso, soprattutto allevamenti o colture sotto serra, cementifici, discariche controllate e compostaggi – precisa Bruno Gazzignato, Contitolare del gruppo con “headquarter” a Borgoricco. In precedenza, l’azienda veneta, leader internazionale nell’utilizzo delle tecnologie per l’acqua in pressione, era stata premiata per soluzioni nella riduzione delle polveri sottili PM2.5 (“Fog App”: modulo di nebulizzazione per uso domestico, controllabile da app, nel 2018), rinfrescamento ambientale naturale (“BKM 3.0”: purificatore d’aria con tecnologia brevettata e certificata, nel 2022), nebulizzazione intelligente ad alta efficienza (“Fog Adiabatico”: sistema ad alta pressione per “dry cooler”, nel 2024). “Ci sono risultati, che nascono da una visione lunga 40 anni: la nostra è Passion for Water – dichiara Bruno Ferrarese, l’altro Contitolare dell’azienda – Crediamo nell’acqua come risorsa naturale, capace di far respirare aria più sana al nostro mondo e siamo convinti che alle parole debbano sempre seguire i fatti: non è solo innovazione, è coerenza industriale, rispetto per l’ambiente e responsabilità verso le prossime generazioni; quando la passione diventa tecnologia, l’acqua diventa futuro.” L’attribuzione del “MCE Excellence Award” arriva a poche settimane dall’ingresso di Idrobase Group nel mercato internazionale delle pompe con la linea “Dolly Pump”, realizzando un modello produttivo, unico nel settore delle idropulitrici e moduli misting; il tour mondiale dell’azienda si trasferisce ora in Cina con la presenza alla fiera CCE di Shangai dal 31 Marzo al 3 Aprile.
E’ iniziata con due vittorie la fase preliminare di volley per le squadre del C.U.S. Venezia, impegnate verso i Campionati Nazionali Universitari, le cui finali si terranno dal 22 al 31 Maggio, organizzate dal C.U.S. Piemonte Orientale. I ragazzi, allenati da Francesco Maria Gianni, hanno sconfitto 3-0 (25-1/ 25-21/ 25-23) il C.U.S. Trieste tra le mura amiche del PalAntenore; il ritorno in terra giuliana è previsto martedì 24 Marzo. Addirittura migliori sono le chance di passaggio del turno per le ragazze biancogranata, guidate in panchina da Luca Scarso: a Trento hanno superato le cussine locali con un perentorio 3-0 (25-19/ 25-14/ 28-26). Il ritorno a Venezia è in calendario il 31 Marzo.
Ha raggiunto il 42% della forza lavoro la presenza di donne in Idrobase Group, azienda veneta, leader internazionale nelle tecnologie dell’acqua in pressione: la notizia assume particolare significato a pochi giorni dalla ricorrenza dell’8 Marzo e dopo avere operato nuove assunzioni soprattutto femminili, alcune delle quali entreranno anche nella linea produttiva delle “Dolly Pumps”, le nuove pompe, con cui la “multinazionale tascabile” padovana si sta affacciando nella produzione del “cuore tecnologico” delle idropulitrici industriali dopo averne conquistato il vertice mondiale nella ricambistica, grazie ai “Dolly Spare Parts”. “Siamo un’azienda del settore metalmeccanico, tradizionalmente dominato dalla presenza maschile, ma dove siamo concretamente impegnati a cambiare stereotipi come il profilo di genere” dichiara Bruno Ferrarese, Contitolare di Idrobase Group. “Il nostro è un segnale di cambiamento culturale e sociale, che va oltre i numeri: la crescita di Idrobase si accompagna ad un’evoluzione dei modelli non solo produttivi, dimostrando che anche nei settori più tradizionali i confini stanno cambiando” aggiunge Bruno Gazzignato, anch’egli Contitolare dell’azienda con “headquarter” a Borgoricco. C’è evidentemente un “genius loci” nel carattere di Idrobase Group: la sfida nei momenti difficili come l’attuale, quando la drammatica contingenza bellica, che sta attraversando il Mondo, comprime gli spazi di intescambio commerciale e riduce mercati come quello del “cleaning”. Nell’ “head quarter” di Borgoricco, però, si progetta il futuro e così, accanto ad assunzioni e nuovi prodotti, si programma la presenza in ben sei fiere nell’arco di tre mesi: pressochè un record per un’azienda innovativa, ma “caravella” nei mari della globalizzazione. Si inizierà da Milano (MCE 24-27 Marzo) per trasferirsi poi in Cina (CCE Shangai, 31 Marzo-3 Aprile) ed Olanda (Interclean Amsterdam, 14-17 Aprile); il mese successivo sarà la volta della Germania (IFAT Monaco di Baviera, 4-7 Maggio) per concludere la “campagna” in Arabia Saudita (Automechanika Riyadh, 4-6 Maggio). “Partecipazioni fieristiche anche in contemporanea sono il segnale della nostra capacità organizzativa made in Italy, apprezzata nel mondo, perchè trasferita sui prodotti e nel servizio post vendita. Dopo l’estate – conclude Ferrarese – saremo presenti anche in Africa a conferma della nostra strategia di consolidamento e conquista di quei mercati. Come ho già avuto modo di dire: oggi più che mai chi si ferma è perduto.”
“A vedere la risposta dei mercati e la preoccupata reazione dei concorrenti possiamo dire che siamo sulla strada giusta”: ad affermarlo è Bruno Ferrarese, Contitolare di Idrobase Group, l’azienda veneta che, già leader mondiale nella componentistica per idropulitrici (Dolly Spare Parts), ha deciso di entrare con una propria linea nel mercato internazionale delle pompe, brevettando il modello “Dolly Pump”, che sarà la forza motrice dei prodotti aziendali. “Abbiamo così costruito un modello produttivo, unico nel settore delle idropulitrici e moduli misting, difficilmente replicabile e che ci consente di controllare l’intero ciclo di vita della pompa: riparazione, sostituzione, rinnovo – aggiunge l’imprenditore veneto – Non è solo una strategia di prodotto e sul prezzo, ma è una soluzione integrata, che fornisce anche un vantaggio in termini di garanzia del prodotto e qualità del servizio.” Già oggi, infatti, i 550 distributori Idrobase riparano, tramite esperti professionisti, le pompe di oltre 20 grandi marchi mondiali. “A permettere tale cambio di strategia – precisa l’altro Contitolare, Bruno Gazzignato - è stata la trasformazione dei processi lavorativi secondo la metodologia Lean che, liberando risorse umane, ha garantito l’avvio di una nuova linea produttiva nell’head quarter di Borgoricco nel Padovano.” Sono nati così i 4 modelli di pompe Idro, caratterizzati dal colore amaranto, nonchè dalla marchiatura Idrobase anti contraffazione su ogni singolo pezzo (addirittura incavata nella carrozzeria), ma soprattutto dalla qualità del “made in Italy” ad un prezzo inferiore a quello dei grandi competitors internazionali e capace di fare concorrenza perfino ai prodotti cinesi. Contestualmente Idrobase Group continua a perseguire l’obbiettivo logistico di trasferire parte della produzione dalla Cina (stabilimento di Ningbo) all’Algeria. “Abbiamo scelto quello Stato africano, perché è un mercato competitivo e per questo porta d’accesso al Continente, dove vorremmo esportare il nostro modello di business in collaborazione con imprenditori locali di altri Paesi – conclude Bruno Ferrarese - Lo ritengo una lungimirante visione del moderno DNA imprenditoriale italiano: considerare gli altri come partner, con i quali costruire un futuro migliore nel reciproco rispetto.”

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La stagione d’opera 2024-25 si inaugura alla Fenice con “Otello” di Verdi: diretto e concertato dal maestro sud-coreano Myung-Whun Chung, scelta sicura e vincente per diverse inaugurazioni del passato e sempre sottoscrivibile con convinzione, trattandosi, a mio modesto avviso, della bacchetta più emozionante e coinvolgente apparsa sui palcoscenici veneziani negli ultimi vent’anni insieme al compianto Jeffrey Tate; con Francesco Meli nel ruolo del titolo, un artista consapevole e tecnicamente ferratissimo la cui adeguatezza vocale per un ruolo così spinto rappresentava però per molti un punto interrogativo, considerato anche che non molti anni fa, sempre a Venezia, era un applaudito Conte d’Almaviva nel “Barbiere” rossiniano; e con la regia di Fabio Ceresa, il cui immaginario, per sua stessa ammissione, “si nutre di costumi grandiosi e maestose scenografie” e che, dopo averci divertito ed ammaliato in Vivaldi, era atteso alla prova con un mondo culturale affatto distante da quello barocco. I motivi di richiamo in questa prima della stagione, quindi, non mancavano e a cominciare dalla scelta stessa del titolo: un’opera imponente non per le dimensioni (non sono queste che fanno il capolavoro) ma per la carica drammatica che contiene e che sprigiona, creando un’atmosfera di tensione che a volte rimane sotto traccia, a volte esplode furiosamente, ma è sempre presente in maniera inquietante e dolorosa dal primo all’ultimo istante. Di questa tensione lancinante si è fatto interprete ideale il maestro Myung-Whun Chung, che ha trovato proprio nei passi più drammatici, se non addirittura tragici, l’estro più felice e la via di una comunicazione diretta e immediata con il pubblico: come nella travolgente, sconvolgente tempesta iniziale o, per portare un esempio opposto dal punto di vista dello scenario sonoro, la morte di Otello. Per il resto racconta da par suo, riuscendo persino a creare un’atmosfera colloquiale, quasi familiare, là dove, come nella scena Jago-Cassio del terzo atto, la tensione rimane latente. Ovazioni per il maestro a fine spettacolo, ben meritate non solo per la conduzione impeccabile della serata ma anche per quanto ha dato fino ad ora al teatro veneziano ed al suo pubblico in tanti indimenticabili spettacoli. Francesco Meli fa onore al principio che, quando si sa cantare, si può cantare tutto (o quasi). Il suo è un Otello vincente e convincente. La declamazione in zona centrale lo trova incisivo ed efficace e anche la salita all’acuto è sicura, salvo un paio di episodi alla fine marginali come nelle due puntature consecutive e di micidiale difficoltà che concludono il monologo del Secondo Atto “Ora e per sempre addio” sulle parole “Della gloria d’Otello è questo il fin” e il selvaggio “Gioia!!” (non per niente con due punti esclamativi nel libretto...) con cui Otello accoglie la notizia dell’arrivo di Cassio nel Terzo Atto. Risultano di alto livello artistico, per contro, il duetto d’amore del Primo Atto, soprattutto nella frase conclusiva “Già la pleiade ardente al mar discende...Vien...Venere splende”, la cui salita all’acuto in pianissimo è tecnicamente impervia mentre il nostro risolve alla grande; e la magistrale esecuzione del monologo del Terzo Atto, “Dio mi potevi scagliar tutti i mali”, nel quale Meli esprime tutta la stanchezza e la desolazione di Otello mentre guarda alla propria vita che sta piombando nel baratro dell’insignificanza. Dalla lettura che ne dà Meli, con uno strumento fondamentalmente lirico ma supportato da una impostazione impeccabile in cui il sostegno perfetto del fiato permette di dare piena risonanza e proiezione alle note, esce un Otello profondamente umano e quindi tanto più credibile. Certo, in alcuni momenti, come ad esempio nella scena della morte, la tragicità sconvolgente e, per così dire, cosmica, che echeggia in altre esecuzioni, è assente, e al suo posto si trova una sofferenza straziante, sì, ma personale, quasi borghese, non eroica. Ma si tratta di una lettura pienamente convincente, che non scende a patti con la partitura ma la interpreta entro i limiti e le possibilità (ampie, integrate anche dal bellissimo timbro) dello strumento. Lo Jago di Luca Micheletti è il più applaudito e in effetti non manca di nulla. Sa tutto quello che deve fare e lo fa proprio bene, in ogni momento, sostenuto da una voce salda ed omogenea in tutta la gamma, in grado di sfogare con sicurezza in acuto e capace di espressive (anche se non troppo frequenti) variazioni dinamiche. Eppure...Eppure, a causa forse di un’emissione un po’ ruvida, di un timbro che potrebbe essere più limpido, il personaggio risulta troppo sbilanciato verso il lato ‘vilain’, mentre sarebbe più completo se risultasse ancora più sottile, più insinuante, visto che lo stesso Verdi, nell’epistolario, raccomanda che sia raffigurato come una brava persona, affabile, rassicurante, affinché la sua perfidia risulti moltiplicata dall’ipocrisia con cui viene occultata. Ciò riesce molto bene all’artista nella presenza scenica, assolutamente disinvolta e convincente, meno nel canto. Il suo “Credo”, infatti, tanto per portare l’esempio più noto, suona giocato troppo sulla declamazione stentorea e troppo poco sulla sottigliezza degli accenti. La Desdemona del soprano sud-coreano Karah Son è difficilmente decifrabile. L’artista sa fare buon uso del proprio strumento, sa modulare, alleggerire e rinforzare, ma spesso sfoga in alto in modo brusco e con un vibrato fastidioso, mentre il suono dovrebbe aprirsi rotondo, dolce, seppure intenso. Se è vero che Desdemona è un angelo, come ci suggerisce anche il regista, va detto che un angelo, per quanto piagato da sofferenze terrene, non canta così, con un’emissione disomogenea e suoni spesso spigolosi, un timbro asprigno e centri talvolta come sordi, ovattati. Un angelo, insomma, deve trovare espressioni più morbide, più alate, più sublimi. Ed è un peccato, perché si capisce che le potenzialità non mancano. Così la canzone del Salce è ben modulata e altrettanto può dirsi dell’”Ave Maria”, eseguita con emissione raccolta e controllata. Ma la canzone si conclude con un brutto acuto finale filato sulla parola “amarlo”, né si può definire riuscito l’”Amen” con cui termina la preghiera. Il resto del cast è più che attendibile. Peccato solo che il Cassio di Francesco Marsiglia sia tanto fresco, luminoso, giovanile nel canto quanto impacciato sulla scena. Gli altri sono Enrico Casari (Roderigo), Francesco Milanese (Lodovico), William Corrò (Montano), Anna Malavasi (Emilia), l’artista del Coro Antonio Casagrande (Un araldo). E a proposito di Coro, diretto dal maestro Alfonso Caiani, non si può che lodarne senza riserve la prestazione, insieme ai sempre bravissimi Piccoli Cantori Veneziani preparati da Diana D’Alessio. Sul palcoscenico Fabio Ceresa torna a proporre, con esiti sempre felici, il proprio stile fantasioso ed immaginifico, coadiuvato da Massimo Checchetto (scene), Claudia Pernigotti (costumi), Fabio Barettin (luci), Sergio Metalli (video), Mattia Agatiello (movimenti coreografici). L’idea di base è quella di mettere in evidenza la venezianità della vicenda, che si svolge tutta all’ombra della Serenissima pur essendo geograficamente ambientata a Cipro, collocandola all’interno di un palazzo che si apre verso la platea con una trifora il cui stile e i cui decori richiamano quelli della Basilica di San Marco. La proposta dello stile bizantino, attraverso i mosaici, le dorature, le luci, non vuole ovviamente essere una riproduzione calligrafica di quel mondo, ma piuttosto, come spiega bene lo stesso regista che è il caso di citare, la traduzione del “concetto in immagine, perché l’immagine acquisti dignità di simbolo e si trasformi in uno strumento in grado di trasmettere significato e suscitare emozione”. I costumi, anch’essi dorati, contribuiscono alla ricreazione simbolica del gusto bizantino, evocando un’atmosfera ricca e luminosa che contrasta efficacemente con l’oscurità della tragedia che si consuma fra tanto splendore. All’interno di questa cornice i personaggi si muovono con accurata pertinenza rispetto alla situazione che vivono e a ciò che cantano. Desdemona, in particolare, è rappresentata in conformità ad un’iconografia mariana, accompagnata da creature angeliche e fatta agire sullo sfondo di cieli stellati, a sottolineare la sua natura di perfetta innocente all’interno di un mondo segnato dal peccato e dalla colpa. Un contributo non secondario all’efficacia del messaggio teatrale è dato dai bravissimi mimi, che rappresentano il Leone di San Marco, sempre presente accanto ad Otello quando costui è ancora padrone di sé stesso e del proprio ruolo, e l’Idra scura del male, che spinge le sue teste e le sue braccia verso Otello per soffocarlo secondo il diabolico disegno di Jago. Il leone, del resto, nell’opera di Verdi simboleggia sia la Serenissima sia lo stesso Otello; per cui, alla fine del terzo atto, quando Jago trafigge con la spada il mimo che rappresenta il Leone di San Marco, muoiono insieme Venezia e l’eroe che ne incarna la grandezza. Ma nel conflitto tra Leone e Idra, cioè fra bene e male, Ceresa sembra immaginare la vittoria di quest’ultima, con Jago che domina dall’alto, imperscrutabile e imperturbabile, l’agonia di Otello alla fine dell’opera. Un’osservazione conclusiva sulla scelta di presentare un Otello bianco, cioè non di colore. Ha ragione Ceresa quando la motiva col fatto che enfatizzare la componente razziale è riduttivo rispetto alla complessità dei sentimenti di Otello, che vanno oltre la questione del colore della pelle. Tuttavia questa opzione trascura un elemento importante della tragedia, che trae origine dal senso di inferiorità di Otello per la sua diversità etnica rispetto a quel mondo veneziano che pure l’ha accolto come un eroe e per la sua matura seriosità rispetto alla giovanile sfrontatezza di Cassio. Alla fine della serale di venerdì 29 novembre, il teatro gremito al massimo della capienza ha riservato agli artefici dello spettacolo un successo ai limiti dell’entusiasmo. Adolfo Andrighetti

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