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“Ottone in villa”. E la memoria corre a quel 15 luglio 2020 quando il covid imperversava e sembrava impossibile che potesse lasciare uno spazio, per quanto modesto, all’arte, alla bellezza, alla cultura. Eppure quella sera avvenne il miracolo: in una cornice di singolare suggestione - all’interno di una struttura che riproduceva la carena di una nave in costruzione, le poltrone spostate sul palcoscenico, i cantanti che agivano su una piattaforma collocata sopra il golfo mistico, il direttore e la piccola orchestra sistemati in platea dalla parte dell’ingresso - si trovò il coraggio di mettere in scena, e con ottimi esiti artistici, la prima opera di Vivaldi, appunto “Ottone in villa”; che viene ora riproposta al Teatro Malibran in un nuovo allestimento, con regia e coreografia di Giovanni Di Cicco, scene di Massimo Checchetto, costumi di Carlos Tieppo, luci di Andrea Benetello, coordinamento coreografico dell’Associazione Deos Danse Ensemble Opera Studio. Sul podio uno specialista di indiscutibile valore ed esperienza come il maestro Diego Fasolis. In sostanza è la stessa compagine che dette vita al riuscitissimo esperimento epoca covid, con le sole eccezioni delle luci, allora di Fabio Barettin, e della componente coreografica, non contemplata nel 2020. L’attuale proposta del Malibran rappresenta, è quasi inutile dirlo, un’ulteriore tappa, peraltro già percorsa sei anni fa seppure con tutte le limitazioni imposte dall’emergenza (ma spesso le difficoltà aguzzano l’ingegno e stimolano la fantasia...), di quell’operazione di riscoperta del Vivaldi operistico che la Fenice sta portando avanti da qualche anno (evito l’elenco dei titoli già rappresentati, sono facilmente reperibili): una iniziativa preziosa e meritoria, diretta a valorizzare un compositore tradizionalmente noto soprattutto per i lavori strumentali, eppure in grado di sorprendere ed entusiasmare anche con la sua produzione teatrale. Questa volta lo spettacolo si segnala per la messinscena, caratterizzata dalla presenza, elegante, suggestiva e di incisivo impatto teatrale, di un gruppo di danzatori e danzatrici avvolti in bianche vesti di foggia classicheggiante: una sorta di coro greco che affida la propria presenza alla dimensione corporea e non alla voce, e che accompagna la vicenda ora creando gruppi statici che richiamano struttura e tensione dinamica delle statue classiche, ora dando vita a movimenti danzanti sempre ben curati e intonati a ciò che accade in palcoscenico. Atteggiamenti e movenze possono essere sensuali, drammatici, anche ieratici, e rappresentano una sorta di controcanto indispensabile a quanto accade in palcoscenico, che altrimenti rischierebbe di affogare nel convenzionale e nello stucchevole. È vero, c’è sempre la musica a sublimare vicende sciocche o inevitabilmente datate e casi di questo tipo non mancano nella storia dell’opera, ma ben venga se anche il regista viene baciato dalla grazia e arricchisce di un valore drammatico aggiunto la vicenda. L’effetto teatrale dell’insieme è valorizzato anche dal contrasto cromatico fra il biancore anticato dei corpi e delle vesti di danzatori e danzatrici e il fondale quasi sempre nero, salvo l’immagine sbiadita e come in filigrana di un mosaico in stile pompeiano che appare nel corso del secondo atto. Unico elemento scenico, assolutamente pertinente con il contesto, dei resti di capitelli marmorei, disseminati qua e là. Fra il corpo di ballo e la buca agiscono i solisti e lo fanno con proprietà, ognuno ben caratterizzato secondo la personalità che gli è attribuita dal dramma. Anche in questo si nota la mano di una regia che sa lavorare al servizio della musica e del libretto, pur senza rinunciare a interpretare ed innovare quando serve per mettere in luce il senso del dramma, per renderlo più chiaro ed accattivante al pubblico di oggi. Un contributo prezioso alla narrazione è dato dalle luci, che assecondano l’alternarsi degli eventi e delle atmosfere con puntualità e con efficacia teatrale. I costumi richiamano più o meno direttamente delle fogge classicheggianti e, pur nella loro genericità, si adattano al contesto generale dello spettacolo. La parte musicale è affidata alle mani sicure ed esperte di Diego Fasolis, che sembra raggiungere (o confermare...), in questa circostanza, un sovrano equilibrio fra le parti ritmicamente più sostenute, che sono assecondate ma non esasperate, e quelle a carattere elegiaco, cui viene lasciato il respiro necessario per espandersi e mostrare tutta la bellezza di un melodizzare di commovente suggestione. La compagnia di canto, che migliora per sicurezza e disinvoltura nel corso della rappresentazione, si assesta su di un livello di sicura ed apprezzabile professionalità, pur non raggiungendo picchi qualitativi di eccellenza. Il contralto Margherita Maria Sala è Ottone, l’imperatore infrollito dall’amore per Cleonilla, che lo ricambia cornificandolo in tutti i modi possibili e pretendendo, con perfida astuzia femminile, che lui si scusi di continuo per una trascuratezza, una tiepidezza verso di lei che gli sono assolutamente estranee, al punto da preferire gli erotici ozi in campagna agli impegni politici che lo attendono a Roma. L’interpretazione che ne dà l’artista è nell’insieme appropriata, equilibrata, ma la performance vocale richiederebbe maggior vigore e appare perfettibile nell’esecuzione delle colorature, che dovrebbero essere sgranate con più nettezza. La vera protagonista dell’opera, però, è Cleonilla, di cui il soprano Carlotta Colombo offre una lettura apprezzabile sul piano teatrale, restituendo con credibilità l’anima superficiale e maliziosa di questa donna astuta, che sa usare con grande abilità a proprio vantaggio le armi di cui dispone. Sul piano vocale, ferma restando la correttezza di fondo, lo strumento si dimostra talvolta un po’ esile, facendo desiderare un surplus di incisività e spavalderia. Nel personaggio di Caio, innamorato senza speranza di Cleonilla ma che poi finirà per sposare Tullia, il versante drammatico prevale su quello della commedia, che è invece dominante per esempio in Cleonilla. A lui sono affidati alcuni momenti di grande suggestione lirica e patetica, nei quali l’ispirazione di Vivaldi raggiunge il culmine per la verità e la forza emotiva degli accenti. Il mezzosoprano Lucia Cirillo, cui è affidato il ruolo e che si è fatta ben conoscere in passato dal pubblico veneziano con alcune belle esecuzioni vivaldiane, è forse la più convincente del cast, per una presenza scenica sicura e disinvolta e un apporto vocale stilisticamente impeccabile e di grande duttilità nel rendere sentimenti e situazioni. Tullia si presenta travisata sotto le sembianze di un giovane uomo, Ostilio, per poter avvicinare Caio, di cui è innamorata. Delle leggiadre sembianze di Ostilio si incapriccia alla grande la volubile Cleonilla, ma il giovane, una volta svelata la propria natura femminile ed essersi quindi riappropriato dell’identità di Tullia, riesce a farsi sposare dall’amato Caio, forse non del tutto convinto ma obbligato a piegare il capo di fronte alla volontà augusta di Ottone: quasi una macchietta da commedia dell’arte nel suo essere come uomo cornuto e felice, come sovrano ignavo e negligente, ma pur sempre imperatore e quindi chiamato, secondo le convenzioni del teatro barocco, a sciogliere intricati garbugli conducendoli al lieto fine. Tullia è interpretata con grazia e correttezza dal soprano Michela Antenucci. Il tenore inglese Ruairi Bowe, infine, è un Decio appropriato nei suoi inutili richiami ad Ottone perché si accorga dei tradimenti di Cleonilla e torni a farsi carico della responsabilità imperiale. La sera di martedì 24 marzo il successo non è mancato in un Malibran che presentava qualche posto vuoto rispetto al solito. Adolfo Andrighetti