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Ahi, “Pagliacci” di Ruggero Leoncavallo delude. E se delude un’opera così popolare, ricca di melodie irresistibili e di situazioni che sono entrate come ‘tòpoi’ nell’immaginario collettivo (il clown che deve ridere per accontentare il pubblico anche se ha il cuore spezzato, il deforme innamorato e respinto...), cioè un’opera che di solito si regge da sola sulle spalle del tenore, è chiaro che qualcosa non è andata proprio bene. Nulla di grave, intendiamoci, nulla che non possa rientrare nella stagione di un teatro come la Fenice; ma anche nulla di più di una ordinaria dignità professionale. Il palcoscenico è quello del Teatro Malibran, ove è proposto un nuovo allestimento nell’ambito della benemerita e consolidata collaborazione della Fenice con l’Accademia di Belle Arti di Venezia, che si è fatta carico delle scene e dei costumi. Regia e luci, invece, sono affidate a due affermati professionisti come, rispettivamente, Andrea Bernard e Andrea Benetello. Purtroppo l’allestimento nel suo insieme non convince: appare spento, a tratti inerte, senza le caratteristiche per entrare in sintonia con il pubblico, coinvolgerlo ed emozionarlo. L’idea di fondo, tutt’altro che peregrina, è quella di ambientare la vicenda nella contemporaneità, sostituendo la povera compagnia di guitti che passa da un villaggio all’altro dell’Italia da poco unita con un gruppo di attori impegnati nella realizzazione di una sitcom televisiva alla presenza del pubblico. Le tensioni, le passioni, le gelosie e le frustrazioni sono però le stesse nella Calabria degli anni fra il 1865 e il 1870 e nella realtà di oggi, e ribollono con esiti tragici dietro le quinte traballanti del teatrino itinerante come su un set televisivo a telecamere spente. L’attualizzazione della vicenda, quindi, non ne altera in nulla il senso drammatico, se si eccettuano alcune incongruenze del libretto rispetto a quanto si vede in scena (l’arrivo degli zampognari, la gente che si affretta in chiesa...) alle quali peraltro nessuno bada più. Il regista, poi, motiva con argomenti precisi e convincenti le proprie scelte, osservando in primo luogo che se Leoncavallo voleva mettere in scena la propria contemporaneità (secondo la cultura del verismo), altrettanto siamo chiamati a fare oggi, ambientando l’opera nella nostra contemporaneità; l’importante è che parli all’oggi. È lo stesso caso di “Traviata”, del resto, per portare un altro esempio illustre. Non è dunque l’attualizzazione ma il suo esito a lasciare freddi, perché il regista non sembra essere riuscito a trovare il linguaggio teatrale adatto per trasmettere con efficacia ed incisività la propria idea. Né l’impianto scenico, ridotto in sostanza ad una tribuna metallica collocata in palcoscenico per accogliere gli spettatori della sitcom, né i costumi, anonimi nella loro convenzionalità, possono conferire linfa vitale ad uno spettacolo nato stanco, insoddisfacente non per la sua essenzialità ma per la mancanza di un collante teatrale che ne tenga insieme tutti gli elementi facendoli interagire in coesione ed armonia. A ciò si aggiunga un cast discontinuo e poco omogeneo. Il Canio del glorioso Gregory Kunde fatica assai nella sortita di “Un grande spettacolo”, mostrando una zona centrale flebile e una tenuta di suoni poco salda sul fiato; al punto che un mio vicino di poltrona temeva che l’artista non riuscisse a concludere lo spettacolo. Il vecchio leone invece tiene duro e siamo tutti con lui quando ci regala un “Recitar!” intenso, emozionante, applaudito dal pubblico con un senso di liberazione. Purtroppo il finale lo vede ancora sulla difensiva, alla ricerca continua della zona acuta di cui rimane signore. Può bastare per un artista di portata storica come lui? Selene Zanetti, al debutto nel ruolo, è una Nedda convincente nei passi drammatici, ove la mancanza di un timbro sensuale e morbido non si avverte e prevale l’efficacia di una declamazione tesa ed intensa, meno nei passi lirici, per cui l’aria degli “augelli” risulta priva di quell’abbandono sognante che dovrebbe caratterizzarla. Dimitri Platanias è un solido professionista e garantisce un rendimento di buon livello generale. Lo strumento, di robusta complessione e dal timbro gradevolmente brunito, lo sostiene sempre, anche se il canto può risultare un po’ monocorde; ma con un personaggio del genere è difficile andare oltre i colori del torvo e del bieco...Peccato, nel Prologo, quegli acuti troppo sfogati, che richiederebbero più controllo e copertura. L’altro baritono, Alberto Petricca, è un Silvio alla continua ricerca di una linea di canto soddisfacente, che permetta di risolvere una parte notoriamente impegnativa. L’esito è rivedibile, anche per una presenza in scena troppo enfatica e gesticolante. Andrea Schifaudo risolve con apprezzabile disinvoltura vocale e scenica la parte di Peppe, anche se l’esecuzione della famosa serenata di Arlecchino, oltre che sicura ed efficiente come in effetti è, dovrebbe essere più sfumata, giocata sul filo dell’ironia sensuale e maliziosa. E su questo versante un artista dotato può migliorare. Il maestro Daniele Callegari si abbandona volentieri al sinfonismo della partitura, che definisce “straordinario” e di cui restituisce appieno la ricchezza con sonorità e impasti timbrici che talvolta richiamano addirittura Wagner; ma se in certi passi la resa orchestrale può suonare un po’ pesante, è altrettanto vero che certi preziosi dettagli della strumentazione sono restituiti con attenta sensibilità. Efficaci i due contadini di Umberto Imbrenda e Alessandro Vannucci. Molto applaudito, e giustamente, il coro del Teatro insieme alla sua nuova guida, il maestro Elena Pierini, e la stessa calorosa accoglienza è stata riservata ai Piccoli Cantori Veneziani affidati al maestro Diana D’Alessio. Nel complesso lo spettacolo è stato accolto con soddisfazione dal pubblico: insufficiente senso critico oppure l’apprezzabile gratitudine verso chi con professionalità ci consente di godere di una forma di intrattenimento comunque assai impegnativa e complessa da realizzare? Adolfo Andrighetti