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Il problema dell’inquinamento urbano da diossido di azoto e polveri sottili è sempre più grave in Europa e lo scorso aprile la Corte di giustizia ha condannato la Bulgaria per non aver preso misure per contrastare il peggioramento dell’aria nelle città. La questione si pone con la medesima gravità anche in Italia, e le polemiche in materia sono comuni anche oltre il confine delle associazioni ambientaliste, così come in Spagna ed in Germania. Ecco allora che proprio da quest’ultimo Paese arriva una notizia importante: in una lettera inviata alla Commissione europea, il governo tedesco ha scritto che sta considerando di rendere gratuito il trasporto pubblico in cinque grandi città per contrastare l’inquinamento dell’aria. Le cinque città che saranno coinvolte nella sperimentazione sono Bonn, Essen, Herrenberg, Reutlingen e Mannheim. La lettera inviata alla Commissione contiene anche alcune proposte laterali, come limitare la circolazione dei mezzi pesanti in alcune aree e l’aumento degli incentivi governativi per l’acquisto di auto elettriche. Il governo ha aggiunto che allargherà a tutte le altre città le misure più efficaci. Per l’intera Germania la spesa aggiuntiva dell’operazione sarebbe attorno ai 12 miliardi È soprattutto una questione di conti traballanti delle società di trasporto pubblico: anche in Germania gli introiti dalla vendita dei biglietti del trasporto pubblico si aggirano sui 12 miliardi di euro all’anno, non coprono le spese di gestione che sono supportate dal finanziamento pubblico e questo dovrebbe ulteriormente essere aumentato per sopperire al mancato introito. Le istituzioni europee stanno comunque facendo pressioni su tutti gli Stati per trovare una soluzione all’inquinamento dell’aria. Secondo alcune stime recenti della Commissione, 130 città dell’Unione presentano livelli di inquinamento potenzialmente mortali, mentre ogni anno vengono spesi circa 20 miliardi di euro in trattamenti sanitari per curare patologie legate alla qualità dell’aria.
“Fateci una bella sorpresa. Non fateci sorprese”: con questo slogan, la Confartigianato Imprese Veneto ha presentato, a Mestre, le sue proposte per i candidati alle elezioni politiche del 4 di marzo prossimo ed il “cruscotto” messo a punto per “misurare”, da oggi in poi, l’impatto sulla burocrazia, che attanaglia le imprese, di ogni provvedimento che sarà emanato nel corso della legislatura. «I temi generali, fisco e burocrazia, assieme a tanti altri – ha esordito il presidente, Agostino Bonomo – sono all’interno del documento, che Confartigianato ha già trasmesso ai partiti a livello nazionale. Confartigianato Imprese Veneto desidera però riprenderne alcuni e svilupparne di nuovi, che verranno veicolati, alle imprese ed ai candidati del territorio, negli incontri che prenderanno il via questa settimana per iniziativa delle nostre associazioni locali». Si parte innanzitutto dall’analisi originale che l’Ufficio Studi della Federazione ha svolto sulla correlazione tra la società civile veneta ed i candidati per il 4 marzo: i 93 candidati con più chances di vincere in Veneto sono per il 53% liberi professionisti, categoria che nella società rappresenta il 2%. Le imprese non trovano rappresentanza adeguata: commercianti, artigiani, agricoltori, industriali sono il 23% della popolazione veneta, che lavora, ma annoverano solo il 14% tra le fila degli eleggibili. Sulle questioni dell’immigrazione: “lo Stato ritrovi e coltivi autorità ed autorevolezza” «Dopo anni di promesse inutili – continua poi Bonomo – è giunta l’ora di misurare la distanza tra promesse e fatti su sei versanti: fisco; lavoro; urbanistica e edilizia, obblighi connessi all’anagrafe di cittadinanza; obblighi connessi all’esercizio di impresa; avvio di attività di impresa. Quest’ultimo punto è importante in quanto emerge una contraddizione tra l’importanza del ruolo dell’impresa e il disinteresse in proposito, almeno apparente, nei programmi dei partiti. Sembra elementare, ma lo vogliamo ribadire, che l’impresa è lo strumento per dare ricchezza e lavoro al Paese». Su alcune questioni specifiche, Confartigianato Imprese Veneto chiede che sia bloccata la firma dei decreti attuativi della legge delega di riforma delle procedure concorsuali o e che almeno sia consentito un lungo periodo di vigenza senza sanzioni, per dare tempo alle piccole imprese di adeguarsi. Sono a rischio almeno il 30% delle imprese artigiane e piccole imprese in una realtà, quella veneta, già provata dalle gravi vicende delle due ex banche popolari con ricadute in termini di indebitamento. In Confartigianato Veneto si confida che, proprio in tema di riforme, la legislatura, che verrà, possa avere carattere “costituente” e ricercare le maggioranze richieste per i cambiamenti necessari. «Un invito finale – ha concluso Bonomo – Lo Stato ritrovi e coltivi autorità e autorevolezza anche in tema di prevenzione dell’immigrazione e dei rimpatri conseguenti ad ingressi privi di presupposto. C’è solo bisogno che la legge sia legge, per gli italiani e per gli stranieri. L’Italia, al di là dell’impegno che il Ministro dell’Interno, ha necessità di recuperare efficienza ed efficacia nella gestione della giustizia e nella gestione del fenomeno migratorio, anche per evitare pericolose derive».
Sarà costruito a Västerås, in Svezia, il primo impianto pilota europeo per la produzione di batterie al litio: la realizzazione del progetto è stata resa possibile anche grazie al finanziamento da 52,5 milioni di euro garantito dalla Banca Europea degli investimenti (BEI) alla “Northvolt”, la società hi-tech nata nel 2016 con l’obiettivo di costruire il dispositivo d’accumulo “più ecologico al mondo”. L’approvazione del prestito è stata annunciata in contemporanea con la seconda riunione, presso la Commissione Europea, dell’European Battery Alliance, letteralmente l’Alleanza europea delle batterie. Il finanziamento sosterrà economicamente la costruzione e gestione dell’impianto: l’obiettivo è quello di realizzare una struttura multifunzionale che servirà a dimostrare la fattibilità commerciale del concept e a qualificare e industrializzare i prodotti. Le batterie saranno destinate sia al settore dei trasporti che a quello dello stoccaggio stazionario. Il sito dimostrativo è in realtà solo il primo step di un piano più ampio, che prevede la creazione della più grande fabbrica europea di batterie al litio a Skellefteå, con l’obiettivo di raggiungere una produzione di 32 GWh di capacità l’anno. La sperimentazione e ricerca svedese sarà a disposizione di tutti gli attori che opereranno in Europa Come spiegato dal vicepresidente per l’Unione dell’energia Maroš Šefčovič, l’Europa sta cercando di ritagliarsi un posto solido nel mercato dell’accumulo, cercando di recuperare l’attuale ritardo rispetto ai produttori statunitensi e asiatici. La funzione della fabbrica svedese dovrà essere quella di essere ‘pilota’ di un più ampio progetto produttivo continentale. «Il potenziale stimato di questo mercato in Europa è enorme – spiega Šefčovič – nel 2025, potrebbe raggiungere i 250 miliardi di euro l’anno, poiché la domanda di celle dovrebbe raggiungere i 200 GWh - 600 GWh a livello globale. Visto la portata e la velocità richieste, nessun singolo attore può farlo da solo. La European Battery Alliance fornisce un ombrello per queste potenziali partnership in tutta la catena del valore. Non penso che avremo un’unica società che produrrà batterie in Europa – conclude Šefčovič – Quello che spero è che si sviluppino in Europa dieci e più giga-factory che saranno competitive e forniranno prodotti di alta qualità ai mercati globali».
Il Parlamento ha appena votato la proposta per il cambiamento del numero dei seggi da attribuire a ciascun Paese membro dopo il ritiro effettivo del Regno Unito nel 2019: ci sarà una riduzione del numero complessivo dei parlamentari anche se la redistribuzione dei seggi approvata assicura che nessun Paese avrà un numero minore rispetto all’attuale. Anzi, alcuni Paesi acquisiranno dei seggi in più, tra questi l’Italia che ne aggiungerà 3 in più agli attuali 73. I leader dei gruppi politici hanno proposto al Consiglio che le lezioni europee si tengano dal 23 al 26 maggio 2019. Il Parlamento europeo conta oggi 751 seggi, il numero massimo consentito dai trattati UE. Di questi 751, 73 seggi sono assegnati al Regno Unito, lo stesso numero dell’Italia. La relazione appena votata propone di redistribuire 27 ad altri Paesi e tenerne da parte 46 per le future adesioni. Quindi il numero di parlamentari totali eletti per la prossima legislatura dovrebbe essere, secondo questo sistema, 705. Alle prossime elezioni, gli elettori voteranno anche il nome del futuro presidente della Commissione La proposta è stata fatta secondo il principio della “proporzionalità regressiva”, il che significa che, se da una parte i Paesi con una popolazione maggiore avranno più deputati di quelli con una popolazione minore, il numero di cittadini rappresentati da un eletto è maggiore per i Paesi più grandi. Contemporaneamente alla redistribuzione dei seggi, gli eurodeputati hanno ribadito il sostegno al sistema dei candidati, chiamato "Spitzenkandidaten", introdotto nel 2014. Secondo questo sistema i partiti politici devono indicare prima delle elezioni europee chi è il candidato o la candidata alla presidenza della Commissione europea. Questo sistema assicura un legame fra la scelta della presidenza e le elezioni europee. Gli eurodeputati si sono detti pronti a rifiutare il candidato o la candidata alla presidenza che non sia nominato o nominata attraverso questo sistema.
Si può mettere in scena “Die lustige Witwe”, cioè “La vedova allegra” - la celeberrima operetta di Franz Lehár rappresentata per la prima volta a Vienna il 30 dicembre 1905 - ambientandola verso la fine degli anni cinquanta dello scorso secolo? È concepibile sovrapporre un altro modo di vivere e di sentire ad uno stile, ad un gusto, ad una sensibilità che parlano irresistibilmente di “finis Austriae”, di un mondo dorato e forse mitizzato che muore concedendosi un ultimo giro di valzer tra una risata ed una coppa di champagne? È possibile, insomma, confondere quel mix unico di brillantezza e malinconia - gli ultimi bagliori di uno splendore che sta per spegnersi nelle nubi minacciose annunciatrici della prima guerra mondiale - con un’atmosfera che proietta lo spettatore alla soglia degli anni sessanta, con quei vestiti, quel modo di muoversi e di ballare, quella vitalità e quella spensieratezza del tutto estranee alla prossima fine dell’unità mitteleuropea? Eppure questa è l’operazione tentata alla Fenice da Damiano Michieletto, che fa della contaminazione la caratteristica identitaria della sua regia. Ecco, allora, i movimenti del twist su ritmi di valzer e mazurca; l’ambasciata parigina del Pontevedro che diventa un istituto di credito dello stesso Paese, con le scartoffie di prammatica e gli sportelli aperti al pubblico; la festa del secondo atto a casa di Hanna trasformata in una sarabanda da Happy Days, con tanto di orchestrina rock in scena; e il ballo da Maxim’s nel terzo atto che diventa un sogno di Danilo, che si addormenta alticcio nel suo anonimo ufficio di funzionario della banca di Pontevedro. Ma tutto questo – e molto altro ancora, naturalmente – funziona alla prova decisiva, quella del palcoscenico? Questa è la domanda di fondo alla quale si deve rispondere, al di là dei dubbi concettuali che inevitabilmente fa sorgere una contaminazione così spinta fra epoche e culture molto diverse, anche se non troppo distanti cronologicamente. E la risposta è positiva, assolutamente positiva, perché lo spettacolo nel suo insieme fila come un Freccia Rossa, con tutti gli ingranaggi ben oliati, i tempi giusti, un ritmo narrativo sempre sostenuto, un palpabile affiatamento fra gli interpreti; questi ultimi, poi, coristi compresi, condotti per mano uno per uno a diventare personaggi autonomi e singolarmente caratterizzati, mai abbandonati a sé stessi sulla scena, mai con le mani in mano. Michieletto si conferma, così, uomo di teatro di prim’ordine, capace di far funzionare, con un istinto preciso di ciò che è “giusto” sulla scena, tanto le idee buone quanto quelle meno buone o peregrine, come si è constatato anche nella recente “Damnation de Faust” all’Opera di Roma. Lo asseconda, con discrezione e senza prevaricare, il suo team, consueto, con le scene semplici e funzionali di Paolo Fantin e i costumi appropriati di Carla Teti. Il disegno luci, adatto alla bisogna, è di Alessandro Carletti; le spigliate coreografie, di Chiara Vecchi. Il maestro Stefano Montanari, sul podio, alla sua prima esperienza con un’operetta, appare in buona sintonia con l’impostazione registica di Michieletto. Nella “Die lustige Witwe”, si sa, le melodie e i ritmi di danza zampillano festosi e ammiccanti dal golfo mistico con la stessa frizzante leggerezza con cui le bollicine di champagne risalgono verso il bordo della flûte; oppure si affacciano languidi, tenuamente profumati, vagamente malinconici, come dei fiorellini che sporgono la corolla verso la luce. Questi effetti, che l’ascoltatore è abituato a riconoscere nelle interpretazioni tradizionali dell’operetta, sono come attenuati, attutiti, nella direzione di Montanari, che preferisce un piglio più sbrigativo e disinvolto del solito. Come dire che lo champagne risulta sempre buono ma talvolta un po’ troppo secco, anche quando si gradirebbe un gusto più morbido, più vellutato, più rotondo. Ma è anche vero che l’impostazione adottata da Montanari corrisponde al suo dichiarato timore di “creare atmosfere esageratamente manierate” e alla accettata eventualità di dover “’pulire’, alleggerire rispetto a certi meccanismi ‘pesanti’ che caratterizzano la prassi interpretativa”. A disposizione del maestro un cast affiatato e di buon livello, divertente e divertito. L’Hanna Glawari del soprano Nadja Mchantaf, che ha studiato per dieci anni danza e si vede, esibisce una corretta linea di canto, buoni mezzi vocali ed una disinvoltura scenica più che apprezzabile. Hanna è sempre in bilico fra civetteria superficiale e passione autentica, tra il fascino reale che promana dalla sua persona e quello dei venti milioni che ha ereditato dal defunto marito e che devono essere ospitati a qualunque costo nelle casse della Banca di Pontevedro, pena il tracollo dell’istituto di credito; ebbene, l’artista è sempre a suo agio nel rendere la sostanziale ambiguità del personaggio, che esce completo e convincente in tutte le sue sfaccettature. Altrettanto può dirsi del Danilo del baritono Christoph Pohl, che accusa forse un’emissione non del tutto libera e sciolta, ma canta correttamente e si cala con convinzione nel tipo del vitellone viziato e perdigiorno, alla fine uomo ricco e innamorato, voluto da Lehár e dalla regia. Ben assortita anche l’altra coppia di amorosi, con la Valencienne inappuntabile e accattivante del giovane soprano Adriana Ferfecka (classe 1992) e il Rossillon dalla voce limitata in volume ma preziosamente smaltata e ben adoperata del tenore sudcoreano Konstantin Lee (classe 1988), che sarebbe bello poter riascoltare in altre occasioni e altro repertorio. Fra i ruoli di carattere emerge il barone Zeta - non più ambasciatore ma direttore della banca di Pontevedro - del glorioso basso Franz Hawlata, che riempie il palcoscenico con la sua presenza buffa e caracollante. L’attore Karl-Heinz Macek è un Njegus dalla doppia personalità: segretario-factotum della banca ma anche mago, che, agitando il pericoloso ventaglio smarrito da Valencienne su cui è scritto “ti amo” e spargendo qua e là pizzichi di polvere magica, dà il via alla musica, propizia le liaison amorose, insomma muove gli eventi. E il tutto con lo stesso goffo look da travet, con tanto di vestito anonimo e cappello calcato sulle orecchie: una trovata divertente, che assegna a colui che Michieletto definisce efficacemente come “il custode degli intrecci e degli intrighi amorosi”, l’aspetto quotidiano e un po’ squallido di un modesto impiegato. Non si possono terminare queste note, che si riferiscono alla serale dell’otto febbraio, senza tributare il meritato, convinto apprezzamento al coro del Teatro diretto da Claudio Marino Moretti, per la consueta, impeccabile resa sonora, e per la spiritosa dedizione con cui ogni suo elemento si è impegnato ad assecondare tutte le richieste della regia, nella recitazione come nel ballo. Il pubblico, che riempie il teatro in ogni ordine di posti, si diverte a questa azzeccata proposta carnevalesca della Fenice in coproduzione con l’Opera di Roma, applaude con convinzione e con trasporto: che volere di più? Adolfo Andrighetti
Il Parlamento europeo, in accordo con il Consiglio, ha dato il via libera alla Banca europea per gli investimenti (BEI) per concedere ulteriori prestiti ai progetti realizzati al di fuori dell'UE: i nuovi finanziamenti ammontano a 5,3 miliardi di euro, dei quali 3,7 miliardi di euro saranno destinati ai progetti che affrontano le questioni migratorie. «Con questo voto – ha dichiarato la relatrice Eider Gardiazabal Rubial (S&D, ES) – miglioreremo l'azione dell'UE all'estero attraverso la BEI, aumentando la nostra capacità di investimento a 32,3 miliardi di euro entro il 2020, con uno sforzo speciale nei paesi mediterranei e nei Balcani. Abbiamo fatto in modo che tutte le iniziative finanziate attraverso questo programma contribuiscano al raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile e, quindi, all'eliminazione delle cause profonde della migrazione. Inoltre, per rispettare l'accordo di Parigi e il nostro impegno ad aiutare i Paesi in via di sviluppo, abbiamo aumentato la quota degli investimenti legati al cambiamento climatico dal 25% al 35%». I progetti realizzati al di fuori dell'UE rappresentano circa il 10% del totale dei prestiti BEI L'UE fornisce una garanzia di bilancio alla Banca europea per gli investimenti (BEI) con un massimale di 30 miliardi di euro (27 miliardi di euro più 3 miliardi di euro di riserva) per le operazioni "esterne" per il periodo 2014-2020. Le nuove norme libererebbero questi 3 miliardi di euro posti in riserva. Di questi, un importo fino a 1,4 miliardi di euro sarebbe destinato ai progetti del settore pubblico che affrontano le cause profonde della migrazione. Il mandato della Banca europea per gli investimenti per i prestiti ai Paesi terzi, oltre all’impegno ad affrontare le cause profonde della migrazione, vede il rafforzamento delle disposizioni volte a prevenire il riciclaggio di denaro e combattere il terrorismo, l’evasione, l'elusione e la frode fiscale.
“Promozione e valorizzazione dei prodotti e delle attività dei produttori di birra artigianale”: questo il titolo del provvedimento approvato dal Consiglio Regionale Veneto che impegna il bilancio regionale a garantire fondi annuali, per circa 250 mila euro, per lo sviluppo del settore, in particolare quello artigianale, ma anche per progetti di ricerca, innovazione senza trascurare la formazione professionale degli addetti. La certificazione di qualità e gli incentivi a questo settore sono finalizzati a creare nuovi posti di lavoro e promuovere nuove forme di imprenditoria. «Giornata storica per i birrifici artigiani veneti – dichiara soddisfatto Ivan Borsato, Presidente regionale veneto dei birrifici di Confartigianato – la norma, prima esperienza del genere in Italia, era fortemente attesa da produttori artigiani, agricoli e associazioni di categoria, perché punta a sostenere la filiera veneta per la birra artigianale e anche chi intende avvicinarsi a tale settore. Un importante riconoscimento per un settore che sta crescendo e che vuole essere valorizzato per la qualità e per la tradizione, elementi fondamentali che hanno determinato il successo e che sono alla base per ulteriori positivi sviluppi». Ad oggi sono 79 i birrifici artigianali attivi e cresce l’interesse dei consumatori In due decenni il numero di birrifici artigianali nel nostro Paese è aumentato esponenzialmente passando da poche decine ad oltre 500, facendo diventare l’Italia il quarto produttore mondiale di birra artigianale. Il Veneto in questi ultimi anni, con 79 birrifici attivi, si dimostra una delle regioni più vivaci per la presenza di queste realtà artigianali anche di piccole dimensioni ma capaci di attrarre un pubblico sempre più folto ed attento. «La birra artigianale – prosegue Borsato – sta diventando uno dei prodotti d’eccellenza del Made in Italy ed il provvedimento della Regione Veneto introduce delle opportunità per i piccoli birrifici del nostro territorio tra i quali quello di dotarsi di un marchio regionale supportato da un disciplinare di produzione. Da questo momento, ci sono tutte le condizioni per dare ulteriore slancio e sostegno ad iniziative per far conoscere ed apprezzare la birra, il metodo di produzione e il nostro territorio».
Dal 7 febbraio parte l’anno di sperimentazione deciso dal Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare per sensibilizzare i consumatori alla prevenzione dei rifiuti attraverso la preferenza al consumo di birra e acqua minerale in bottiglie riutilizzabili in alberghi e residenze di villeggiatura, ristoranti, bar e altri punti di consumo. Fin qui l’iniziativa è stata assai poco pubblicizzata malgrado abbia un effettivo, significativo valore per la tutela dell’ambiente e la riduzione dei rifiuti. Il sistema sperimentale coinvolge, su base volontaria, sia quei soggetti che nell’esercizio della loro attività professionale somministrano al pubblico birra o acqua minerale nel punto di consumo, sia diversi operatori di settore quali i produttori di imballaggi riutilizzabili, i produttori di birra o acqua minerale, nonché i distributori di birra o acqua minerale. I consumatori potranno riconoscere attraverso l’apposito logo gli esercenti che, aderendo al sistema del vuoto a rendere, sceglieranno di vendere nel proprio esercizio bevande in bottiglie riciclabili che non diventano immediatamente rifiuto. Poca pubblicità e un sistema di resa dei vuoti che dovrà essere concordato con i distributori Durante i dodici mesi di sperimentazione il Ministero svolgerà un monitoraggio delle filiere, insieme degli operatori che a titolo professionale sono coinvolti nell’attuazione del sistema del vuoto a rendere, al fine di valutare la fattibilità tecnico-economica e ambientale del vuoto a rendere, e l’eventualità di estendere tale sistema ad altri tipi di prodotto e ad altre tipologie di consumo. Il monitoraggio sarà effettuato attraverso la raccolta dei dati che i produttori e distributori sono tenuti a compilare. In particolare, per aderire alla sperimentazione volontaria, gli esercenti in fase di acquisto di birra o acqua minerale in imballaggi riutilizzabili, compilano un modulo e lo consegnano al produttore di bevande o al distributore. Le modalità operative per la gestione degli imballaggi vuoti e dei tempi di ritiro e di restituzione degli stessi sono concordate tra l’esercente e gli altri operatori al fine di incentivare la più ampia adesione alla filiera.
Secondo i risultati di un’indagine sul ‘mystery shopping’ condotta dalla Commissione del Parlamento europeo, il 63% dei siti web non consente agli acquirenti di acquistare da un altro Paese UE ed automaticamente il consumatore viene oggi dirottato sul sito del Paese più ‘comodo’ per il venditore. Una operazione che ha un nome preciso, ‘geoblocking’, e che è più frequente (86%) per gli elettrodomestici, e meno per i biglietti di eventi sportivi (40%). Con 557 voti favorevoli, solo 89 contrari e 33 astensioni, sono state approvate in via definitiva, nuove norme che vieteranno il ‘geoblocking’ e quindi consentiranno a tutti i cittadini UE di scegliere in quali siti acquistare beni o servizi. Gli acquirenti online ottengono così un accesso transfrontaliero più agevole a prodotti, prenotazioni alberghiere, noleggio auto, festival musicali o biglietti per parchi di divertimento mentre i commercianti dovranno trattare gli acquirenti di altri paesi come quelli locali, garantendo accesso agli stessi prezzi. Restano fuori alcuni settori sui quali si interverrà entro i prossimi due anni «Questa nuova legge dell'UE sul geoblocking – spiega la relatrice Róża Thun (PPE, PL) – rappresenta un passo importante verso un mercato unico digitale ancora più competitivo e integrato, sia per i consumatori, sia per i commercianti. Rappresenta inoltre un'altra pietra miliare nella lotta contro la discriminazione dei consumatori in base alla nazionalità o al luogo di residenza, cosa che non dovrebbe mai accadere nella nostra Europa unita. Abbiamo dimostrato che l'Unione europea può produrre risultati concreti per i cittadini di tutta Europa, apportando cambiamenti positivi alla loro vita quotidiana». Restano per ora esclusi i contenuti protetti da copyright come i libri elettronici, la musica o i giochi online, i servizi audiovisivi e di trasporto. Le nuove norme saranno applicabili nove mesi dopo la loro pubblicazione nella Gazzetta ufficiale dell'UE, certamente quindi entro la fine dell'anno.
Per i non più giovanissimi, sarà il crollo di un mito. Per chi ha conosciuto solo questo millennio, probabilmente sarà l’occasione per riabbracciare il mondo delle due ruote. Certo sarà una svolta epocale: l’amministratore delegato di Harley Davidson, Matt Levatich, ha annunciato che la società porterà sul mercato, entro 18 mesi, il suo primo modello di moto elettrica. Una scelta ecologica, ma forse soprattutto commerciale. La mitica Harley ha pubblicato recentemente i risultati aziendali del 2017, mostrando un calo delle vendite, a livello mondiale, del -6,7% rispetto al 2016. Non è solo colpa della casa di Milwaukee: le vendite di motociclette negli Stati Uniti hanno raggiunto il picco nel 2006 e subito dopo hanno iniziato a perdere quota. Questione di recessione, ma anche di cambio generazionale: negli USA l’acquirente medio continua a invecchiare e la generazione dei millennial non sembra così interessata alla due ruote classiche. Il futuro delle due ruote dovrà fare i conti con il problema di fondo dell’autonomia La svolta verso la più ecologica trazione elettrica ha quindi una motivazione legata alla necessità di avvicinare un nuovo pubblico che all’ambiente guarda con maggiore attenzione di un tempo. L’idea di una Harley Davidson elettrica ha alle spalle i tre anni del Progetto LiveWire, prototipo di motocicletta con motore elettrico trifase a induzione da 74 cv e una batteria con un’autonomia di circa 85 km. La due ruote è stata presentata nel 2014 negli States e l’anno successivo in Europa. Il costo della Harley elettrica potrebbe aggirarsi intorno ai 21-25mila dollari, con una autonimia che comunque dovrà essere ben maggiore del prototipo di tre anni fa.

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