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Un’alleanza tra medici, industria farmaceutica e chi amministra per arrivare all’eliminazione dell’Epatite C, patologia che solo in Veneto conta circa 8.000 pazienti. “HCV Ø? Dall’eradicazione del virus alla presa in carico del paziente”, era il titolo di un convegno organizzato da Motore Sanità, che si è tenuto a Padova.  Presenti, tra gli altri, il presidente di AIFA, Stefano Vella, il direttore generale della Sanità e Sociale del Veneto Domenico Mantoan, Alfredo Alberti, Professore di Gastroenterologia Dipartimento di Medicina Molecolare, Università di Padova, Epatologo AOU Padova, e Giovanna Scroccaro, Responsabile Centro Regionale Unico sul Farmaco - CRUF, Regione del Veneto. “È importante parlare di HCV perché tre anni fa è stato messo sul mercato un farmaco che ha cambiato la vita dei pazienti, e ha costretto la politica sanitaria del nostro Paese a ripensare i percorsi - ha detto Domenico Mantoan, direttore Generale Area Sanità e Sociale, Regione del Veneto – Nel triennio 2015–2017 i centri autorizzati del Veneto hanno trattato circa 7.600 pazienti, la maggior parte dei quali affetti da patologie epatiche ed extra-epatiche legate all’HCV gravi e progressive. La spesa sostenuta dalle Aziende Sanitarie del Veneto – continua Mantoan – ha superato i 300 milioni di euro dei quali 146 milioni di euro sono rientrati attraverso note di credito, mentre altri 104 milioni di euro sono stati erogati attraverso il finanziamento statale previsto dalla legge di stabilità 232/2016. Di conseguenza il SSR ha sostenuto una spesa di circa 50 milioni nel triennio 2015-2017. Grazie alla recente estensione delle indicazioni e rimborsabilità da parte di AIFA a tutti i pazienti con infezione HCV, indipendentemente dal grado di malattia associata, avvenuta a marzo 2017 e ad un importante ridimensionamento dei prezzi delle terapie – conclude Mantoan – è ora possibile porsi come Regione l’obiettivo di trattare, entro qualche anno, la maggior parte dei pazienti affetti da tale patologia. Attualmente in Veneto risultano in attesa di trattamento 2.400 pazienti diagnosticati, di cui il 90% appartenenti ai criteri meno gravi. A questi casi “noti” si devono però aggiungere, attraverso la messa in atto di percorsi diagnostico-terapeutici efficaci e sostenibili, tutte le persone infette appartenenti alla popolazione generale o a gruppi di persone a rischio di infezione o co-infezione». Come ha sottolineato il direttore, il successo nelle cure passa attraverso un gioco di squadra che vede tutti gli attori interessati. «La sfida futura è l’innovazione che non prescinde da attraverso i farmaci e i nuovi dispositivi» conclude Mantoan. C’è anche un problema di spesa per le terapie da somministrare ai pazienti cronici Per il Presidente di AIFA e Direttore Centro Nazionale Salute Globale, Istituto Superiore di Sanità, Stefano Vella: «Il Centro Nazionale per la Salute Globale si occupa di diseguaglianze, svolgendo attività di ricerca, principalmente in tema di HVC, HiV e malattie croniche. L’epatite C è un disastro che colpisce 71 milioni di persone nel mondo. L’idea sarebbe quella di trattare l’80% di pazienti per ridurre l’incidenza. Il problema è la spesa per i pazienti cronici». Per il Presidente dell’AIFA: «prima si trattavano i pazienti più malati e gravi; per eradicare ed eliminare la malattia dell’HCV adesso bisogna cambiare prospettiva. Il recente studio Piter, completamente autofinanziato, condotto dall’ISS, ha rilevato che trattare precocemente con i nuovi farmaci HCV, malgrado il loro costo elevato, non solo migliora lo stato di salute dei pazienti, ma riduce i costi sostenuti dal Servizio Sanitario Nazionale per curare le patologie HCV correlate. Hanno una storia di pazienti trattati che si aggira attorno agli 11.000. Hanno rimodernizzato il rapporto costo-efficacia. Il costo DAA si aggira ai 4.000€. Grazie ai criteri Piter anche l’AIFA si aggiornata rinnovando l’algoritmo per la terapia dell’Epatite C sulla base di 11 criteri fondamentali. E grazie ai farmaci innovativi anti-HCV che il nostro grande sistema universalistico è riuscito a mettere a disposizione dei pazienti si potrà riuscire a centrare l’obiettivo dell’OMS di ridurre drasticamente entro il 2030 il numero di portatori del virus – ha concluso Stefano Vella – L ’importante, secondo una modellizzazione basata sui dati ISS e AIFA, è che finiranno le morti correlate all’infezione da Epatite C nel nostro Paese nel 2020. Fondamentale sarà mettere progressivamente in trattamento almeno l’80% dei pazienti HCV positivi». A Padova, una tavola rotonda sulle proposte per governare una patologia che può essere sconfitta Successivamente si è tenuta una Tavola Rotonda dal titolo “Analisi del contesto e proposte di governance”, moderata da Giovanna Scroccaro, responsabile Centro Regionale Unico sul Farmaco - CRUF, Regione del Veneto - la quale ha richiamato i dati detti in precedenza dal direttore Mantoan – evidenziando come «la spesa sostenuta dalla Regione Veneto per l’eradicazione dell’HCV sia stata un investimento voluto dal Veneto e che ha retto molto bene il numero dei pazienti nel triennio 2015-2017, avendone avuti circa 8.000, l’84% dei trattamenti programmati e il 7% di quelli avviati in tutta Italia». Ma il futuro per vincere la malattia prevede un percorso ben delineato: «Stiamo organizzando una nuova strategia per l’eliminazione dell’HCV: sensibilizzazione della cittadinanza e dei MMG sui sintomi delle patologie di rischio. Ci sono ancora 16.000 soggetti da raggiungere e da trattare, probabilmente nel giro di 3-4 anni tale impegno è realizzabile» ha sottolineato  Alfredo Alberti, Professore di Gastroenterologia, Dipartimento di Medicina Molecolare, Università di Padova, Epatologo AOU Padova. Per Anna Maria Cattelan, Direttore UOC Malattie Infettive AOU Padova: «nella nostra Unità abbiamo ricevuto ottimi risultati, rimangono da trattare solo una trentina di pazienti presi in carico, avendo ottenuto delle ottime risposte virologiche. Dovremmo lavorare ancora di più per portare al trattamento i pazienti reticenti, difficili da convincere a farsi curare, aumentando però di conseguenza il rischio di reinfezione. Quest’ultimo è l’obiettivo principale dell’UOC Malattie Infettive AOU Padova».
ALLA FENICE UN BALLO IN MASCHERA FRA RAZZISMO E BELLA MUSICA Che il “Ballo in maschera” di Giuseppe Verdi e del librettista Antonio Somma sia veramente “splendidissimo”, per usare la scorretta ma simpatica iperbole del paggio Oscar, nessuno lo mette più in dubbio. E’ la prima opera composta da Verdi dopo gli anni che egli stesso definì di “galera”, perché oberati da un intenso lavoro su commissione; un’opera, quindi, che non poteva limitarsi alla routine, al semplice mestiere, ma doveva esprimere le più sincere aspirazioni artistiche del compositore. Tuttavia va ricordato che “Il ballo in maschera”, tratto da un soggetto di Scribe già musicato da altri compositori fra cui Auber, non è una prima scelta. Verdi aveva in mente il Re Lear, idea accarezzata a lungo e poi abbandonata probabilmente perché il libretto, già completato da Somma, non era all’altezza del soggetto shakespeariano e delle aspettative dell’esigentissimo musicista. Ma i musicologi insistono soprattutto sulla varietà di toni e di colori, cifra caratteristica dell’opera, che accosta il coté brillante e cortigiano alla passionalità più infuocata, compreso un tocco di parodia dal sapore vagamente goliardico. Questi diversi motivi ispiratori ed in particolare i primi due, si alternano di continuo nella partitura, con improvvise, geniali, anche brusche variazioni musicali e di atmosfera, che costituiscono il fascino dell’opera e, insieme, una caratteristica così spiccata, così provocatoria, da risultare anche sconcertante. D’altra parte, non va dimenticato che Verdi guardava con diffidenza quei suoi lavori, come “I due Foscari”, che riteneva monocromatici, perché, attento com’era alle esigenze del pubblico, temeva che la poca varietà finisse per annoiarlo, mentre lui voleva tenerlo inchiodato alla poltrona del teatro: per la gloria dell’arte ma anche per quella del botteghino, ché Verdi, con straordinario realismo da agricoltore, ha sempre perseguito con testardaggine il doppio obiettivo della musica che voleva lui e del teatro pieno. La sorprendente varietà di atmosfere che si riscontra ne “Un ballo in maschera” costituisce, quindi, la realizzazione di un suo precisa obiettivo artistico, oltre a rappresentare il risultato di un’occhiata retrospettiva lanciata verso Shakespeare e l’opera barocca, con la loro alternanza di sublime e volgare, di tragico e comico. La componente spiritosa e disinvolta è incarnata dal paggio Oscar, cui è affidata una musica briosa, spumeggiante, che risente dell’influenza francese ed in particolare di Offenbach. Il fuoco della passione, invece, si canta in molte parti del “Ballo”, ma raggiunge la sua espressione più completa e travolgente nella scena del secondo atto fra Amelia e Riccardo, quella dell’”orrido campo” per intenderci. La vena goliardica emerge alla fine di quello stesso atto, quando i truci congiurati si trasformano di colpo nella parodia di se stessi, vedendo Renato fare involontariamente da paraninfo agli amori della sua sposa con Riccardo e ridendone a bocca spalancata nel pregustare il “baccano” che questo sapido pettegolezzo susciterà a Boston. Dopo di che, ognuno è libero di preferire il caleidoscopio cromatico de “Un ballo in maschera”, oppure, tanto per portare qualche esempio, il vellutato, forse cupo ma caldo terra di Siena del “Simon Boccanegra” o l’araldico e un po’ funereo ma sublime nero e oro del “Don Carlos”. Su quest’opera, così impegnativa perché sfaccettata al punto da risultare spiazzante, la Fenice ha voluto scommettere, scegliendola come spettacolo inaugurale della stagione 2017-2018 e affidandola alle cure di Gianmaria Aliverta. Il regista, 33 anni, si sta affacciando ora alle maggiori ribalte dopo essersi formato nell’associazione VoceAllOpera da lui fondata, laboratorio per la divulgazione dell’opera lirica in ambienti non tradizionali. La scommessa è ampiamente vinta, com’era prevedibile, trattandosi non di un salto nel buio ma della fiducia concessa ad un giovane che aveva già mostrato di meritarsela, con gli allestimenti al Malibran del dittico “La Voix humaine” (Poulenc) e “Il diario di uno scomparso” (Janacek) nel 2015 e, nel 2016, della “Mirandolina” (Martinu). Aliverta non stravolge la vicenda costruita da Verdi e Somma, anzi la rispetta nella sua componente principale, che è la passione amorosa. Ma dietro agli amori contrastati mantiene, come in filigrana, un’idea unitaria, quella del razzismo. Per arrivare a ciò il regista utilizza degli spunti presenti nel libretto, come la maga Ulrica “dell’immondo sangue de’ negri”; ma anche la presenza nel cast di una cantante afroamericana, il soprano Kristin Lewis. E trasporta la vicenda, dal secolo XVII ad un periodo intercorrente fra il 1867 e il 1887, quando la guerra di secessione si è conclusa e la schiavitù è formalmente abolita. Ma molta strada dovrà essere fatta prima che, dopo la legge, anche la cultura e il costume riconoscano piena dignità alle persone di colore, come la regia di Aliverna ci fa capire. Si chiariscono così le ragioni della congiura contro Riccardo, riconducibili ad un suo eccessivo aperturismo in campo sociale: non per niente smentisce il giudice, principale rappresentante dell’establishment, annullando la condanna da lui pronunciata contro Ulrica, strega di colore in combutta con le forze occulte; e fa di Oscar, presentato dalla regia come un ragazzaccio sfrontato di estrazione ed educazione non limpide, quasi un proprio consigliere privilegiato. L’idea registica funziona bene e non accusa forzature, salvo forse qualche veniale eccesso didascalico che vuole ribadire ciò che è già chiaro. E’ apprezzabile perché valorizza la componente politica - presente solo implicitamente nell’opera - facendone un importante motore dell’azione, in perfetta sintonia, peraltro, con una sensibilità che Verdi ha dimostrato in molte sue opere, ove affetti privati e ragion di Stato si incrociano più volte. Il razzismo viene presentato già durante l’ouverture, ove si vede un servo di colore, oggetto di scherno e di disprezzo, che strofina intimidito i gradini di una scalinata. E viene ribadito nel corso del secondo atto: all’inizio, quando si vede un nero inseguito, quindi raggiunto, picchiato duramente e abbandonato come morto nell’orrido campo; è sua la testa che si leva di sotterra e terrorizza Amelia prima dell’arrivo di Riccardo. Alla fine dell’atto, poi, compaiono, sul fondo del palcoscenico, la croce in fiamme e i cappucci bianchi del Ku Klux Klan, al quale di certo appartengono i congiurati. Le scene di Massimo Checchetto, nella loro linearità ed essenzialità sono funzionali all’idea registica: la prima scena del primo atto mostra una scalinata praticabile che sormonta una serie di seggi e scranni sui quali prendono posto aristocratici e titolati. Molto felice la realizzazione dell’antro di Ulrica, un ambiente nudo e buio illuminato prima da ceri e poi da specchi. Questi ultimi, poi, ruotando su se stessi, da oggetti sinistri ed inquietanti perché riflettono e moltiplicano la realtà, si trasformano rapidamente in strumenti di scherzo, con gli astanti che li usano per nascondersi oppure per svelarsi: un’idea semplice, con la quale la regia asseconda la varietà di toni ed atmosfere che contraddistingue non solo la scena di Ulrica, dove lugubre e brillante convivono, ma tutto il “Ballo in maschera”. Nel secondo atto, l’orrido campo è reso con una sorta di scalea rocciosa e diruta, semovente al centro del palcoscenico. Nel terzo atto, l’abitazione di Renato è un interno borghese semplicissimo, quasi spoglio, con un lungo tavolo che corre parallelamente al palcoscenico e un grande ritratto del conte, un quadro su cui Renato sfoga il proprio odio in modi fin troppo esasperati, fra l’altro anche minacciandolo con un attizzatoio. Nella scena finale, ove sono collocati gli essenziali movimenti coreografici di Barbara Pessina, il palcoscenico vuoto accoglie uno scorcio della statua della libertà, cioè la parte superiore del capo e la fiaccola: un anacronismo, ma il simbolo pertinente, al pari della bandiera USA spesso presente in scena, di una nazione che, pur desiderando sinceramente e anche generosamente i grandi ideali di libertà e di democrazia, si è trovata a contraddirli spesso anche al proprio interno. Fondamentali le suggestive luci di Fabio Barettin nel creare l’atmosfera dei diversi ambienti. E sempre appropriati i bei costumi di Carlos Tieppo. Sul podio c’è Myung-Whun Chung, uno dei più prestigiosi direttori d’orchestra oggi in circolazione. Con lui si va sul sicuro ed in modo particolare nel repertorio verdiano, del quale è interprete ammiratissimo. Alla Fenice è la quinta volta che dirige – e sempre con grande successo – un’opera di Verdi: prima de “Un ballo in maschera” è toccato, nell’ordine, a “La traviata”, “Rigoletto”, “Otello” e “Simon Boccanegra”, per il quale i critici musicali gli hanno assegnato il Premio Abbiati 2015. Il maestro sud-coreano dà spessore e risalto ad ogni accompagnamento, a soluzioni melodiche, armoniche e coloristiche talvolta trascurate, ma inserendo ogni particolare all’interno di una narrazione musicale fluente e trascinante, dalle sonorità piene e rotonde, ove il respiro sinfonico si accompagna alla cura riservata all’esecuzione vocale. Colpisce, poi, la fluidità con cui si trascorre dal dramma alla brillantezza, per cui il contrasto, inevitabilmente segnato dal passaggio di atmosfere, viene reso naturale come nella vita e pienamente godibile sul piano musicale. Alla ottimale riuscita dell’interpretazione complessiva collaborano in maniera determinante l’orchestra ed il coro del Teatro, coro diretto come sempre da Claudio Marino Moretti. Apprezzata, nella scena di Ulrica, la presenza, talvolta rimossa, delle voci bianche: i Piccoli Cantori Veneziani diretti da Diana D’Alessio. Il cast è dominato dalla classe interpretativa di Francesco Meli, un Riccardo elegante e scanzonato, libero e generoso come Verdi l’aveva immaginato; soprattutto, di assoluta sicurezza vocale oltre che scenica, padrone di un canto forbito ed illuminato da un gioco dinamico di straordinaria varietà. Magistrali, in particolare, i suoi piani e pianissimi: rotondi, timbrati, sonori, corrono meravigliosamente per il teatro e conferiscono spessore ed incisività al fraseggio e quindi all’interpretazione. A ciò si aggiungano l’emissione pulita ed omogenea, il timbro di raro prestigio, la dizione immacolata. Anche gli acuti, certo non il pezzo forte dell’artista, risultano sufficientemente lucenti e risonanti. Accanto a Francesco Meli, sugli scudi anche la consorte, Serena Gamberoni, Oscar di irresistibile freschezza scenica e vocale: una specie di impertinente Oliver Twist secondo le riuscite intenzioni della regia, dal quale scaturisce una cascata sonora lucente, spumeggiante, brillantissima. Il miglior Oscar che abbia mai visto ed ascoltato in palcoscenico. Il baritono bulgaro Vladimir Stoyanov, Renato, si affida ad un professionismo solido ma un po’ generico, inficiato qua e là da qualche imperfezione vocale. Ma trova una buona emissione, morbida e sfumata, nel “O dolcezze perdute” e, nel complesso, restituisce un personaggio credibile, con l’unica eccezione del parrucchino che fa volare alla fine dell’aria, mostrando una capigliatura scarsa e bigia laddove prima ce n’era una folta e nera. Certo, il gesto – ovviamente voluto dalla regia – sta a indicare la definitiva rinuncia di un uomo maturo alla speranza di essere amato da una donna più giovane e più bella di lui, affascinata dal brillante e potente Riccardo, del quale Renato forse è sempre stato geloso. Certo, si sa. Ma si sa anche che in teatro non basta avere una buona idea: bisogna anche realizzarla in maniera convincente. Silvia Beltrami è un’Ulrica di estrazione belcantistica, la cui interpretazione, misurata ma non priva di efficacia drammatica e di impatto emotivo, si fa preferire ad altre esecuzioni caratterizzate da una vocalità più torrenziale ma anche da un approccio alla parte più esteriore se non plateale, effetti ed effettacci compresi. Eccellente sul piano vocale il Silvano di William Corrò, ma troppo statico sulla scena davanti al direttore d’orchestra. A posto, corretti e in parte, i due congiurati: il Samuel del coreano Simon Lim e il Tom di Mattia Denti. Sicuro e squillante il Giudice di Emanuele Giannino. Un discorso a parte va fatto per Kristin Lewis, il soprano USA cui è affidato il ruolo di Amelia e che fa annunciare un attacco di influenza durante l’intervallo fra il secondo ed il terzo atto, pur portando a termine la recita. Ogni giudizio sulla sua prestazione, quindi, deve essere sospeso. A titolo di cronaca, va detto che l’artista, consapevole di non essere stata all’altezza delle aspettative, abbandona bruscamente il palcoscenico mentre risponde agli applausi finali insieme ai colleghi, nonostante il pubblico veneziano l’avesse sostenuta con il garbo e l’urbanità che tradizionalmente lo contraddistinguono. Alla serale cui si riferiscono queste note, un teatro stracolmo ha decretato un caldo successo per tutti, con punte incandescenti per il maestro Myung-Whun Chung, Francesco Meli e Serena Gamberoni. Adolfo Andrighetti
«Nessuno mette in discussione l’importante  lavoro dell’Autorità Nazionale Anti Corruzione, bensì l’applicabilità delle leggi, cui è chiamata a sovrintendere»: replica così Ugo Cavallin, Presidente di ANCE (Associazione Nazionale Costruttori Edili) Venezia, ad una recente dichiarazione del Presidente di A.N.A.C., Raffaele Cantone. «Chiedere di rifondare la normativa sugli appalti non significa voler mano libera per favorire la corruzione o il malcostume – prosegue Cavallin - ma al contrario costruire su basi, che non siano quelle di pubblica sicurezza, meccanismi che coniughino semplificazione amministrativa, correttezza di comportamenti ed efficiente realizzazione delle opere, di cui il Paese ha bisogno. I dati sono sotto gli occhi di tutti: il settore edile è l’unico, che non sta cogliendo le opportunità della ripresa economica, con un forte calo delle ore lavorate anche nei primi mesi del 2017». Le norme devono essere applicabili e colpire i disonesti, non bloccare il lavoro «In una congiuntura comunque difficile– insiste il Presidente di ANCE Venezia –il Codice degli Appalti rischia di essere la pietra tombale soprattutto per le aziende medie e piccole. La situazione è nota: mancano le risorse, i pagamenti hanno tempi lunghissimi, i provvedimenti attuativi del Codice sono in gravissimo ritardo, le gare latitano, le pubbliche amministrazioni risultano ingessate rispetto agli innumerevoli adempimenti formali loro richiesti ed i responsabili del procedimento sono a tal punto gravati dal rischio di un qualche incidente giudiziario da non firmare più nulla. Ciò sta determinando uno spreco di risorse pubbliche, che oggi finalmente ci sono e che vorremmo trasformare in ricchezza per il sistema Paese; per questo, chiediamo l’abolizione di un codice ormai irriformabile e l’applicazione integrale delle norme europee, evitando il ricorso alle deroghe come nel caso dei lavori per i Mondiali di sci a Cortina d’Ampezzo, per il terremoto e ora per le Universiadi del 2019. D’altronde – conclude Cavallin – se il Governo è il primo ad eludere il Codice con il moltiplicarsi delle deroghe, vorrà pur dire qualcosa!»
La Commissione europea si è data un obiettivo a lungo termine per l’energia: ridurre entro il 2050 le emissioni di gas serra dell’80-95% rispetto ai livelli del 1990. Per raggiungerlo gli Stati membri dovranno aumentare gli investimenti in nuove tecnologie a bassa emissione e che accelerino l’innovazione. Solo questo potrà aprire la strada a un ciclo virtuoso che potrà creare opportunità di lavoro e rafforzare la competitività dell’Europa ben oltre il settore energetico. Questo quanto emerso nel corso di un incontro tra esperti, industrie e policy makers promosso al Parlamento europeo da Deloitte, una delle più grandi realtà internazionali di servizi e consulenze alle imprese. «Dobbiamo mandare i giusti segnali per i futuri investimenti – ha spiegato Adina Valean, presidente della Commissione ambiente del Parlamento europeo – proprio ora che le politiche in difesa dell’ambiente hanno finalmente cambiato i confini del dibattito sulla crescita e hanno pienamente integrato il clima nelle nostre politiche industriali. L’Unione è già leader in questo campo e deve ora stabilire regole prevedibili e politiche fatte su misura per sostenere gli obiettivi che si è posta». Il futuro dello sviluppo economico è nell’elettrico in casa e per la mobilità urbana Angelo Era, Capo del settore energetico di Deloitte Italia ha confermato che: «raggiungere l’obiettivo posto al 2050 è possibile anche con la tecnologia attuale». Anzi, gli obiettivi di medio termine al 2030 sarebbero troppo conservativi e sarebbe possibile «ottenere una maggiore spinta nell’innovazione tecnologica e costruire una tabella di marcia più resiliente, in grado di far fronte a un possibile ritmo crescente nello sviluppo economico. L’energia elettrica diventa il vettore più rilevante nel 2050, pari ad esempio a circa il 53% in Italia, il 65% in Spagna e il 39% in Romania». Daniele Agostini, responsabile delle politiche energetiche a basse emissioni di carbonio e europee di Enel, ha spiegato che: «per colmare il divario di ambizione dell’Accordo di Parigi, la transizione energetica dovrà essere ampia, profonda e veloce. Tutti gli scenari mostrano che l’elettricità dovrà svolgere un ruolo molto più importante nel futuro prossimo. L’accelerazione della penetrazione dell’elettricità decarbonizzata in altri settori, come i trasporti e il residenziale, non solo produrrà benefici per la mitigazione dei cambiamenti climatici, ma migliorerà drasticamente anche la qualità dell’aria urbana».
«Il paesaggio non è una ricchezza inesauribile: l’espansione indiscriminata di alcune attività ha privato le periferie di una possibile identità e tolto alle città l’anima che avevano». È da questo enunciato del presidente di Confcommercio Veneto, Massimo Zanon, che ha preso le mosse il convegnon “Consumo di suolo: ripensare il Veneto” che ha visto a Marghera il mondo dell’impresa commerciale confrontarsi con il presidente della Regione Veneto, Luca Zaia. Il Veneto è la seconda regione in Italia per consumo di suolo, con un valore percentuale del 12,21%, contro una media nazionale del 7,64%. In un solo anno, fra il 2015 e il 2016, il valore assoluto di suolo consumato nella nostra regione è stato di 563 ettari,. «È arrivato il momento di cambiare registro – ha aggiunto Zanon – di immaginare un orizzonte diverso, più condiviso ed equilibrato. La nostra idea è tornare a stimolare la crescita imprenditoriale di piccole e grandi attività dove la gente vive, recuperando l’errore ormai commesso ed evidente: se si esportano al di fuori dei centri urbani le attività commerciali, le città muoiono. Non esiste una città che possa essere attrattiva se oltre alle sue bellezze non ha anche un mix commerciale». La nuova legge regionale sul consumo del suolo avrà in primavera il suo regolamento attuativo «La Regione – ha risposto Luca Zaia – si è impegnata con la nuova legge urbanistica a proteggere questa terra senza frenarne la crescita. Abbiamo capito da tempo che il nostro futuro non è riempire il Veneto di centri commerciali, ma di valorizzare ciò che abbiamo. Di grande distribuzione ce n’è che basta, diciamo pure che il Veneto ha già dato: ora è arrivato il momento di mettere mano ai centri urbani. Lo scopo è riportare la vita dove da molti anni si sono spente le vetrine. Credo che i centri commerciali stiano già iniziando ad avere i loro problemi: basta guardare i fatturati di Alibaba per capire che la ‘valanga’ dell’e-commerce non è poi così lontana». Le conseguenze del consumo di suolo si fanno sentire anche sul piano sociale e occupazionale: «Per ogni occupato nella grande distribuzione – ha sottolineato il professor Amerigo Restucci – ci sono tre o quattro posti di lavoro che si perdono nella distribuzione di vicinato. Adesso, anche per i cambiamenti tecnologici che rapidissimi stanno mutando gli scenari, è più che mai indispensabile tornare nel cuore delle città con i servizi e i negozi di vicinato».
Per tre giorni (venerdì, sabato e domenica) il Valecenter ospita “Aiuto sono in casa”, l’iniziativa organizzata nell'ambito delle attività promosse quest’anno dall'Ulss 5 Polesana in qualità di Azienda sanitaria assegnataria per il Programma di prevenzione degli incidenti domestici della Regione Veneto. Per la tappa in provincia di Venezia, la quinta della serie in ambito regionale, è stato scelto lo shopping center marconese, perché da sempre fortemente impegnato sul piano della responsabilità sociale e radicato sul territorio. Va purtroppo ricordato che proprio il territorio di Marcon è stato recentemente colpito dalla tragica morte del bambino rimasto vittima di un incidente proprio tra le mura di casa. L’obiettivo dell’evento è di sensibilizzare la popolazione sul tema della sicurezza nelle abitazioni. Infatti, nel nostro Paese ogni anno circa ottomila persone perdono la vita in seguito ad un incidente domestico, più del doppio rispetto ai morti per incidenti stradali: le persone maggiormente esposte sono le casalinghe, i bambini fino ai 14 anni e gli anziani. La miglior prevenzione passa, dunque, per l’educazione della comunità, a partire dai più piccoli, ad adottare i comportamenti e gli accorgimenti utili nella vita di tutti i giorni a ridurre i rischi ed evitare gli incidenti e le loro possibili grave conseguenze.   C’è anche un concorso a premi: vieni a Valecenter per un selfie sulla sicurezza domestica Nell’arco del week end sarà visitabile un’area sicurezza con tre diversi corner: • uno spazio informativo con personale e materiale dedicato; • uno spazio junior dedicato ai più piccoli che saranno coinvolti attivamente attraverso il gioco, anche con il contributo della mascotte Affy - Fiutapericolo, e attraverso attività educativo-didattiche; • uno spazio senior riservato agli adulti ai quali verrà proposto un’animazione social che prevede l’assegnazione di premi a chi aderirà alla campagna #sicurezzaincasamia: sulla pagina Facebook del centro commerciale saranno pubblicati i selfie realizzati per lanciare un messaggio a favore della sicurezza domestica. La campagna #sicurezzaincasamia si concluderà con la premiazione del selfie più votato. Venerdì mattina, l’area della galleria commerciale antistante l’ingresso dell’ipermercato, ha ospitato un centinaio di bambini della scuola dell’infanzia che, suddivisi in due gruppi, sono stati guidati in un’attività ludiche e e in laboratori dai volontari della Croce Verde di Marcon e dagli esperti cinofili dell’Associazione Dog’s Angels di Mestre che concentreranno l’attenzione sui rischi che possono insorgere nel rapporto bambino-animale. Erano presenti a questa prima giornata il sindaco di Marcon, Matteo Romanello; il direttore di Valecenter, Alberto Marinelli; l’assistente sanitaria dell’Azienda ULSS 3 Serenissima, Emanuela Pesce; il presidente dell’Associazione Dog’s Angels, Antonio Angus; e i volontari della Croce Verde di Marcon Luisella Della Palma e Loris Verreschi.
Venerdì 24 novembre 2017, ore 19.00: la Fondazione Teatro La Fenice inaugura la Stagione Lirica e Balletto 2017-2018 con “Un ballo in maschera” di Giuseppe Verdi. Il melodramma in tre atti, su libretto di Antonio Somma, torna sul palcoscenico di campo San Fantin a quasi vent’anni dalla sua ultima messinscena veneziana in un nuovo allestimento con la regia di Gianmaria Aliverta, le scene di Massimo Checchetto, i costumi di Carlos Tieppo, le luci di Fabio Barettin e i movimenti coreografici di Barbara Pessina. A guidare l’Orchestra e Coro del Teatro La Fenice sarà il pluripremiato maestro coreano Myung-Whun Chung. L’inaugurazione della stagione sarà trasmessa in diretta su Rai Radio3. Le successuve quattro repliche sono programmate per il 26 e 29 novembre, e per l’1 e 3 dicembre.  «La magia di quest’opera – spiega Chung, che per la quinta volta si misura con un’opera di Verdi in Fenice, dopo “La traviata”, “Rigoletto”, “Otello” e “Simon Boccanegra” – sta nel fatto che è un diamante che brilla, anzi un insieme di diamanti che brillano. Ognuno dei personaggi è un gioiello, ci troviamo di fronte a tanti gioielli circondati da una musica particolarmente brillante. Non conosco un altro titolo di Verdi che lo sia altrettanto». La strana storia di un’opera che Verdi dovette accettare di modificare per superare la censura La genesi de “Un ballo in maschera” risale al febbraio 1857, quando il Teatro San Carlo di Napoli avviò dei contatti con Giuseppe Verdi per un’opera da rappresentare nel carnevale dell’anno successivo. Verdi propose un soggetto che s’ispirava a un fatto storico accaduto nel 1792: l’omicidio del monarca svedese Gustavo III, perpetrato da un cortigiano durante un ballo. Nonostante fosse presto ben chiaro che la censura napoletana non avrebbe accettato di veder portato sulle scene l’omicidio d’un re, “Un ballo in maschera” fu terminato senza tener troppo da conto le avvisaglie sull’atteggiamento dei censori partenopei. Ma quando questi imposero che il protagonista dell’opera non fosse un monarca, che il ruolo d’Amelia fosse quello d’una sorella anziché d’una moglie, che il tema della cospirazione non recasse alcuna motivazione politica, che l’omicidio avesse luogo fuori scena, che la datazione venisse portata all’epoca medievale e che si eliminassero le scene del ballo e del sorteggio, Verdi abbandonò l’impresa.  Per presentare al pubblico la sua nuova opera, Verdi dovette pertanto attendere un’occasione più propizia: Un ballo in maschera esordì il 17 febbraio 1859 al Teatro Apollo di Roma e il pubblico ne decretò il successo che dura tuttora. Da rimarcare è che nemmeno la censura romana aveva accettato di veder rappresentata l’uccisione di un re; di conseguenza Verdi e Somma apportarono all’opera i cambiamenti destinati a rimanere definitivi: l’ambientazione venne trasferita da Stoccolma a Boston e Gustavo III assunse i panni d’un Riccardo conte di Warwick e governatore del Massachusetts. 
Il trend della raccolta differenziata nel Veneto è positivo: nel 2016 si attesta al 67,1% con un +0,6% in più rispetto all’anno precedente, a fronte di una produzione complessiva di rifiuti urbani di circa 2.238.492 tonnellate, che fa registrare un aumento del +2,2%. Lo mette in evidenza l’ultimo rapporto sulla “Produzione e Gestione dei rifiuti urbani nel Veneto”, curato dall’Osservatorio Regionale Rifiuti istituito presso l’Agenzia regionale per la Prevenzione e Protezione Ambientale del Veneto. In sostanza i rifiuti urbani raggiungono la media di 456 kg di produzione annua procapite, con un aumento del +2,3%. In totale i rifiuti urbani avviati a recupero nel 2016 ammontano a oltre 1,6 milioni di tonnellate. I rifiuti urbani inceneriti negli impianti di Padova e di Schio sono stati pari a 203 mila tonnellate annue, solo il 9% del rifiuto prodotto, mentre i quantitativi conferiti nelle 10 discariche attive sul territorio regionale sono stati pari a 94 mila tonnellate, cioè il 4% del totale. Solo le enormi presenze turistiche nella provincia di Venezia ‘sbilanciano’ i dati regionali Per quanto riguarda i dati di raccolta differenziata, l’obiettivo del 60% previsto dalla legge nazionale è stato superato da tutte le province tranne Venezia che, a causa del turismo, è a quota 50,6%. «Il sistema di gestione dei rifiuti urbani il Veneto, così come è oggi strutturato – sottolinea l’Assessore alle politiche ambientali, Gianpaolo Bottacin – anticipa e realizza gli scenari dell’economia circolare, in cui la materia viene riutilizzata il più possibile. In questo senso non è negativo neppure l’aumento del 2% dei rifiuti prodotti nel 2016, in considerazione del fatto che il Veneto è la prima regione turistica d’Italia con oltre 65 milioni di presenze annue e il dato è indice di crescita del tessuto produttivo».
Babbo Natale è arrivato a Marcon e, testimoni centinaia e centinaia di persone, ha preso casa al centro commerciale Valecenter che ora, e per tutto il periodo festivo, è uno sfavillio continuo di luminarie . L’accensione delle luci interne ed esterne è stato un momento magico e tanto atteso dai numerosi bambini presenti, che, sulle note di “Sarà Natale Se”cantata dai folletti nella lingua dei segni, hanno assistito all’arrivo con il teletrasporto del nonno più amato del mondo e all’accensione delle numerose installazioni luminose. Una festa nella festa che è solo il preludio al cartellone di eventi che interesserà lo shopping center per tutto il periodo natalizio. «Un particolare ringraziamento a Valecenter per il contributo che dà al nostro territorio e alla nostra comunità – ha dichiarato il sindaco di Marcon, Matteo Romanello – oggi abbiamo acceso le luminarie qui ma presto le accenderemo anche a Marcon, Gaggio e San Liberale come n on accadeva da diversi anni. Da parte mia e di tutta l’Amministrazione comunale l’augurio per un felice e sereno Natale». La Casa di Babbo Natale è stata inaugurata al primo piano, con il tradizionale taglio del nastro: ospiterà laboratori e attività ludiche dedicate ai più piccoli e per tutti ci sarà sempre la possibilità di farsi scattare una foto insieme al “Grande vecchio con la barba bianca” che universalmente è riconosciuto come il simbolo magico del natale. «È bello vedere tutti questi bambini presenti – ha sottolineato il direttore del centro commerciale Alberto Marinelli – buone feste a tutti insieme a Valecenter».
Il Comitato della Piccola Industria di Confindustria Venezia e la Fondazione Musei Civici di Venezia hanno avviato una collaborazione tra arte, cultura e impresa affinché vengano sviluppati dei progetti per valorizzare il patrimonio culturale e allo stesso tempo metterlo a disposizione del tessuto economico del territorio. Un accordo in questo senso è stato sottoscritto dal Presidente del Comitato Piccola Industria di Confindustria Venezia, Agnese Lunardelli e dalla Presidente della Fondazione Musei Civici di Venezia Mariacristina Gribaudi, alla presenza dell’Assessore allo sviluppo economico del Comune di Venezia, Simone Venturini. L’accordo prevede la possibilità, per le aziende associate, di acquistare pacchetti di titoli di ingresso Museum Pass e di organizzare all’interno degli ambienti gestiti dalla Fondazione MUVE visite fuori orario ed esclusive, assemblee, riunioni ed eventi a tariffe agevolate. L’incontro tra pubblico e privato è favorito dall’Art Bonus «La collaborazione tra pubblico e privato e tra cultura e impresa – ha dichiarato l'Assessore Venturini – non è una novità di oggi, risale ai tempi della Serenissima. L'immenso patrimonio che abbiamo ereditato c'è perché le famiglie patrizie investivano anche in cultura e perché a loro volta ottenevano grandi ricavi dall'arte». «L’intento dell’accordo – ha sottolineato Agnese Lunardelli – è quello di favorire l’incontro tra imprese e cultura; siamo davvero felici di aver intrapreso con la Fondazione Musei Civici di Venezia questo nuovo percorso insieme. Il Gruppo Cultura, grazie al quale abbiamo raggiunto questo bel risultato, esiste solo in Confindustria Venezia Rovigo e questo per noi è motivo di grande orgoglio: nato con l’obiettivo di fare aggregazione e di proporre agli industriali delle nuove opportunità e delle occasioni di cultura, continuerà a lavorare in questa direzione». «Crediamo molto in questa ‘contaminazione’ tra pubblico e privato – spiega la presidente Muve Mariacristina Gribaudi – resa recentemente più accessibile e attuabile, soprattutto per gli investitori, anche grazie alle opportunità fiscali proposte dall’Art Bonus. È dunque con grande orgoglio e soddisfazione che sottoscriviamo questo importante accordo con Confindustria».

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