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Una danza frenetica all’interno di un camposanto. A questo fa pensare, in estrema e forse approssimativa sintesi, il fortunato e pluripremiato “Don Giovanni” di Mozart, regia di Damiano Michieletto, riproposto alla Fenice a distanza di sette anni dalla sua prima rappresentazione. Nella metafora, il camposanto è rappresentato dalla splendida cornice scenografica ideata da Paolo Fantin: un’ambientazione chiusa, tetra, soffocante, vagamente cimiteriale, con le pareti sempre uguali di un palazzo elegante e in decadenza che continuano a ruotare su se stesse, mostrando luoghi sempre diversi eppure, nonostante l’incessante alternarsi, sempre uguali. Né va  dimenticato il sinistro e suggestivo gioco di luci quasi sempre in chiaroscuro ideato da Fabio Barettin, con i personaggi che si sdoppiano nelle loro ombre riflesse sulle pareti con effetto inquietante; ombre che risultano altrettanto importanti, nella dinamica teatrale, dei protagonisti in carne ed ossa. Prezioso il contributo fornito anche dagli appropriati costumi creati da Carla Teti. Questa ambientazione scenografica, il camposanto nella metafora, accoglie però, per contrasto, una danza frenetica: cioè il tourbillon continuo, ipercinetico, nevrotico, cui la regia costringe i personaggi, il cui movimento incessante accompagna ed asseconda quello delle pareti. L’agitazione che si vede in palcoscenico risulta soffocante anch’essa come il cupo palazzo che la contiene: e ciò perché mozza il respiro di chi interpreta e di chi guarda, trascinando i protagonisti in un vortice che è claustrofobico esattamente come l’immoto ambiente nobiliare che li circonda, perché dall’uno come dall’altro è impossibile uscire. Al centro di questo vortice inarrestabile e stordente grandeggia il suo motore, Don Giovanni, che Michieletto vuole vittorioso e dominatore anche dopo la sua discesa all’inferno, quando compare, durante la scena finale, a riaffermare un potere assoluto su coloro che sono le sue vittime, pur dovendogli la vita. Don Giovanni, infatti, è il demone, sempre vivo e sempre in movimento, dal quale tutti traggono l’energia per poter “essere” prima ancora che per poter “agire”, ma che tutti trascina in una corsa sfrenata verso il nulla dalla quale egli solo si erge vittorioso; perché lui “è” il nulla e la cupio dissolvi fa parte della sua essenza. Ebbene, la direzione di Stefano Montanari, elettrizzante, incalzante, ritmatissima, contrassegnata da un gesto eloquente e comunicativo fino all’esuberanza, accompagna in totale sintonia ciò che si vede sul palcoscenico - cioè la frenetica corsa di don Giovanni e delle sue vittime verso una meta inesistente – permettendo la realizzazione di uno spettacolo di assoluta coerenza e compattezza, oltre che di alto livello artistico. Il pubblico apprezza e, alla serale cui si riferiscono queste note, accoglie con spontaneo entusiasmo e anche con gratitudine la bella e preziosa proposta che gli viene fatta. L’amalgama fra l’impostazione registica e quella della direzione-concertazione, prima ragione dell’eccellenza del risultato ottenuto, è sostenuto e rafforzato da un cast di elevata qualità artistica prima ancora che vocale; un cast che appare particolarmente affiatato, perché accomunato dalla volontà di impegnarsi a fondo per dare vita ad un progetto in cui è giusto credere e per il quale vale la pena sudare le proverbiali sette camicie. E sette camicie, non solo metaforicamente, le suda prima di tutti il protagonista Alessandro Luongo. Questi è sollecitato dalla regia ad un’agitazione quasi parossistica, che raggiunge il suo acme soprattutto nel secondo atto, quando, in un barcollare sempre più accentuato, l’incapacità del Burlador di fermarsi e di trovare pace mostra i segni inquietanti della patologia. Ciò nonostante, il Don Giovanni di Luongo ha modo di esibire una vocalità dai seducenti e virili colori da bass-baritone, bravamente adeguata ad ogni situazione in una varietà di accenti ed espressioni ove la protervia si alterna all’ironia, al sarcasmo, alla sguaiataggine goliardica, alla passione erotica; un caleidoscopio con cui il canto asseconda la logica dello spettacolo imperniata sul movimento e che restituisce l’immane personaggio almeno in una gran parte delle sue infinite sfaccettature. Accanto a lui, Omar Montanari come Leporello conferma la sua notevole caratura artistica, traendo il meglio da uno strumento limitato per corpo e volume eppure di straordinaria duttilità ed espressività; ma, soprattutto, creando un personaggio che rimane davanti agli occhi anche dopo la calata del sipario tanto è vivido ed umanissimo, stretto com’è fra l’insofferenza verso un padrone prepotente e devastante (si ricordi l’amarezza che trasuda dall’aria del catalogo), e la consapevolezza che il legame che lo unisce a lui è forte al di là di ogni intenzione, quasi viscerale, e non scevro da un’inconfessata ammirazione. In questo quadro, la balbuzie che in questa riproposta dello spettacolo gli è imposta nei recitativi – una novità gestita con abilità e senso della misura dall’artista - accentua la fragilità del personaggio ma non il lato buffonesco del suo carattere, che resta incline alla malinconia e ad un certo ripiegamento su se stesso.   Al tenore Antonio Poli sono stati riservati forse gli applausi più intensi della serata. Al di là di graduatorie di merito che è sempre meglio evitare dal momento che una spettacolo d’opera non è una gara sportiva, non vi è dubbio che il suo Don Ottavio è cantato veramente bene, con voce sonora, corposa, bene emessa e ben proiettata. Al timbro solare, splendente, corrisponde un fraseggio che sa essere vario ed eloquente, come nell’aria “Il mio tesoro intanto”. E’ un Don Ottavio robusto, virile, sanamente latino per la bellezza dei mezzi, soprattutto se rapportato ad un altro filone interpretativo, di scuola straniera, ove una presunta competenza stilistica non è accompagnata a sufficienza dalla giustezza della dizione, dalla espressività del fraseggio,  dalla bellezza del timbro. Per chiudere con la parte maschile del cast, ricordiamo l’ottimo Masetto di William  Corrò, capace di esprimere con efficacia, nella sua breve aria “Ho capito, signorsì”, tutta la rabbia e la frustrazione di un “villano d’onore” che, a causa dell’inferiorità della sua posizione sociale, deve subire che la sua promessa sposa riceva le attenzioni erotiche di Don Giovanni. Bene anche il collaudato Commendatore di Attila Jun, dalla ampia e risonante zona grave, imponente e di impressionante impatto tanto sul piano vocale quanto su quello scenico.                 Il versante femminile del cast non è meno apprezzabile di quello maschile, a cominciare dalla superba Donna Elvira di Carmela Remigio. L’artista, in perfette condizioni vocali e padrona assoluta del personaggio, ci offre un’interpretazione da autentica fuoriclasse. Il timbro pieno, rotondo, di bel colore, la sorprendente proiezione del suono, la straordinaria varietà di un fraseggio che passa dall’invettiva bruciante alla dolente confessione: tutto è messo al servizio di un’interpretazione memorabile e che restituisce per così dire dalle viscere un personaggio complesso ed umano, preda di un amore che non vuole tramontare anche se è vilipeso di continuo. Un esempio fra i tanti: il recitativo che precede l’aria “Mi tradì quest’alma ingrata”. Accanto ad un’artista di questa levatura non sfigurano affatto la Donna Anna di Francesca Dotto e la Zerlina di Giulia Semenzato. La prima, forte di un assetto vocale e di uno strumento di prim’ordine, trova gli accenti più appropriati per restituire tutta la nobiltà e la grandezza di sentire che caratterizza quest’eroina da opera seria. La seconda è ben lontana dallo stucchevole cliché, al quale anche oggi capita di vedere consegnato il personaggio, del soprano soubrette tutta vezzi e mossettine. Rappresenta, invece, un tipo umano pieno di verità, una ragazza di campagna ambiziosa e ricca di una sensualità che fatica a gestire onestamente nell’incertezza fra Masetto e Don Giovanni: una sensualità – ed è questo il punto – risolta soprattutto con la voce, che ne gronda ad ogni nota, piuttosto che con un gestire che rimane sempre misurato. Se a ciò si aggiungono la padronanza tecnica, la luminosità del timbro e l’omogeneità dell’emissione, si capisce che ci si trova davanti ad un’artista di tutto riguardo.   Si chiude con il doveroso e non formale riconoscimento alla bravura dell’orchestra e del coro del Teatro, quest’ultimo istruito come sempre da Claudio Marino Moretti. Adolfo Andrighetti
Fondato nel 1987 dal professor Antonio Raviele, torna a Venezia il simposio biennale “Venice Arrhythmia” per la sua 15esima edizione. Dal 25 al 27 ottobre, saranno 1.500 i medici provenienti da una settantina di Paesi per fare il punto sui più recenti studi sulle aritmie cardiache. I migliori specialisti di tutto il mondo, nella prestigiosa sede della Fondazione Cini nell’isola di San Giorgio, si confronteranno su tutti gli aspetti clinici, diagnostici e terapeutici delle aritmie cardiache, con particolare riguardo agli sviluppi della ricerca e alle nuove frontiere della cura. Le aritmie cardiache possono essere semplici, come le banali extrasistoli del cuore sano, o complesse, come la tachicardia parossistica sopraventricolare, il flutter e la fibrillazione atriale fino alla tachicardia e alla fibrillazione ventricolare, quest’ultima responsabile di quell’evento tragico che è la morte improvvisa. Una patologia quest’ultima che rappresenta una tra le principali cause di mortalità in assoluto, pari al 40% della mortalità per cause cardiache e al 10% di tutti i decessi che si verificano ogni anno in Italia. Nei tre giorni sono previste 115 sessioni di lavoro da un’ora e mezza ciascuna, distribuite in 8 sale del complesso congressuale, ciascuna focalizzata su una singola problematica delle aritmie cardiache, con l’analisi e lo scambio di esperienze e competenze tra i partecipanti, nell’ambito del programma scientifico approvato dalla Heart Rhytm Society. Con opportuni accertamenti è possibile una efficace prevenzione delle morti improvvise «Il disturbo del ritmo cardiaco – spiega il professor Antonio Raviele, già direttore del Dipartimento cardiovascolare dell’Ulss 12 veneziana e primario dell’Unità operativa di cardiologia dell’ospedale civile di Mestre – è provocato da un’anomalia nella formazione e nella trasmissione dell’impulso elettrico che normalmente nasce dal “nodo del seno”, una specie di “batteria naturale” che abbiamo nella parte alta del nostro cuore e che poi da lì si trasmette verso il basso attraverso dei filamenti che conducono l’elettricità. Ne consegue un’alterazione della frequenza cardiaca con accelerazione o rallentamento eccessivi e spesso anche un’irregolarità del battito che oltre a una sintomatologia particolarmente fastidiosa e agli effetti connessi, può provocare, nel caso delle aritmie più gravi, seri problemi all’organismo: dall’ictus cerebrale in caso di fibrillazione atriale fino alla morte improvvisa, in caso di fibrillazione ventricolare. Nella maggior parte dei casi le morti improvvise colpiscono pazienti già cardiopatici a causa di una anomalia congenita o di una malattia acquisita, soprattutto l’infarto: in questi casi – conclude il professor Raviele – con opportuni accertamenti si possono individuare i soggetti a maggior rischio e proteggerli adeguatamente con la terapia farmacologica e interventistica, incluso l’impianto di un defibrillatore».
«Ance Venezia si costituirà parte civile contro i responsabili delle discariche abusive»: lo ha detto il presidente Ugo Cavallin facendo riferimento alle frequenti notizie apparse in questi giorni sulla stampa locale. In diverse zone del territorio provinciale di Venezia, infatti, sono state rinvenute alcune discariche abusive con materiali edili, in particolare eternit, abbandonati sui cigli delle strade o in luoghi periferici con conseguente rischio per la salute pubblica. «È una situazione intollerabile che va immediatamente arginata – sottolineatpo il presidente Cavallin – Non possiamo accettare questi comportamenti illegali e irresponsabili da parte di soggetti, in molti casi esterni alla nostra area e che non si possono neanche definire vere imprese. Questi operatori non solo esercitano una concorrenza sleale nei confronti delle aziende regolari che osservano puntualmente tutte le norme e le procedure, peraltro particolarmente onerose, per lo smaltimento corretto dei rifiuti, e dell’eternit in particolare, ma gettano anche una pesante ombra di discredito nei confronti dell’intera categoria. Procederemo alla tutela dell’immagine della nostra categoria in tutte le sedi opportune, compresa la costituzione di parte civile ai fini del necessario risarcimento del danno, nei confronti degli autori di questi reati, le cui responsabilità – ha concluso Ugo Cavallin – ci auguriamo vengano al più presto accertate ponendo fine a queste pericolose condotte fuori legge».
La settima edizione del Rapporto annuale sull’economia dell’immigrazione a cura della Fondazione Leone Moressa, pubblicato con il contributo della CGIA di Mestre e con il patrocinio di OIM e MAECI, Organizzazione Internazionale per le Migrazioni e Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, fotografa l’impatto economico e fiscale dell’immigrazione in Italia e sul territorio regionale. Nel Veneto, i residenti stranieri sono 485 mila, quasi la metà d’origine europea: non sono profughi, quindi, ma soprattutto lavoratori e famiglie. Nel 2016 hanno prodotto 13,8 miliardi di valore aggiunto pari al 10,1% del PIL dell’intero prodotto regionale. Il contributo economico dell’immigrazione si traduce inoltre in 774 milioni di Irpef versata e oltre 47 mila imprese straniere. Da questi dati si evince che il numero degli immigrati residenti in Veneto, pari al 9,9% della popolazione, ha una incidenza più alta rispetto alla media nazionale, che si attesta all’ 8,3%. Tuttavia il fenomeno nella nostra regione è in controtendenza rispetto ai dati nazionali: mentre in Italia il numero complessivo aumenta del +0,4%, in Veneto si registra un calo rispetto al 2016 del -2,5%. Gli stranieri in Veneto sono imprenditori e producono il 10% del reddito regionale Più alta in Veneto non è sola l’incidenza delle presenze straniere, ma anche quella quella sul valore aggiunto prodotto che è di 13,8 miliardi di euro, pari al 10,1% del totale regionale: un’incidenza più alta rispetto all’8,9% della media nazionale. E cresce l’imprenditoria straniera: gli imprenditori nati all’estero nel 2016 sono 58.939, in aumento del +2,4%. Tra le province, quella più multietnica del Veneto è quella di Verona con 105 mila immigrati seguita da quelle di Padova e Treviso nelle quali la presenza degli stranieri supera quota 90 mila con una l’incidenza sulla popolazione indigena che supera la quota del 10%. Quasi un quarto degli immigrati in Veneto viene dalla Romania, 24,6%, quasi 120 mila unità, seguono il Marocco, con 46 mila persone, la Moldavia e l’Albania, entrambe con circa 35 mila residenti. Tra i paesi dell’Est prevalgono le donne, segno dell’importanza del fenomeno badanti.
Mai fino ad ora il botteghino della Fondazione Teatro La Fenice aveva registrato, per un'opera fuori abbonamento, la cifra record registrata venerdì 13 ottobre 2017 per “Don Giovanni” che ha oltrepassato i 120.000 euro netti di incasso. Va dunque aggiornato il podio delle produzioni fenicee di maggior successo ‘economico’, tra cui ricordiamo la recita de “La Traviata” con la regia di Robert Carsen del 23 settembre 2016, “La bohème” di Francesco Micheli in scena il 19 aprile 2014 e “Il Barbiere di Siviglia” del 7 maggio 2016 con la regia di Beppi Morassi. “Don Giovanni" è l’ultimo titolo della Stagione Lirica 2016-2017 e resterà in scena al Teatro La Fenice sino a fine mese con recite il 17, 18, 19, 20, 21, 22, 24, 25 e 26. La recita di venerdì 20 ottobre sarà trasmessa in diretta gratuitamente su CultureBox (sul sito www.culturebox.fr) e in differita su Mezzo (Tivùsat canale 49) e su RaiSat. L’allestimento è quello applauditissimo e pluripremiato che vinse nel 2011 un Premio Abbiati (per le scene e i costumi) e ben cinque Opera Award assegnati a Damiano Michieletto per la regia, Paolo Fantin per le scene, Carla Teti per i costumi, Alex Esposito per il ruolo di Leporello e all’intero allestimento come miglior spettacolo della stagione 2010. Il cast La produzione firmata da Damiano Michieletto sarà proposta con la direzione musicale di Stefano Montanari alla guida dell’Orchestra e Coro del Teatro La Fenice e di un doppio cast che comprende i baritoni Adrian Sâmpetrean e Alessandro Luongo nel ruolo di Don Giovanni, i soprani Francesca Dotto e Valentina Mastrangelo in quello di Donna Anna, i tenori Antonio Poli e Patrick Grahl in quello di Don Ottavio, i soprani Carmela Remigio e Paola Gardina in quello di Donna Elvira, i baritoni Omar Montanari e Andrea Vincenzo Bonsignore in quello di Leporello, i bassi William Corrò e Davide Giangregorio in quello di Masetto e i soprani Giulia Semenzato e Irene Celle in quello di Zerlina, affiancati da Attila Jun nel ruolo del commendatore. Maestro del Coro Claudio Marino Moretti, maestro al cembalo Roberta Ferrari.
«È una buona notizia»: così il presidente di Ance (Associazione Nazionale Costruttori Edili) Venezia, Ugo Cavallin, ha espresso la propria soddisfazione per le parole, con le quali il Ministro delle infrastrutture, Graziano Delrio, ha rassicurato sul completamento del Mose. L’intervento del Ministro è stato a Vicence, nel corso dell’assemblea di Anci, Associazione dei Comuni italiani. «Nei giorni scorsi – sottolinea Cavallin – avevamo lanciato l’allarme sui pesanti contraccolpi, che il blocco dei finanziamenti, in atto da un anno, sta già provocando sulle imprese e sull’occupazione. Le garanzie che Delrio ha espresso ci confortano su una svolta, che dev’essere imminente prima che si arrivi ad un punto di non ritorno. È molto positivo, inoltre, che il Ministro abbia cominciato a parlare anche di manutenzione futura dell’opera e condividiamo l’invito del Sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, a creare al più presto un tavolo di lavoro per un confronto sul tema. «Per l’uno e per l’altro aspetto – ha concluso il presidente Cavallin – auspichiamo ora che alle dichiarazioni d’intenti facciano seguito i necessari fatti. Ance Venezia, con le sue imprese, si candida inoltre ad un ruolo attivo nella fase di manutenzione dell’opera, così come già fatto presente allo stesso Ministro Delrio.”
Ci sono ancora troppe persone disabili che vivono negli istituti, che l’Unione continua a finanziare, e non sono nelle condizioni di decidere autonomamente della propria vita: lo scrive il report “From institutions to community living” dell’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali (FRA). Spiega il direttore di FRA Michael O’Flaerty: «Questo studio è un campanello d’allarme per i politici affinché si assicurino che questo diritto venga finalmente riconosciuto ed implementato». L’Unione ha deciso di utilizzare i Fondi strutturali e d’investimento per supportare la transizione dagli istituti alla vita di comunità ma, all’atto pratico, questa non è ancora avvenuta o non si è realizzata a pieno. Le poche comunità che esistono devono confrontarsi con la mancanza di fondi e di personale. O’Flaerty ricorda che tutti gli Stati membri, con l’Irlanda unica eccezione, stanno violando la convenzione dell’ONU sui diritti delle persone disabili: una carta che hanno ratificato e che sancisce, tra l’altro, il diritto a vivere da soli e non alle dipendenze di qualcuno, che sia un familiare o un istituto. La situazione in Italia è in molti casi al di sotto dei livelli minimi europei Lo studio evidenzia che la vita nelle strutture non è soltanto limitativa ma anche degradante: le persone, soprattutto quelle con problemi gravi, vivono in condizioni di isolamento e sentono di non avere il controllo sulla propria vita. Il direttore O’Flaerty auspica che gli istituti siano sostituiti da comunità o abitazioni dove convivano più persone disabili che possano aiutarsi reciprocamente ad affrontare le difficoltà di tutti i giorni grazie anche al supporto della tecnologia e di personale qualificato. E la situazione non è certo delle migliori in Italia, dove gli stessi istituti, per la mancanza di fondi dovuta ai continui ‘tagli’ alle spese sociali dello Stato e delle Regioni, hanno sempre maggiori difficoltà a mantenere i livelli minimi di assistenza.
Maros Sefcovic, vicepresidente e commissario Ue per l'unione energetica ha convocato i più grandi gruppi industriali, sia del settore chimico sia di quello automobilistico, con l’obiettivo di avviare la costruzione di un consorzio continentale che sviluppi la ricerca e passi alla produzione di batterie e sistemi di accumulo, così da liberare il sistema produttivo dell’Europa dall’attuale dipendenza dalla produzione delle aziende Usa, giapponesi, coreane o cinesi. Una sfida fondamentale per un mercato che sarà sempre più ricco nei prossimi anni. Le stime, ad esempio secondo Goldman Sachs, parlano di una domanda di batterie al litio per l'automotive per 40 miliardi entro il 2025. Ma i numeri potrebbero essere sottistimati, visto che alcuni analisti fissano al 2025 lo storico sorpasso dell'auto elettrica sui modelli diesel. Allora i colossi che produrranno batterie saranno l'equivalente di quel che oggi sono le big oil company per l'auto tradizionale. L’Italia è all’avanguardia per i grandi impianti di accumulo delle energie rinnovabili L'automotive è sicuramente il mercato più ricco, ma non meno importante è lo sviluppo dello storage, i sistemi cioè di accumulo dell'energia elettrica che sono fondamentali per equilibrare lo sviluppo delle fonti rinnovabili, il cui funzionamento è chiaramente intermittente. Ed è proprio in questo settore che l’Italia ha un ruolo privilegiato. Attualmente, su 56 impianti di accumulo di grandi dimensioni operativi in Europa, ben 15, cioè oltre un quarto, sono in Italia e sono stati realizzati dal gruppo Terna, la società a controllo pubblico che gestisce la rete ad alta tensione nel nostro paese. Terna ha sviluppato due tipi di progetti diversi: uno “energy intensive” per batteria di larga taglia e uno “power intensive” mettendo insieme diverse tecnologie di accumulo. Sperimentazioni nate per assicurare la sicurezza della rete di fronte allo sviluppo di eolico e fotovoltaico in Italia.
In decine di città italiane, domenica 15 ottobre il WWF organizza le più varie iniziative per far germogliare un modo di pensare gli spazi urbani che dia più valore alla natura. I cittadini saranno invitati ad esplorare, conoscere e appassionarsi alla biodiversità presente nelle città per metterla in primo piano anche nelle scelte delle amministrazioni pubbliche, oltre che nella vita quotidiana dei privati cittadini. Il numero delle persone che vive in città è, a livello mondiale, in continuo aumento tanto che nel 2050 passerà dal 50% del 2009 ad oltre il 70% della popolazione complessiva. In Europa, già oggi il 70% della popolazione vive nelle aree urbane ed entro il 2020 l’Unione Europea stima che la quota di popolazione che vivrà in aree urbanizzate salirà all’80%. Anche l’Italia non fa eccezione: sempre più abitanti risiedono dentro o attorno alle grandi città e per mantenere almeno costante la fruizione del “verde urbano”, si rende necessario che questo venga costantemente ampliato. A Mestre una biciclettata bda Forte Marghera alla Barena di Campalto Un ambiente urbano in “buona salute” è capace di ‘regalare’ bellezza, benessere, protezione, aria ed acqua pulita e spazi per la socialità, lo scambio e l’accoglienza. È la premessa per la convivenza tra umani e mondo animale. Grazie all’impegno dei volontari WWF, domenica 15 si realizzerà un programma variegato di iniziative in decine di città italiane: visite guidate, passeggiate con esperti, biciclettate, corsi di disegno e fotografia, laboratori per bambini, caccie al tesoro, ecc. A Venezia i volontari hanno organizzato un programma che si svolge a Mestre tra Forte Marghera e la Barena di Campalto con visite guidate alla scoperta della natura urbana, biciclettata, mostre e caccia al tesoro. Informazioni maggiori tramite Facebook digitando “WWF Venezia” oppure chiamando Roberto 347.656.8599.
All’origine fu il mito: di una buona parte della cultura occidentale e anche di questo spettacolo al Teatro Malibran, in cui si racconta la tormentata vicenda di Cefalo e Procri, rappresentazione archetipica di un sentimento, la gelosia, che ha avuto traduzioni letterarie così illustri che non è neppure il caso di citare. La vicenda conosce, come spesso capita per queste narrazioni la cui origine si perde nella notte dei tempi, varianti diverse. Ma è il caso di seguire la versione classica narrata in versi da Ovidio nelle “Metamorfosi”, ove si racconta che Cefalo e Procri formavano una coppia felice fino a quando la gelosia non pretese dall’amore umano più di quanto potesse dare. Infatti Eos, l’Aurora dalle rosee dita cantata da Omero, innamorata pazza di Cefalo, lo rapisce, ma, di fronte alla fermezza del giovane che intende restare fedele alla sposa, gli insinua il dubbio che quest’ultima, invece, sia di principi più laschi. Per dargliene conferma, lo trasforma in un’altra persona e lo convince a presentarsi a Procri con ricchi, allettanti regali. La giovane cede al fascino dello sconosciuto (e dei doni di cui è latore). Segue la riconciliazione, segnata dai due regali meravigliosi che Procri fa a Cefalo: una lancia infallibile e un cane velocissimo, in grado di raggiungere qualunque preda. Poi tocca a Procri dubitare della fedeltà dell’amato. Questi, durante una battuta di caccia, viene sorpreso più volte ad invocare l’aura con sospiri e desiderio autentico. Procri non capisce che Cefalo vuole soltanto che la brezza venga a ristorarlo della calura e della fatica, e si abbandona ad un dolore inconsolabile. Cefalo scambia i lamenti della sposa per i versi di un animale da preda e la abbatte. A questo episodio mitologico si ispira il dittico raffinato proposto dalla Fondazione del Teatro La Fenice. Si inizia con “Eccessivo è il dolor quand’egli è muto”, prima esecuzione assoluta su commissione del Teatro: un brano per soprano e piccola orchestra tratto dal “Lamento di Procri” di Francesco Cavalli, ritoccato soprattutto nell’orchestrazione dalla compositrice romana Silvia Colasanti, classe 1975. Al Malibran il brano viene inserito fra due pezzi, solo orchestrali, della stessa Colasanti. Fra questi va evidenziata l’introduzione, affidata ad un linguaggio aspro e di inquietante forza emotiva. “Eccessivo è il dolor quand’egli è muto” rispetta la versione del mito trasmessaci da Ovidio con la morte di Procri, che canta tutta la desolazione di una donna abbandonata a se stessa e alla propria solitudine. E’ differente, invece, la scelta operata nella seconda parte del dittico, l’opera da camera di Ernst Krenek “Cefalo e Procri” su libretto di Rinaldo Küfferle, in cui si preferisce regalare al pubblico un lieto fine, con il trionfo dell’amore fra i due giovani. Una soluzione della vicenda mitica che non può non influenzare il tono generale dell’opera, che tanto dal punto di vista musicale quanto da quello teatrale oscilla fra il serio e lo scanzonato, guardando il dramma dei due amanti con un tocco leggero ma persistente di distacco e di ironia. Il lavoro di Krenek fu composto su incarico della Fenice e fu messo in scena per la prima ed unica volta al Teatro Goldoni di Venezia nel 1934, nell’ambito del terzo Festival internazionale di musica contemporanea. La sua ripresa ha non soltanto il significato di ripercorrere a ritroso un pezzo della storia culturale veneziana per ripresentarlo all’attenzione odierna; ma, prima ancora, quello di richiamare l’attenzione su di un musicista originale, eclettico e misconosciuto quale fu e rimane Ernst Krenek. Sulla sua singolarità si è soffermato in maniera particolare il maestro Tito Ceccherini, il quale ha ricordato come “Cefalo e Procri”, pur appartenendo al genere dodecafonico, nello stesso tempo lo sfugge, giocando fra tonalità e atonalità. Una musica caratterizzata da grande facilità e felicità inventiva, ha precisato Ceccherini, che, puntando anche sull’intrattenimento e la leggerezza, risolve la drammaturgia dell’opera, il che non riesce a fare il “pedante ed erudito” libretto di Küfferle. La messa in scena di uno spettacolo così singolare, affidata al regista di prosa Valentino Villa per la prima volta alle prese con un’opera lirica, viene risolta puntando su di un impianto scenico minimalista, ideato da Massimo Checchetto con la collaborazione di Vilmo Furian per le luci: un fondale riquadrato al cui interno si apre un ulteriore spazio scenico, utilizzato per proporre dei tableaux vivant oppure delle scene montane. Ciò vale soprattutto per l’opera di Krenek, ché il pezzo precedente, frutto del singolare connubio fra il barocco Cavalli e la contemporanea Colasanti, non si presta ad una messa in scena di stampo narrativo, consistendo nell’assolo di un unico personaggio, Procri. Ma è proprio nella resa di questa dimensione, più astratta, quasi disincarnata, in cui il senso di solitudine e di abbandono vissuto da Procri trova risonanza in una musica di intensa carica emotiva, che il regista mostra una mano meno felice. A che pro, per esempio, popolare il palcoscenico di personaggi mentre Procri canta il proprio strazio di donna derelitta? Il tentativo di realizzare in linguaggio teatrale una “atmosfera più rarefatta e che procede per visioni”, per citare le stesse parole di Villa, non sembra completamente riuscito. Nell’opera di Krenek, invece, il regista rende con buona efficacia l’atmosfera da commedia frivola trasmessa soprattutto dai personaggi di Aurora e Diana, ma che non può non contagiare anche la vicenda di Cefalo e Procri, che rimane svuotata di spessore umano nel momento in cui è determinata dalla volontà capricciosa delle due dee. Queste sono viste come due prime donne volubili e litigiose, vestite elegantemente (riusciti i costumi di Carlos Tieppo), che trattano i due umani come cavie da esperimento. Non per niente si avvalgono, per la buona riuscita del loro passatempo, della collaborazione di asettici tecnici di laboratorio, che indossano avveniristiche tute protettive. Aurora e Diana litigano perché la prima sostiene che la vita umana è influenzata più dall’ardore che dalla ragione, mentre la seconda è convinta del contrario. Quindi decidono di mettere le rispettive teorie alla prova dei fatti, usando Cefalo e Procri, che portano costumi vagamente ispirati ad una arcaicità mitica, come cavie da laboratorio. Al termine della mezz’ora di spettacolo il risultato dell’esperimento è sintetizzato da Crono, il quale sentenzia, con equilibrio salomonico, che “ragione e fuoco presiedono alla vita in parte uguale”. L’esecuzione musicale è affidata alla competenza ed alla acribia del maestro Tito Ceccherini, che si conferma insostituibile nel repertorio moderno e contemporaneo. Il cast lo asseconda con diligenza. Silvia Frigato mette a disposizione delle due Procri, quella di Cavalli-Colasanti e quella di Krenek, la propria vocalità levigata e stilisticamente inappuntabile, di ridotte dimensioni ma capace di aprirsi ad improvvisi squarci lirici e drammatici con intensa partecipazione. Una prestazione che dimostra sia una professionalità accurata sia una adesione convinta ed impegnata alle esigenze dello spettacolo. I colleghi sono tutti all’altezza: dal Cefalo stilizzato e appassionato insieme del tenore Leonardo Cortellazzi, altro elemento senza il quale sarebbe più complicato portare in teatro un certo repertorio moderno, all’Aurora limpida e perfettamente in parte del soprano Cristina Baggio; dalla Diana cupa e rancorosa del contralto Francesca Ascioti, al Crono sicuro del basso-baritono William Corrò. Scarsino il pubblico presente al Malibran, come era ovvio, ma ben disposto ad applaudire e a riconoscere a tutti gli artefici dello spettacolo il giusto merito. Adolfo Andrighetti

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