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Sette milioni di euro al Veneto dal Ministero delle infrastrutture per recuperare e ristrutturare alloggi di edilizia residenziale pubblica: il relativo bando sarà pubblicato sul Bollettino Ufficiale della Regione e dal 21 dicembre Ater e Comuni del Veneto avranno trenta giorni di tempo per presentare la loro domanda di contributo. I fondi saranno cadenzati nell’arco di un decennio e andranno a finanziare interventi di manutenzione straordinaria, riqualificazione energetica, messa in sicurezza, superamento delle barriere architettoniche, frazionamenti e accorpamenti di parti immobiliari. «Si tratta di una opportunità importante per il patrimonio di edilizia residenziale pubblica del Veneto – sottolinea l’Assessora all’edilizia residenziale pubblica Manuela Lanzarin – L’età media degli alloggi supera ormai i quarant’anni e il 45% è stato costruito prima degli anni Ottanta. Sono ammissibili al bando interventi consistenti, di importo sino a 50 mila euro, che interessino non solo gli appartamenti sfitti o inoccupati, ma tutti gli alloggi di edilizia residenziale pubblica dei circa 6 mila condomini gestiti da Ater e Comuni. Grazie al nuovo bando e al recupero di altri 5,3 milioni di euro assegnati in precedenza, il sistema dell’edilizia residenziale pubblica del Veneto potrà contare su un ‘portafoglio’ di spesa aggiuntivo di 12,4 milioni di euro». Il 13% del patrimonio di Ater e Comuni è sfitto perché ha bisogno di interventi di ristrutturazione Gli interventi dovranno avvenire in tempi relativamente brevi: Comuni e Ater avranno 30 giorni di tempo per presentare domanda di finanziamento; i cantieri dovranno aprire entro 12 mesi dalla concessione del contributo e concludersi non oltre i due anni dall’avvio dei lavori. Il patrimonio complessivo degli alloggi Erp in Veneto conta 5.908 fabbricati e 38.413 alloggi: 33.236 sono attualmente assegnati ed abitati da 72.200 inquilini mentre il restante 13%, pari a oltre 5.000 unità, sono sfitti, perché fatiscenti, non a norma, o in vendita. Nelle Ater di Padova, Venezia e Treviso gli anziani rappresentano oltre un terzo degli inquilini. La superficie media degli appartamenti pubblici è di 70 metri quadrati; solo il 4% delle abitazioni supera i 100 metri quadrati.
Si è aperto il cantiere per la progettazione e la costituzione di un Distretto Urbano del Commercio (DUC) dedicato alla valorizzazione del tessuto commerciale di Marghera, che interesserà però anche la ‘sorella minore’ Malcontenta,ingiustamente relegata sino ad ora al ruolo di località marginale della Terraferma Veneziana, eppure, con la oramai nobilitata centenaria “Città Giardino”, uno dei luoghi di raccordo tra Venezia e il suo hinterland, ricco di storia e di opportunità. L’obiettivo è di giungere entro gennaio alla sottoscrizione del documento di parternariato e del progetto generale di distretto da affiancare ai distretti già attivati in Comune di Venezia, aggiungendo così a Mestre Centro e Zelarino, una terza cosiddetta “polarità urbana”, la Città Giardino di Marghera e Malcontenta. Ciò consentirà di ottenere, grazie all’istanza dell’Amministrazione Comunale, il riconoscimento da parte della Giunta Regionale del Veneto. Il Governo ha (finalmente) riconosciuto l’asse Marghera-Malcontenta “di notevole interesse pubblico” Il Distretto è considerato uno strumento indispensabile per cogliere un’opportunità “storica” per Marghera e Malcontenta. Infatti, il secolare quartiere delle fabbriche, oggi divenuto residenziale, con provvedimento del Ministero per i Beni e le Attività Culturali del 23 luglio 2018, dopo un iter di oltre 20 anni, è stato riconosciuto con la denominazione “Quartiere Giardino” e dichiarato ”di notevole interesse pubblico” e quindi “ambiente urbano” soggetto a particolare attenzione per la tutela economica e sociale e destinatario di opportune azioni di valorizzazione, secondo quanto prevedono le normative nazionali e comunitarie, soprattutto per preservare e rendere sempre più fruibili a cittadini e turisti l’identità e il tessuto economico e sociale, a partire dalla presenza di attività commerciali di prossimità, di servizio ed artigianali, del mercato bisettimanale. Una scommessa, alla quale crede anche l’Amministrazione Comunale di Venezia, che farà da capofila al Distretto del Commercio. In questi giorni insedierà un primo Gruppo di lavoro, supportato dal Laboratorio dei Distretti Metropolitani, coordinato da tecnici di Town Centre management, tutte risorse messe in campo da Confcommercio Unione Metropolitana di Venezia. La prima fase di progettazione sarà supportata anche da uno specifica misura per attivare iniziative di rigenerazione e riqualificazione urbana.
Entro la fine dell’anno, tutte le carte di identità saranno rilasciate solo in formato elettronico. Indicata con l’acronimo Cie (carta di identità elettronica), è l’evoluzione del documento di identità in versione cartacea: ha le dimensioni di una carta di credito, è caratterizzata da un supporto in policarbonato personalizzato mediante la tecnica del laser engraving con la foto e i dati del cittadino ed è corredata da elementi di sicurezza. La Cie incorpora un microprocessore e viene contrassegnata da un numero seriale stampato sul fronte in alto a destra che costituisce il numero unico nazionale. Il microprocessore possiede una componente elettronica di protezione dei dati anagrafici, della foto e delle impronte del titolare da contraffazione. È inoltre uno strumento predisposto per consentire l'autenticazione in rete da parte del cittadino, finalizzata alla fruizione dei servizi erogati dalle Pubbliche Amministrazioni. Inoltre è un fattore abilitante ai fini dell'acquisizione di identità digitali sul sistema pubblico di identità digitale e costituisce un fattore abilitante per la fruizione di ulteriori servizi a valore aggiunto, in Italia e in Europa. Il sistema sarà valido per tutta Europa e garantisce maggiore sicurezza contro la contraffazione Mentre il vecchio documento in cartoncino è falsificabile, la Cie è stata introdotta per innalzare i livelli di sicurezza poiché i dati del cittadino sono codificati secondo gli standard europei in materia di documenti elettronici, in uso per il passaporto elettronico e per il permesso di soggiorno elettronico, riducendo così le possibilità di contraffazione. La carta d'identità elettronica può essere richiesta presso il proprio Comune di residenza o presso il Comune di dimora. Prima di avviare la pratica serve versare, presso le casse del Comune, la somma di € 16,79 oltre i diritti fissi e di segreteria, ove previsti. Il documento può essere richiesto in qualsiasi momento e la sua durata varia secondo le fasce d'età di appartenenza: 3 anni per i minori di età inferiore a 3 anni; 5 anni per i minori di età compresa tra i 3 e i 18 anni; 10 anni per i maggiorenni. Il cittadino dovrà recarsi in Comune munito di fototessera, in formato cartaceo o elettronico, su un supporto USB. Attenzione alla fototessera dovrà essere dello stesso tipo di quelle utilizzate per il passaporto. Per velocizzare l'attività di registrazione servirà arrivare muniti di codice fiscale o tessera sanitaria.
Si chiama “Kit del Manager di Distretto” ed ha l’obiettivo di fornire un ‘pacchetto’ di strumenti e di azioni operative per la gestione di interventi di rigenerazione/riqualificazione urbana. Lo ha presentato Confcommercio Unione Metropolitana di Venezia, grazie a Cat (Centro Assistenza Tecnica) Imprese Confcommercio Rovigo, e grazie al diretto sostegno della Camera di Commercio Venezia Rovigo. A spiegarci le potenzialità di questo progetto è l’intervento di Francesco Antonich, Vicedirettore Confcommercio Unione Metropolitana di Venezia. «Parlare di distretti del commercio (DUC) è un’occasione per fare il punto su una modalità di lavorare insieme, Confcommercio, Amministrazioni comunali, singole imprese del terziario di mercato. E quando si parla di “DUC” forse si dovrebbe cominciare a parlare di una qualità organizzata dell’offerta di servizi per realizzare la quale occorre che i singoli esercenti siano accompagnati, dalle proprie associazioni, a collaborare insieme e a non temere ma a sfruttare un approccio alla progettazione condivisa. Una modalità necessaria ormai per creare quei gruppi e reti, anche informali, di imprese che solo se aggregate potranno beneficiare delle agevolazioni (sino al 50% degli investimenti effettuati dall’aggregazione) prossimamente disponibili con i bandi dedicati dalla Regione Veneto, a valere sulle risorse UE dei programmi POR e FESR. Per le attività economiche che costituiscono le strade delle nostre città, queste sono le leve del rilancio della competitività e della rigenerazione dell’offerta commerciale: lavorare insieme, ente locale imprese e Confcommercio, lavorare sulla mobilità, sulla forma e sull’estetica per garantire l’appetibilità del centro, prima di tutto per i residenti, i primi “turisti” della città. Per fare questo lavoro bene insieme, occorre una formula, una governance, un management snelli che sappiano apprendere dal fare quotidiano, ma con metodo, con competenze tecniche, appunto, senza improvvisazione o politiche meramente contingenti. Oggi si assiste ad una riorganizzazione, anzi ad un downsizing con contrazioni crescenti dell’occupazione, della grande distribuzione organizzata, che non va demonizzata ma che evidentemente aveva debordato il ruolo di complementarietà dell’offerta complessiva. Solo una risposta politica organica specifica per il commercio al dettaglio di prossimità coordinata in seno a soluzioni urbanistiche e di mobilità, potranno consentire di riaprire serrande, recuperare occupazione. E già stato dimostrato che un saggio e ponderato co-protagonismo delle amministrazioni locali, delle associazioni, dei vari stakeholder, di soggetti della cultura, possono insieme concepire, condividere e realizzare una vera politica del commercio, anzi del terziario e una politica urbana per dare una prima soddisfazione ad aspettative ormai storiche. Confcommercio, maturata da tempo la consapevolezza che la dimensione di categoria deve ormai lasciare il posto ad un ruolo di connettore sociale, responsabile, competente e progettuale che contribuisca a migliorare continuamente l’Ambiente Città, ritiene che la stagione dei DUC potrà costituirà un’evoluzione positiva se questi strumenti di governance informale saranno in grado far sì che tutti gli stakeholder lavoriamo per fare Città, posto che oggi dire “Città” voglia dire Qualità della Vita. In un Paese dove troppo velocemente proposte di politiche organiche, come la politica industriale, la politica per il turismo e la politica per le aree urbane e metropolitane, si sono dissolte con la fine di una legislatura o di un governo, la possibilità che Enti locali, imprese del terziario rappresentanze dell’economia, della società e della cultura urbana sperimentino un metodo ed attuino azioni per fare oggi insieme Città o Città anche Turistica… ebbene tutto ciò può essere una modalità, ad un livello che tale impegno impone, che parte dalla prossimità e dalla condivisione con i cittadini, per provare dal locale a rimettere, quando e laddove serva, la P maiuscola ad una parola: “politica”».
Il Veneto si conferma regione leader a livello nazionale per la gestione dei rifiuti urbani con una quota del 73,6% di raccolta differenziata che è di quasi 20 punti percentuali sopra la media nazionale e che vede le province di Treviso e di Belluno ottenere risultati record: quasi il 90% la prima, oltre 80% la seconda. Questi i dati forniti dall’Assessore regionale all’ambiente, Gianpaolo Bottacin, su fornte Ispra. A questi si aggiunge un particolare aspetto: nel 2017 in Veneto sono state raccolte 27.122 tonnellate di olio lubrificante usato, il 99% delle quali sono state avviate a riciclo tramite rigenerazione. Ciò ha comportato un significativo risparmio sulle importazioni di petrolio del Paese pari a circa 10 milioni di euro (circa il 15% del totale nazionale). In Veneto, l’olio usato raccolto nel 2017 proviene per il 50% dal settore industriale e per il restante 50% da quello dell’autotrazione. In questo caso i dati sono stati diffusi durante la tappa veneta di CircOILeconomy, il roadshow sulla corretta gestione dell’olio lubrificante usato nelle imprese realizzato, in collaborazione con Confindustria, dal Consorzio nazionale per la gestione, raccolta e trattamento degli oli minerali usati (CONOU) che raggruppa 72 imprese di raccolta e 3 impianti di rigenerazione. L’iniziativa itinerante del CONOU diffonde la consapevolezza che il rifiuto può diventare risorsa «L’intento – spiega il Vicepresidente del CONOU, Riccardo Piunti – è quello di supportare gli imprenditori, che hanno a che fare con un rifiuto complesso da gestire, sugli obblighi di legge, le norme di sicurezza e le procedure da seguire per il suo corretto stoccaggio. Puntiamo così a migliorare la qualità degli oli raccolti, favorendo il processo di rigenerazione. In questo modo si eleverà ulteriormente l’efficacia di una filiera già molto performante, rendendo le imprese protagoniste di un sistema virtuoso di economia circolare». «La gestione dei rifiuti – dichiara Fabrizio Trevisiol, Vicepresidente di Confindustria Venezia e Presidente della società di servizi Punto Confindustria – è il punto di partenza per dare attuazione all’economia circolare. Abbiamo colto con estremo favore la proposta informativa del Consorzio per divulgare la sensibilità verso questo tipo di approccio alle produzioni in cui il rifiuto, se gestito correttamente, diventa risorsa».
Il Presidente ANCE (Associazione Nazionale Costruttori Edili) Venezia, Ugo Cavallin, intervenendo sui temi dell’attualità politica veneziana ha dichiarato: “L’immobilismo, per definizione, non porta da nessuna parte. In città resiste una cultura del “no” rispetto alla quale è diventato indispensabile dire che c’è anche chi la pensa diversamente: un “sì” da dire forte e a testa alta. È un appello, che ci sentiamo di rivolgere non solo alle forze economiche e produttive, ma all’intera società civile di Venezia. Nessuna mobilitazione o manifestazione di  piazza, ma un invito rivolto a chi quel “no” non lo condivide; un invito a non restare in silenzio, così lasciando, di fatto, parlare solo quei pochi, che fanno prevalere un messaggio di contrarietà, pronunciato spesso a priori. Siamo convinti, infatti, che il silenzio non significhi condivisione della linea del rifiuto e per questo sottolineiamo l’opportunità di uscire da una sorta di apatia e di assumere posizione. Il fronte del “no” si manifesta non solo con il rifiuto, ma anche con i rinvii e le incertezze decisionali, che ritardano scelte, nelle quali l’elemento tempo è invece essenziale. A volte è meglio un no adeguatamente motivato e tempestivo che un “sì ma…”, un tira e molla senza fine. In città ci sono temi sui quali da anni si attendono decisioni definitive (la destinazione delle grandi navi da crociera, per esempio), altri per i quali gli organi preposti sembrano temporeggiare ancora (ultimo caso, la Commissione di Salvaguardia di fronte allo scavo del Canale dei Petroli). Ci sono partite strategiche da giocare (una per tutti, il rilancio di Porto Marghera), che richiedono mente aperta e capacità di valutare senza pregiudizi tutti gli elementi in gioco: profili economici, ricadute occupazionali, tutela dell’ambiente, ecc… . Siamo convinti che la maggioranza della popolazione, le forze economiche e produttive del territorio condividano una linea favorevole allo sviluppo della città d’acqua e di terra; uno sviluppo, che passa anche attraverso la realizzazione di infrastrutture ed opere essenziali, di qualità, efficienti, sottoposte a controlli accurati in fase progettuale e realizzativa. Proviamo, allora, ad alzare lo sguardo dal contingente, smettiamo di vivere alla giornata e tentiamo di immaginare come potrebbe essere la città, storica e di terraferma, nei prossimi decenni. Il “no” a priori impedisce qualsiasi visione di quella, che può essere la Venezia nel futuro, a meno che non ci si voglia appiattire su una città-Disneyland o città-museo, che a parole nessuno vuole, ma verso la quale si sta inesorabilmente scivolando. Venezia ha alle spalle una storia millenaria, vincente perché imperniata sulla modernità, sulla capacità di innovare, di cambiare, di raccogliere le nuove sfide, che i tempi le hanno via via proposto. Il tutto senza rinnegare mai il proprio passato, ma anche senza sacrificare lo sviluppo sull’altare della conservazione a tutti i costi. Questo è lo spirito – conclude il Presidente di ANCE Venezia, Ugo Cavallin – che Venezia ed i suoi cittadini devono recuperare ed al quale devono ispirarsi anche le scelte dei decisori pubblici, che non possono essere frenate oppure condizionate dal “no” pregiudiziale di pochi, che rischia tuttavia di far più rumore di tanti “sì” non detti”.
Si può dire che “Macbeth” è la partitura più intensa, più potente, più inquietante, fra tutte quelle che ha composto Verdi? Una partitura in tutto degna della tragedia shakespeariana da cui è tratta, della quale raccoglie e condensa, con geniale efficacia, il nucleo drammatico, mettendolo a nudo con poderosa energia? La tragedia originale, infatti, si avvantaggia dell’essenzialità verdiana, che la spoglia di ogni verbosità e la incide nella pietra e nel ferro, evidenziando, come in un altorilievo di impressionante forza scultorea, la trista vicenda di adorazione sanguinaria del potere vissuta dai due protagonisti, che escono sfiniti, disillusi se non addirittura folli (la Lady) dalla scelta disumana. Attorno e sullo sfondo, un Medio Evo nordico dall’aspetto arcaico, roccioso, barbarico, attraversato da passioni elementari e totalizzanti, sospeso fra la dimensione orizzontale della terra e del sangue ed un’altra, più rarefatta ma non meno incombente, intessuta di presagi e brividi soprannaturali. Tutto questo ed altro ancora è “Macbeth”. Quindi diciamolo pure che è la più straordinaria e rivoluzionaria partitura di Verdi e l’inaugurazione della stagione d’opera 2018-2019 del Teatro La Fenice è l’occasione giusta per ribadirlo; anche sottolineando, se necessario, che il primo Verdi, quello che precede “Rigoletto”, “Trovatore” e “Traviata” e del quale “Macbeth” è l’espressione più evoluta e innovativa, non è un cartone preparatorio del Verdi maturo, ma possiede totale dignità ed autonomia artistica, soprattutto nei vertici di “Nabucco”, “Ernani” e, se è consentito, anche di “Attila”. “Macbeth” andò in scena al Teatro della Pergola di Firenze il 4 marzo 1847, con grande impegno del compositore severo ed inflessibile (secondo la testimonianza della protagonista Marianna Barbieri Nini), il quale costrinse solisti e masse a più di un centinaio di prove. La stessa cantante lamenta di aver impiegato tre mesi di studio mattina e sera nella preparazione della parte, né tanto meglio doveva stare il baritono Felice Varesi, cui Verdi non dava tregua. Ma forse il più bistrattato fu, come sempre, il “poeta”, Francesco Maria Piave, che, oltre a subire come di consueto la pressione dell’incontentabile compositore, dovette anche accettare l’umiliazione di vedere i suoi versi corretti da Andrea Maffei, intellettuale à la page, chiamato in soccorso da Verdi. Ma ciò che più conta è la revisione cui l’opera fu sottoposta per Parigi e che rappresenta la versione definitiva dell’opera, quella che circola tuttora nei teatri. A Parigi “Macbeth” andò in scena il 21.4.1865 (in lingua italiana solo il 28.1.1874, alla Scala). Se la struttura originale rimane sostanzialmente intatta, non vi è dubbio che le modifiche l’arricchiscono ulteriormente. Basti pensare, per esempio, all’aggiunta, per la Lady, di un brano di straordinaria potenza drammatica come “La luce langue” al posto della convenzionale aria “Trionfai, securi alfine”. Ma anche i ballabili, inserimento indispensabile per assecondare il gusto parigino, non sono affatto da buttare, se è vero che Riccardo Muti li considera fra le pagine più complesse e complete del Verdi sinfonico. Non li ascoltiamo alla Fenice, in quanto il direttore e concertatore, il maestro sudcoreano Myung-Whun Chung, non ama inserire momenti di ballo nelle opere di Verdi: e non gli si può dare torto, considerato che interrompono una drammaturgia musicale serrata e riportata sempre all’essenziale. Viene cambiato anche il finale del terzo atto: al posto dell’aria di routine “Tra le fiamme in polve cada”, il furibondo duetto all’unisono “Ora di morte e di vendetta”, grondante sangue e ferocia. Nel quarto atto, abbiamo una nuova versione del coro, che diventa il mirabile, struggente “Patria oppressa” che conosciamo. Quindi, cambia il finale: qualche rimpianto suscita in alcuni la sostituzione del declamato di Macbeth “Mal per me che m’affidai”, che infatti viene recuperato anche alla Fenice ed inserito all’interno della versione ultima dell’opera, subito dopo il notevole fugato, questo sì nuovo, che serve ad esprimere la concitazione della battaglia. Come nuovo è il coro conclusivo “Macbeth, Macbeth ov’è?”, forse enfatico ma animato da una fiera baldanza guerriera che elettrizza. Il protagonista assoluto del “Macbeth” che ha aperto la stagione d’opera 2018-2019 della Fenice è stato, com’era ampiamente prevedibile, Myung-Whun Chung. Il maestro sudcoreano è uno dei più prestigiosi direttori d’orchestra di oggi e probabilmente il più significativo fra quelli apparsi sul podio del teatro veneziano, insieme con il compianto Jeffrey Tate. Forse il fatto di accostarsi per la prima volta alla partitura verdiana lo ha aiutato a guardarla con una visuale fresca, rinnovata, e a restituirla con una energia narrativa così coinvolgente, unita ad una attenzione ai dettagli così accurata e sensibile, da suscitare giustamente l’entusiasmo del pubblico in sala. Myung-Whun Chung, coadiuvato da un’orchestra in forma smagliante, racconta “Macbeth” con una intensità drammatica impressionante, un ritmo narrativo sempre teso al punto da mozzare il fiato, un’acutezza da pelle d’oca nel sottolineare gli inquietanti brividi - evocativi del mysterium iniquitatis in cui è immersa la vicenda - da cui è attraversata la partitura. Cava dal golfo mistico scosse telluriche ma anche brividi sinistri, fremiti diabolici, esaltando tutti i cangianti colori di cui è intessuta l’orchestra di “Macbeth” e conferendo alla musica un’intensità straziante, che afferra lo spettatore e non lo molla mai. Questo miracolo musicale si è avverato all’interno della messa in scena di Damiano Michieletto, coadiuvato dai suoi collaboratori storici, cioè Paolo Fantin per le scene, Carla Teti per i costumi, Fabio Barettin per le luci, cui si sono aggiunti i movimenti coreografici di Chiara Vecchi. L’idea di base, indubbiamente stimolante, è quella di valorizzare la sofferenza di Macbeth per il suo desiderio di paternità frustrato dalla morte di una figlia e poi esacerbato fino a diventare patologico. Ma, ancora una volta, va ribadito l’ovvio: e cioè che, in teatro, non basta partire da un’intuizione giusta o comunque meritevole di essere presa in considerazione, ma occorre che questa si traduca in una realizzazione teatrale coinvolgente, capace di comunicare ed emozionare. L’allestimento proposto, invece, risulta eccessivamente concettuale e cerebrale. La preoccupazione di comunicare un’idea attraverso la ripetitività dei simboli prevale sulla volontà di rendere tale idea accostabile e fruibile da parte del pubblico. Il messaggio, in sostanza, sembra contare più dello strumento attraverso il quale viene veicolato e della sua efficacia teatrale. La scenografia prevede, sui due lati del palcoscenico, una serie di tubi al neon con andamento verticale, talvolta illuminati e talvolta spenti, con l’aggiunta di qualche telone di plastica, che ora funge da siparietto, ora incombe minaccioso sulla scena, ora avvolge i numerosi cadaveri di cui è generosa la trama. Questa scena, così nuda, così stilizzata ed asettica, sembra bloccare la vicenda, paralizzarla, congelarla in una dimensione astratta, più immaginata che reale, più psicoanalitica che storica, descrivendo la realtà così come la vedono Macbeth e la Lady. È una scelta del tutto corrispondente e funzionale alla concezione registica, che vuole dimostrare più che raccontare, privilegiando l’idea astratta sulla ricerca di un’efficace drammatizzazione. Secondo questa visione di teatro, la comunicazione avviene attraverso simboli. Fra questi, sempre presenti con pedanteria didascalica, quelli infantili, a rappresentare la paternità negata di Macbeth: bambine, che nell’immaginario del protagonista rappresentano la figlia scomparsa; altri bambini, i figli di Banco e Macduff; palloncini; pelouche; altalene, che nell’ultimo atto piovono dall’alto a simboleggiare la foresta di Birnam. Si vuole mostrare troppo, come se la musica non fosse abbastanza eloquente: sono superflui gli psicofarmaci consegnati alla Lady nel primo atto, è più significativo che la sua follia sia l’ultimo esito di una malvagità spinta al parossismo e non l’inverso, e cioè che la malvagità sia un prodotto della follia; è superfluo - un’esagerazione macabra - lo scheletro portato in braccio da Banco durante la festa: è sufficiente la sua presenza immaginata da Macbeth; sono superflue le corone da morto durante il coro “Patria oppressa”: basta la patina di grigiore mortuario, l’alone di mestizia desolante priva di ogni speranza, in cui Myung-Whun Chung avvolge il brano, coadiuvato dall’eccezionale coro del teatro istruito da Claudio Marino Moretti; è superflua la presenza della sposa e dei figli di Macduff durante la sua aria: li porta nel cuore, è inutile farli vedere. Le streghe, spesso alle prese con i teloni di plastica, sono raffigurate come delle immagini oniriche, più distanti che inquietanti, un’apparizione misteriosa ed indecifrabile che assiste alla tragedia piuttosto che parteciparvi. Anche l’anonimato dei costumi contemporanei contribuisce a creare l’immagine di un mondo metafisico, privo di consistenza materiale. Mentre è dalle luci viene quel poco di drammaticità che può vivacizzare l’algido palcoscenico. Il fatto è che questa aura di gelida distanza che promana dall’allestimento contrasta con ciò che avviene pochi metri oltre il palcoscenico, nel golfo mistico, ove Myung-Whun Chung scatena tutta la drammaticità di una tragedia vissuta sì con la mente, ma prima ancora con la carne ed il sangue di un’umanità viva e vera, che soffre, vuole, si esalta, uccide ed è uccisa, come è sempre capitato e ancora capiterà nella storia quando ci si contende il potere. Nel cast, di livello complessivo più che buono, il protagonista è il baritono Luca Salsi, che ha fama di essere il migliore Macbeth di oggi. In effetti, è ammirevole l’abilità con cui l’artista riesce a piegare lo strumento imponente - fin troppo risonante per la piccola Fenice e da usare con attenzione nel canto a piena voce onde evitare che l’emissione possa sfuggire al controllo - per modulare in piano e pianissimo tutte le sfumature che contraddistinguono la parte. Gli è accanto la Lady del soprano coreano Vittoria Yeo, cantante di grande consapevolezza artistica e musicale, padrona sicura dei propri mezzi, già apprezzata alla Fenice per una riuscitissima Butterfly nel 2016. La sua interpretazione punta sulla precisione e la pulizia della linea, visto che lo strumento non possiede la potenza e l’aggressività che in certi momenti farebbero comodo, e ha comunque ragione dell’improba parte in virtù di una superiore civiltà artistica. Ne esce una Lady più lirica e quindi più umana, abile nell’esecuzione delle agilità del brindisi, di cui viene accortamente accentuata la meccanicità, e pienamente convincente nella scena del sonnambulismo, ove la donna terribile ed implacabile diventa soltanto una creatura indifesa e sconfitta, da accogliere nell’abbraccio della pietas cristiana. Sempre sicuro e affidabile il terzo coreano della serata, il basso Simon Lim, nel ruolo di Banco. Mentre il tenore Stefano Secco, con i suoi mezzi vocali limitati ma usati con abilità e civiltà, ci regala una buona esecuzione della difficile aria di Macduff “Ah la paterna mano”, compreso, ovviamente, l’impegnativo recitativo che precede. Alla fine, successo caldissimo per tutti, con momenti di autentico entusiasmo giustamente riservati a Myung-Whun Chung. (spettacolo di martedì 27 novembre) Adolfo Andrighetti
Saranno 400 i veneti aderenti a Confartigianato Imprese Veneto che il 13 dicembre si ritroveranno al Milano Convention Center per sostenere la manifestazione nazionale promossa nel segno della “politica del SI”. La manifestazione è organizzata da Confartigianato Nazionale per dire al Governo che bisogna ascoltare la voce delle imprese e che servono politiche a sostegno del mondo produttivo rappresentato per il 98% da artigiani, micro e piccoli imprenditori. Le parole d’ordine che uniscono tutte le organizzazioni regionali di Confartigianato sono a favore dell’Europa e dell’euro, per una pubblica amministrazione efficiente e una giustizia civile veloce, auspicando un mercato del lavoro che valorizzi il merito e garantisca alle imprese le necessarie competenze. In generale una forte spinta, la Confartigianato nazionale la esprime per la realizzazione delle grandi opere infrastrutturali strategiche per far viaggiare velocemente le persone e le merci. E proprio questo tema è quello che il Veneto sente oggi con maggiore urgenza, come ha sottolineato Agostino Bonomo, Presidente regionale, insieme ai presidenti delle sette province venete. Per le piccole e medie imprese venete è fondamentale completare le grandi infrastrutture in regione L’elenco delle opere di interesse veneto, per la maggior parte tutte già allo stato di una definizione progettuale di massima ed in taluni casi già avviate, è indubbiamente corposo. In cima alla lista la TAV da Brescia a Padova, portando a circa un’ora (1 ora e dieci minuti) il tempo minimo di percorrenza della tratta Milano – Mestre; poi riduzione del tempo di percorrenza sulla tratta Padova – Bologna dagli attuali 59 a 34 minuti; si prosegue con la connessione ai valichi alpini del Tarvisio e soprattutto del Brennero, anche con il collegamento autostradale della Valdastico con l’asse del Brennero e il completamento della Superstrada Pedemontana Veneta. Si deve intervenire per migliorare la velocità commerciale e la sicurezza della Romea, fare la terza corsia sulla A13 Padova-Bologna nel tratto Monselice – Padova Sud e velocizzare al massimo i lavori della terza corsia della autostrada A4. «Non dimentichiamo – ha concluso Bonomo – le infrastrutture immateriali come la banda ultra larga. La digitalizzazione costituisce un acceleratore per la competitività del sistema produttivo ma affinché ciò si realizzi senza ulteriori sperequazioni, internet veloce (fibra ottica ad almeno 30 Mbps) deve essere garantito alle imprese anche nelle aree interne del territorio».
È entrata ufficialmente in vigore da lunedì 3 dicembre la legislazione approvata dal Parlamento europeo nel febbraio 2018 che stabilisce nuove regole contro il cosiddetto “geo-blocco ingiustificato”: di fatto i consumatori avranno un accesso transfrontaliero più ampio e più semplice ai prodotti, alle prenotazioni alberghiere, ai noleggi di automobili, ai festival musicali o ai biglietti per i parchi di divertimenti. Fare un acquisto in un qualsiasi Paese europeo sarà coperto da tutte le tutele che sono garantite nel proprio Paese. «Questo è un altro passo avanti nella creazione di un vero mercato unico – spiega Róża Thun (PPE, PL) relatrice del provvedimento in Parlamento – Un mercato in cui tutti i consumatori sono trattati allo stesso modo. Al momento dell'acquisto di prodotti all'estero, tutti noi ora avremo il diritto di essere trattati come consumatori locali. Il venditore non può più dirci: “Non ti vendo questo prodotto a causa della tua nazionalità, luogo di residenza o altro. Il Parlamento europeo ha negoziato intensamente con gli Stati membri l'applicazione di questo accordo già a partire dall'inizio di dicembre, in modo che gli europei possano beneficiare di una scelta più ampia quando faranno i loro acquisti natalizi». Le nuove regole riguardano anche l’acquisto di prenotazioni, di servizi, di biglietti d’ogni genere Secondo i risultati di uno studio di “mystery shopping” condotto dalla Commissione, il 63% dei siti web non consente agli acquirenti di acquistare da un altro paese dell'UE. Per i beni materiali, il blocco geografico più elevato era per gli elettrodomestici (86%), mentre per i servizi le prenotazioni online per eventi sportivi erano soggette al maggior numero di blocchi geografici. «Dopo il roaming e dopo la portabilità – conclude Róża Thun – sono davvero orgogliosa che, in collaborazione con la Commissione europea, si sia riusciti a trovare una soluzione al problema del blocco geografico. Questo renderà le cose più facili a milioni di cittadini». Non bisogna infatti dimenticare che negli ultimi dieci anni, la quota dei europei che acquistano online è quasi raddoppiata.
Dicembre è il mese del ‘fiocco rosso’ segno internazionalmente riconosciuto della lotta all’AIDS. La Regione Veneto ha in questa occasione pubblicato il nuovo “Rapporto AIDS-HIV” realizzato a cura della Direzione Prevenzione che contiene i dati epidemiologici consolidati al 31 dicembre 2017. Per quanto riguarda l’infezione da HIV, dal 1988 (anno in cui la Regione Veneto, prima in Italia, istituì un sistema di sorveglianza) ad oggi in Veneto sono state segnalate 13.451 nuove diagnosi. A queste si dovrebbero aggiungere le persone che potrebbero aver contratto la malattia ma che non ne sono ancora a conoscenza perché non hanno effettuato il test. Si può quindi stimare tra i residenti nel territorio regionale, sottraendo i casi deceduti, che nel 2017 in Veneto siano circa 8.092 le persone con infezione da HIV in carico ai servizi sanitari regionali. Dal biennio 2009-2010 il numero di nuove infezioni si è stabilizzato tra i 250 casi e i 300 casi e risultano essere 240 i casi HIV segnalati nel corso del 2017. Per quanto riguarda l’AIDS, dal 1984 a dicembre 2017, sono state notificate 3.837 diagnosi per soggetti residenti nel territorio regionale. Complessivamente, tra tutti i casi segnalati sino al 2017, sono stati notificati 2.540 decessi, pari al 66,2%. Con il calo progressivo nel numero di decessi che si è verificato dopo il 1996 (anno di introduzione della terapia HAART Highly Active Antiretroviral Therapy), il numero di casi prevalenti, che costituisce la principale misura per stimare l’impatto assistenziale dell’AIDS, è andato aumentando, giungendo ad un totale di 1.297 pazienti nel 2017. Se, grazie al test, la diagnosi è precoce c’è la possibilità di fare una vita normale anche con HIV La diffusione anche in Italia della terapia HAART ha certamente influito sulla speranza di vita dei malati di AIDS. La probabilità di sopravvivere per coloro che si sono ammalati nel periodo compreso tra il 1996 e il 2000, a due anni dalla diagnosi, si attesta difatti attorno al 68%, diversamente che per coloro che si sono ammalati precedentemente, per i quali tale percentuale è inferiore al 40%. A cinque anni dalla diagnosi, l’incremento della probabilità di sopravvivenza risulta essere ancora maggiore: si passa infatti dal meno del 20% per coloro che si sono ammalati prima dell’introduzione della terapia HAART, al 77% per i casi diagnosticati dal 2006. All’interno del territorio regionale, la provincia che, nel corso del 2017, presenta il maggiore tasso di incidenza di casi di AIDS è quella di Verona. Il maggior numero di casi segnalati provengono dalle Ulss Euganea (9 casi), Berica (7 casi) Marca Trevigiana (6 casi). Il 77,4% dei casi di AIDS è di genere maschile. Poco meno del 76% della totalità casi ha un’età alla diagnosi compresa tra i 25 e i 44 anni, anche se l’età media è in netta crescita negli anni sia per gli uomini sia per le donne. Focalizzando l’attenzione sulla nazionalità dei casi di AIDS tra i residenti in Veneto, si osserva un progressivo aumento del numero di casi tra gli stranieri: dal 2000 al 2017 la percentuale di stranieri affetti da AIDS e residenti in Veneto si attesta attorno al 30%. “Le terapie messe a disposizione – precisano i tecnici della Direzione Prevenzione – non sono in grado di eliminare l’infezione e portare a guarigione ma possono sopprimere completamente la replicazione del virus, assicurando la sopravvivenza dei pazienti e la loro qualità di vita comparabile ai pari età non infetti da HIV. Affinché questo avvenga è però necessaria una diagnosi precoce, essendo le diagnosi tardive gravate da un notevole eccesso di mortalità e morbilità. Un problema che è legato principalmente alla sottostima individuale del rischio di trasmissione perché, sottostimando la probabilità di essere state infettate, le persone non si sottopongono al test e giungono alla diagnosi solo in presenza di sintomi severi, che compaiono quando le difese immunitarie sono già molto depresse”.

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