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ANCE VENEZIA: impianti recupero inerti verso la saturazione

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Cordiale incontro a Ca' Farsetti tra il Sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, il neo-eletto presidente di ANCE (Associazione Nazionale Costruttori Edili) Venezia, Giovanni Salmistrari, e il presidente uscente Ugo Cavallin. Architetto, 58 anni, residente a Venezia, Salmistrari è amministratore unico dell’ultracentenaria impresa veneziana “Costruzioni e Restauri G. Salmistrari srl” che ha restaurato le Gallerie ed il Ponte dell’Accademia, ed è stato eletto dall’assemblea dei soci, svoltasi nella “Cittadella dell’Edilizia” a Marghera. È subentrato ad Ugo Cavallin, non più ricandidabile, che ha guidato l’associazione veneziana nel corso degli ultimi sette anni e che resterà all’interno del Consiglio Generale di Venezia, quale past president. «Ho voluto dare un saluto al nuovo presidente – ha dichiarato Luigi Brugnaro – ma anche ringraziare il 'past president' per il lavoro svolto, sapendo che comunque continuerà la collaborazione proficua che c'è stata negli anni». «Ci siamo incontrati per un passaggio di consegne – ha commentato poi Salmistrari – e per confermare che prosegue il percorso fatto finora da Cavallin con l’ANCE di collaborazione con il Comune». «È un avvicendamento – ha aggiunto proprio Cavallin – avvenuto nel segno della continuità e del miglioramento, cui sempre dobbiamo mirare».
La Giunta regionale del Veneto ha approvato il documento “Interventi a favore dell’artigianato veneto” che individua diverse forme di intervento a sostegno delle quasi 130.000 imprese artigiane della regione, equivalenti al 30% di tutte le imprese attive. l’approvazione da attuazione alla specifica legge regionale varata l’anno scorso con una dotazione finanziaria di circa 20 milioni di euro. «Con il documento approvato – l’Assessore allo sviluppo economico, Roberto Marcato – abbiamo saldato l’ultimo anello della recente legge regionale sull’artigianato. Ora, possiamo affrontare la fase operativa di tutela, di sviluppo e di promozione del lavoro degli artigiani veneti. Abbiamo fissato un punto fondamentale per la nostra futura economia perché l’artigianato è sempre stato un fiore all’occhiello della nostra realtà produttiva e tale deve continuare ad essere. È una fonte di lavoro per migliaia di persone ma è anche un simbolo dell’intraprendenza, della creatività e dell’identità della nostra gente». La crisi ha colpito duramente l’artigianato veneto, ma la ripresa tarda ancora a farsi sentire «Dal 2007 a oggi – prosegue l’Assessore Marcato – sono scomparse oltre 20.000 imprese artigiane nel Veneto e la contrazione non si è arrestata nemmeno di fronte ai primi segnali di ripresa economica più recenti. Se questo contesto dovesse perdurare o, ancor peggio, aggravarsi è a rischio un patrimonio secolare che ha da sempre garantito una precisa funzione sociale». «L’artigianato non è solo quello artistico ma è un mondo più ampio e complesso, espressione della tradizione da un lato ma caposaldo dell’economia dall’altro. Non vogliamo che scompaia e con questo provvedimento intendiamo sostenerlo e rinnovarlo, anche nell’ottica di una prospettiva per le nuove generazioni. Che disporre di questo strumento fosse una necessità sentita – conclude l’Assessore – lo conferma la celerità con cui si è riusciti a giungere alla firma della delibera dopo l’approvazione in commissione consiliare».
Il presidente di Confartigianato Imprese Veneto, Agostino Bonomo, ha diffuso una lettera aperta nella quale prende posizione sulla questione dell’autonomia del Veneto e auspica che i tre presidenti di Lombardia, Emilia Romagna e Veneto con cedano “al ricatto della “compensazione” accettando, “magari per sfinimento”, “un ulteriore incremento del fondo di perequazione”. Di seguito il testo completo della lettera aperta: La travagliata vicenda delle tentate ulteriori forme di autonomia per il Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna, offre numerosi spunti di riflessione. Mi limito a tre questi. Il primo riguarda la comunicazione. Sapevamo che non sarebbe stata una passeggiata ma è prevalso un racconto, soprattutto verso il Veneto delle 23 materie, di un presunto egoismo territoriale. Chiedere di gestire competenze su questioni che avvicinano le istituzioni all’utente finale e di vedere nel contempo riconosciuta l’eventuale efficienza realizzata, entrambi indiscutibili, hanno ceduto il passo ad una versione di comodo, una sorta di sola questione di soldi, pretesa che il Veneto vorrebbe imporre a prescindere. Era evidente, e ne abbiamo avuto conferma, che riordinare i trasferimenti con criteri quali i costi standard, avrebbe toccato rendite di posizione e inefficienze. La paura è stata ed è ancora tale che anche avviare il processo confermando la redistribuzione con i criteri di spesa storica genera un allarme che blocca ogni passo. Anche nel convinto apporto che artigiani e piccole imprese hanno dato alla proposta, non è mai stata messa in discussione la necessità di solidarietà e di un’azione perequativa. Casomai viene denunciato il tentativo di utilizzare questo principio costituzionale quale alibi per finalità meno nobili di spesa corrente e per l’ennesimo rinvio di serie riforme di governo della spesa pubblica. Il secondo motivo di riflessione riguarda il fatto che, sull’onda del portato della riforma costituzionale del 2001, siamo passati al secondo tempo del federalismo senza neppure un consuntivo della cinquantennale esperienza delle Regioni a Statuto Ordinario. L’anno prossimo saranno infatti cinquant’anni dall’avvio delle Regioni. Passare ad una fase successiva senza un’analisi sui risultati e limiti della prima stagione di regionalismo, ha di fatto messo in secondo piano, la questione delle competenze tra i due livelli, la questione delle Regioni meridionali e delle Regioni a Statuto Speciale. Questioni irrisolte che, se non affrontate, rendono difficile evitare ulteriori squilibri e non subirne le conseguenze. Va inoltre detto che il nostro federalismo è in parte falso. Senza reale autonomia impositiva e conseguente responsabilizzazione dei decisori della spesa, la ricerca dei responsabili per debiti e inefficienze diventa ardua. Uno degli alfieri del federalismo, il prof Giulio Tremonti, ripeteva sovente l’efficace affermazione: vedo, pago e voto; è concetto che si è perso, assieme a tanti altri propositi, con il passare degli anni. Si è invece consolidato il ruolo della Stato esattore, peraltro forte con i deboli e meno con quelli in grado di evadere. Uno Stato pigliatutto e redistributore secondo logiche che sono finite per premiare inefficienze e incrostazioni e rinviare sine die qualsiasi impegno ad invertire la rotta. Quello che, sempre il prof Tremonti, definiva “l’albero storto della finanza decentrata“. Il terzo motivo riguarda la comparsa del concetto, indigesto e di sapore ricattatorio, della compensazione. Per bilanciare il tentativo di una più corretta redistribuzione e soprattutto di un maggiore impegno nella gestione della cosa pubblica e magari condizionare le Regioni più sfidanti, come lo sono le tre battistrada della richiesta di ulteriori forme di autonomia, le Regioni meridionali, ben spalleggiate da forze politiche del tutto trasversali, hanno chiesto un ulteriore incremento del fondo di perequazione. Come dire, care Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna…voi fate pure efficienza e ciò che risparmiate noi lo destiniamo a rafforzare privilegi, spesa corrente, inefficienze. Una autentica beffa, ovviamente indigeribile; confido che nessuno dei tre governatori finisca per accettare, magari per sfinimento, un simile scambio. Anziché affrontare la questione della qualità della spesa pubblica, della semplificazione dell’apparato pubblico, della riduzione dei costi eliminando sprechi e inefficienze si finisce per dividere ancor più il Paese, tra nord e sud e, all’interno delle stesse due aree, tra chi lavora e produce e chi invece intende continuare a godere di rendite e parassitismo. Non meravigliamoci poi se una simile situazione finirà per produrre, da un lato ulteriore sfiducia nella politica e, dall’altro, l’accensione di nuovi rancori; tutto ciò proprio nel momento in cui vi è bisogno di condividere una nuova idea di futuro nella quale credere e riconoscersi.
A dar forza alla previsione della Commissione europea che vede per la Germania una crescita del Pil di solo il +0,5% nel 2019, arrivano anche le cattive notizie sull’occupazione che indicano sensibili contrazioni nelle grandi aziende storiche del Paese, conseguenza degli effetti della guerra commerciale di logoramento innescata dagli Stati Uniti e che coinvolge tutte le altre potenze mondiali. Il primo segnale era da tempo atteso dalla Deutsche Bank, le cui azioni sono in picchiata: quello che comunque rimane il colosso della finanza europea attuerà un piano lacrime e sangue, dopo aver dovuto dire addio alla fusione salvagente con Commerzbank. Già nel 2018 erano stati tagliati 6.000 posti si lavoro e ora la diminuzione del personale dovrebbe arrivare a coinvolgere altre 18.000 unità, a cominciare dalla sede di Londra, dove erano impiegate 7.000 persone. Ancor più impressione ha fatto però BASF, che ha annunciato una diminuzione del personale in ambito europeo: 6.000 lavoratori, la metà dei quali impiegati in Germania, che se ne andranno entro il 2021. La motivazione è nel calo della domanda delle sostanze chimiche in una serie di settori che va avanti da qualche tempo. Non mancano le preoccupazioni per l’industria italiana che è fornitrice di quelle tedesche Brutte notizie anche per WMF e Opel, imprese nate in Germania e acquisite negli ultimi anni da gruppi stranieri. Il gigante degli utensili da cucina WMF è oggi parte del gruppo francese SEB, che ha nel suo ultimo comunicato definito “deficitaria” l’efficienza dello storico impianto di produzione di Geislingen, la cittadina nei pressi di Stoccarda dove l’azienda è stata fondata. Qui si perderanno 400 posti di lavoro. Per quanto riguarda Opel, marchio acquisito anche in questo caso dei francesi del gruppo PSA, lo scorso anno sono stati tagliati 3.700 dipendenti ed ora sembra che altri 1.100 impiegati in tre diversi punti di produzione debbano fare i bagagli nei prossimi mesi.
Il Presidente di CNA Veneto, Alessandro Conte, ha presentato a Venezia, nella sede del Consiglio Regionale a Palazzo Ferro Fini, presente il Presidente del Consiglio, Roberto Ciambetti, e i Consiglieri regionali, il Rapporto CNA “Autonomia per lo sviluppo”. Si tratta del settimo Rapporto redatto dell’Osservatorio interregionale di CNA Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna. I risultati della ricerca, come illustrati da Alberto Cestari, ricercatore del Centro Studi Sintesi di Venezia, dimostrano che le tre Regioni rappresentano la parte economicamente più avanzata del Paese, contribuendo a generare circa il 40% del PIL italiano e rappresentando il 54% del totale delle esportazioni. La riduzione degli ultimi anni delle risorse finanziarie destinate dallo Stato alle Regioni hanno però irrigidito i bilanci regionali, limitando l’apporto pubblico allo sviluppo economico. Come prima conseguenza, questa frenata ha contribuito ad ampliare il divario delle tre regioni rispetto alle aree economicamente più solide del continente come, ad esempio, i grandi Länder tedeschi. L’autonomia potrebbe permettere alle Regioni di incidere concretamente sullo sviluppo economico A giudizio di CNA Veneto, quindi, l’attuazione di una reale autonomia regionale come attualmente all’attenzione del Governo nazionale potrebbe costituire una leva inedita per stimolare la crescita economica e aumentare il livello di competitività delle imprese. L’autonomia infatti potrebbe diventare uno strumento al servizio delle Regioni per intervenire in maniera mirata e più incisiva sul gap infrastrutturale che penalizza le imprese, per incrementare l’attuale esigua dotazione di risorse per investimenti e sviluppo economico, per sostenere l’economia produttiva nei necessari percorsi di innovazione. Nella fase di definizione del processo di attribuzione di risorse e competenze, sostiene il rapporto CNA, le Regioni dovrebbero dare priorità all’attuazione degli aspetti legati allo sviluppo economico e alla crescita: solo in questo modo potrebbero essere in grado di intervenire in misura incisiva e strategica sul futuro delle rispettive comunità di persone e di imprese.
A partire da un database costruito informatizzando tutta la documentazione relativa a dissesti e riequilibri messa a disposizione dal Ministero dell’Interno, i ricercatori dell’Università Ca’ Foscari Venezia hanno elaborato un’analisi approfondita dell’attuale situazione delle difficoltà finanziarie presenti in moltissimi comuni italiani. Ne emerge che il 2018 ha confermato il trend innescato dalla crisi finanziaria: 75 nuovi casi di Comuni italiani in difficoltà, con 45 procedure di riequilibrio e 30 dissesti. Il “Rapporto Ca’ Foscari sui comuni” è un volume a curato da Marcello Degni, magistrato della Corte dei conti e docente all’Università Ca’ Foscari Venezia, contenente i risultati di un progetto di ricerca diretto dal professor Stefano Campostrini. È alla sua seconda edizione e conferma l’allarme lanciato nelle precedenti fasi dello studio. Nell’ultimo quinquennio (2014-2018) sono ben 273 i comuni che hanno dichiarato difficoltà finanziarie tanto da avviare in 126 casi la procedura di dissesto con una media di 25 nuovi casi all’anno rispetto ai 12 del quinquennio precedente. E sono 225 le amministrazioni che hanno denunciato una situazione di pre-dissesto, talvolta così grave che in ben 78 (35%) si è passati al dissesto nel periodo considerato. I Comuni che hanno attualmente in corso una procedura, comprese quelle aperte prima del 2014, sono 379, al lordo dei (pochi) riequilibri chiusi e dei dissesti antecedenti il 2013 ancora aperti. La soluzione contro il dissesto dei Comuni non è nella semplificazione, ma nella gestione delle diversità L’articolazione regionale mostra una concentrazione territoriale del fenomeno. Se la media italiana è di circa il 10% di comuni che hanno visto nel periodo situazioni di criticità abbiamo regioni (soprattutto al Nord) che non ne hanno nessuno e casi come la Calabria, Campania e Sicilia, che ne hanno più di un terzo. L’andamento è crescente, in termini percentuali, al crescere della popolazione. “È necessario individuare nuovi modelli di governance del territorio, innovazione sociale e partecipazione, nella prospettiva della co-creazione - afferma Stefano Campostrini - Nei comuni le variabili in gioco sono tantissime, anche in piccole realtà, incommensurabilmente più numerose della più complessa realtà aziendale. Non è quindi imbrigliando la complessità che si può governarla, ma riconoscendola e trovando soluzioni necessariamente complesse per indirizzarla verso obiettivi comuni”.
La 43/a sessione del Comitato per il Patrimonio mondiale Unesco, riunita a Baku, in Azerbaijan, ha iscritto le Colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene nella lista dei paesaggi culturali da tutelare come patrimonio dell'umanità. I 97 km quadrati di declivi vitati e di borghi della Sinistra Piave tra Valdobbiadene e Conegliano diventano l’ottavo sito veneto e il cinquantacinquesimo italiano sotto l’egida dell’Onu per la cultura che tutela 1092 (ora 1093) luoghi ‘unici’ in 167 Paesi. L’Italia rafforza ulteriormente il proprio primato di Paese con il maggior numero di siti iscritti nel registro dei patrimoni dell'umanità. L’attesa decisione, festeggiata sui social da tutto il Governo, arriva dopo la bocciatura dell’anno scorso, quando l'iscrizione saltò per due voti (Spagna e Norvegia). La candidatura, proposta sin dal 2010 e sostenuta nel 2017 dall’allora ministro per le Politiche agricole Maurizio Martina, ha visto sollevarsi il fronte del ‘no’ di alcune associazione ambientaliste tra cui Wwf, Legambiente, Pesticides Action Network, Marcia Stop pesticidi, Colli Puri. Il mondo ambientalista lamenta infatti gli effetti della viticoltura intensiva e dell’uso dei pesticidi che caratterizzano la produzione vitivinicola delle colline del trevigiano. Il riconoscimento certamente incentiverà il turismo in quest’area che già ospita 400.000 turisti l’anno Nella descrizione ufficiale dell’Unesco, si legge che “la zona include una serie di catene collinari, che corrono da est a ovest, e che si susseguono l’una dopo l’altra dalle pianure fino alle Prealpi, equidistanti dalle Dolomiti e dall’Adriatico, il che ha un effetto positivo sul clima e sulla campagna. I ripidi pendii delle colline rendono difficile meccanizzare il lavoro e di conseguenza la gestione delle vigne è sempre stata nelle mani di piccoli produttori. Uno straordinario esempio di come questa antica cultura sia fortemente radicata alla sua terra”. «Il blasone Unesco – ha immediatamente dichiarato il presidente del Veneto, Luca Zaia – consacra la particolare conformazione geomorfologica delle nostre colline e il ricamo di coltivazioni vitate, di ciglioni erbosi e terrazzamenti». Ma sulla bellezza paesaggistica prende il sopravvento anche nelle dichiarazioni il dato economico: 464 milioni di bottiglie Doc vendute lo scorso anno, prodotte su oltre 24mila ettari di vigneti tra Veneto e Friuli Venezia Giulia, circa 2 su 3 vendute all'estero. Si aggiunga poi che sulle colline del Prosecco arrivano ogni anno 400 mila turisti: un numero che certamente ora è destinato a salire (come gli investimenti per trasformare vecchie stalle e casolari abbandonati in moderne strutture ricettive.
L’ANCE (Associazione Nazionale Costruttori Edili) Venezia ha un nuovo presidente: è Giovanni Salmistrari, amministratore unico dell’ultracentenaria impresa veneziana “Costruzioni e Restauri G. Salmistrari srl”, che ha restaurato le Gallerie ed il Ponte dell’Accademia, che fino all’altro giorno era alla presidenza dell’organismo regionale dell’Associazione, oltre che essere presente ai vertici anche in sede nazionale. Architetto, 58 anni, residente a Venezia, Salmistrari è stato eletto dall’assemblea dei soci, svoltasi nella “Cittadella dell’Edilizia” a Marghera, e subentra ad Ugo Cavallin, non più ricandidabile, che ha guidato l’associazione veneziana nel corso degli ultimi sette anni, i più duri della crisi dell’edilizia nazionale e locale. Secondo quanto previsto dallo Statuto, Cavallin, salutato da un lungo e caloroso applauso, resterà all’interno del Consiglio Generale di Venezia, quale past president.  Primo obbiettivo del neopresidente è quello di cercare di aumentare il numero degli iscritti ad ANCE Venezia, «perché le associazioni – sottolinea Giovanni Salmistrari – contano ovviamente per la forza data dai numeri, altrimenti la politica non ci ascolta. Le costruzioni sono un settore importantissimo, come dichiarato sempre da tutti: poi invece, nei fatti, vengono maltrattate. Qui ci vuole l’impegno di tutti a lavorare nel territorio in quanto la forza di ANCE è nell’essere presente in tutte le zone della provincia, a contatto con i sindaci. Perché poi, vedo che – continua Salmistrari – quando si dà una mano seriamente, la politica ci segue, in quanto siamo i primi, che lavorano a contatto diretto con le persone, con i cittadini». Dal neopresidente la richiesta di una riforma che liberi i funzionari pubblici dal rischio penale quando firmano per l’esecuzione di opere pubbliche Manifestando la sua estrazione di architetto, il neopresidente  di ANCE Venezia sottolinea come il costruttore, quando erige  una casa, realizza il ‘sogno’ di una persona; quando realizza un’opera pubblica, una strada, una scuola, incide sulla vita dei cittadini, assumendosi una grandissima responsabilità civile. La crisi economica dell’ultimo decennio, pagata pesantemente dalle grandi imprese, ha valorizzato il ruolo delle realtà più piccole: «Hanno resistito meglio le imprese piccole – spiega Giovanni Salmistrari – per ovvi motivi di economia: sono più flessibili e più radicate nel territorio, con una clientela fondata sulla fedeltà e sulla ‘storia’ dell’impresa, che va valorizzata in funzione della qualità. Nei rapporti con la Pubblica Amministrazione, ho sempre dichiarato che, fino a che non verrà tolta la responsabilità erariale e penale ai funzionari pubblici, le cose non andranno avanti, perché oggi sono terrorizzati dalle responsabilità e giustamente non firmano. Finché non ci sarà una riforma della giustizia, su questo punto anche il famoso “Sblocca cantieri” e il Codice degli Appalti non troveranno sbocchi utili per far ripartire il Paese». Per il futuro, il neopresidente, Giovanni Salmistrari, vede qualche segnale di una piccola ripresa del settore e si richiama alla citazione da Italo Calvino, che ha voluto porre in testa alla sua proposta di programma elettorale: “Le associazioni rendono l’uomo più forte e mettono in risalto le doti migliori delle singole persone”.
La Stagione Lirica e Balletto della Fondazione Teatro La Fenice 2019-2020 è stata presentata dal sovrintendente e direttore artistico Fortunato Ortombina, alla presenza del direttore generale Andrea Erri, del responsabile artistico delle attività di danza Franco Bolletta, del direttore generale della Fondazione di Venezia Giovanni Dell’Olivo e di Monica Cristanelli del Gruppo, Intesa Sanpaolo che dall’1 gennaio 2019 è diventato socio sostenitore del Teatro veneziano. In totale la Stagione Lirica e Balletto 2019-2020 conta oltre centocinquanta recite, dal 24 novembre 2019 al 20 ottobre 2020, con dodici nuove produzioni e otto riprese. Ad inaugurare il cartellone sarà “Don Carlo”: disegnando una linea artistica di continuità con le precedenti inaugurazioni, il Maestro Myung-Whun Chung proseguirà nel progetto di rilettura del catalogo verdiano. Lo spettacolo, con la regia di Robert Carsen, vedrà tre interpreti al debutto: Piero Pretti, Alex Esposito e Julian Kim. Seguiranno “Pinocchio” del compositore vicentino Pierangelo Valtinoni, tra gli autori viventi più eseguiti al mondo, e il dittico novecentesco “A Hand of Bridge” di Barber e “Il castello del principe Barbablù” di Bartók. Insieme alle riprese de “La Traviata” e di “Il Trovatore”, andrà in scena in prima italiana un allestimento del “Rigoletto” per la regia di Damiano Michieletto, a completare la cosiddetta ‘trilogia popolare’ di Verdi. Continua inoltre il filone vivaldiano con “Farnace”, sempre con la presenza di Diego Fasolis. Dal repertorio francese, sarà proposto un nuovo allestimento del “Faust” di Gounod diretto da Frédéric Chaslin, ma anche la ripresa della “Carmen” di Bizet diretta da Wyung-Whun Chung, con Varduhi Abrahamyan e Francesco Meli. Torneranno in scena due titoli da molto tempo assenti dal palcoscenico feniceo.: “Rinaldo” di Händel nello storico allestimento di Pier Luigi Pizzi, ricostruito per rendere omaggio al maestro che proprio con questa produzione, nel 1985, stimolò l’avvio di una importante fase di riscoperta della musica barocca; e “Roberto Devereux” di Donizetti con la regia di Alfonso Antoniozzi. Sarà invece una novità assoluta per le scene veneziane il dittico composto da “Prima la musica e poi le parole” di Salieri e “Der Schauspieldirektor” di Mozart, nell’ambito dell’ormai collaudata collaborazione con l’Accademia di Belle Arti. “La serva padrona” di Pergolesi e la prima rappresentazione in tempi moderni di “Engelberta” di Albinoni sono i titoli previsti per il progetto Opera Giovani. Mentre per il Balletto, Alessandra Ferri e l’Hamburg Ballett saranno gli interpreti della prima rappresentazione italiana di “Duse”, fantasia coreografica di John Neumeier. Completano la programmazione i grandi ‘classici’ del repertorio che verranno riproposti negli storici allestimenti targati Fenice: “L’elisir d’amore” di Donizetti, con Celso Albelo nei panni di Nemorino, “Il barbiere di Siviglia” e “La cambiale di matrimonio” di Rossini, “Aida” di Verdi con Piero Pretti al debutto nel ruolo di Radamès.
“Icomos raccomanda che le Colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene, Italia, siano iscritte nella Lista del Patrimonio Mondiale come Paesaggio culturale”: Questo l’orientamento espresso dal Consiglio Internazionale dei Monumenti e dei Siti, l’organo consultivo dell’Unesco, ai membri dell’organizzazione dell'Onu (World Heritage Committee) che si riuniranno il 7 luglio a Baku (Azerbaijan) per esaminare ed eventualmente promuovere la candidatura espressa dal Governo italiano. Dopo il rinvio deciso un anno fa nella riunione svoltasi a Manama (Bahrain), le Colline del trevigiano possono quindi aspirare ad ottenere il prestigioso riconoscimento mondiale, sulla base degli approfondimenti al dossier richiesti dai membri Unesco. Il parere positivo di Icomos è stato accolto dal Presidente della Regione, Luca Zaia, con grande entusiasmo: «Questa è la realizzazione di un sogno che sto inseguendo da 10 anni. Ottenere il riconoscimento di “Patrimonio dell’Umanità” consacra e premia il lavoro di tante persone che, negli anni, si sono spaccate la schiena per donarci il meraviglioso paesaggio delle Colline del Prosecco di Conegliano-Valdobbiadene. È una vittoria e una grandissima gratificazione constatare che i più grandi esperti di paesaggio a livello internazionale sanciscono che l'idea del dossier non fosse una boutade come qualcuno sosteneva. Il lavoro non è finito – conclude Zaia – adesso ci aspetta la tappa fondamentale, quella dell'Assemblea Generale del World Heritage Committee in Azerbaijan. È vero che ci presentiamo con un parere positivo di Icomos, ma l’assemblea resta sovrana». Ma ci sarà anche la voce di chi denuncia i danni ambientali provocati della monocoltura della Glera E all’Assemblea la voce del Veneto sarà anche quella di chi ha promosso a Venezia un sit-in davanti a Palazzo Zorzi, sede del “Regional Bureau for Science and Culture in Europe UNESCO”. Protagonisti coloro che subiscono i disagi e i rischi causati dalla monocoltura industriale viticola. Spiega Gianluigi Salvador del direttivo PAN (Pesticide Action Network): «il nostro obiettivo finale era quello di consegnare ad un responsabile della Sede Unesco di Venezia una lettera per il Direttore del “World Heritage Center Unesco” di Parigi, Mechtild Rossler». Nel plico consegnato Mohammad Taufiq, Chief Finance and Administration, i documenti riguardanti problematiche sulla certificazione Unesco delle Colline del Prosecco. Una documentazione che sarà fatta giungere ai 21 componenti del “World Heritage Committee” che il 7 luglio dovranno valutare in ultima istanza la candidatura veneta.

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È drammatica la situazione degli impianti di recupero e riciclaggio di materiali inerti nelle province di Venezia e Treviso e da tale situazione può derivare un colpo mortale alla ripresa dell’attività edilizia e quindi del sistema economico del territorio. La quasi totalità degli impianti ha infatti raggiunto i livelli di saturazione, prescritti nelle autorizzazioni ed a breve non sarà in grado di ricevere nuovi apporti di materiale. La conseguenza? Non potendo essere avviati agli impianti di trattamento e recupero, i materiali da costruzione e demolizione saranno necessariamente conferiti in discarica, con un pesantissimo aumento dei costi per le imprese dell’edilizia. Per scongiurare questa situazione, Ance Venezia ha incontrato i rappresentanti dei maggiori impianti di recupero del veneziano e del trevigiano, verso i quali confluisce la stragrande maggioranza dei materiali dei cantieri del territorio. Comune è stata la valutazione sulla gravità della situazione e sulla necessità di agire in tempi rapidi. Quali le possibili soluzioni? Anzitutto un appello alla Regione Veneto, ma anche a tutte le altre pubbliche amministrazioni, affinché impongano, nei loro capitolati per lavori stradali ed infrastrutturali, l’obbligo di utilizzare almeno una certa percentuale di riciclato. Esiste uno specifico obbligo di legge in questo senso, ma esso viene sempre più spesso disatteso, forse anche per il timore che il materiale possa risultare inquinato. Dalle amministrazioni pubbliche deve venire una spinta forte all’uso dei materiali riciclati Così facendo però, si dimenticano le ragioni che sono alla base dell’obbligo di legge di utilizzo degli aggregati riciclati in alternativa a quelli naturali: ▶ innanzitutto il contenimento del consumo di suolo grazie alla riduzione proporzionale dell’attività di cava; ▶ conseguentemente, la limitazione dell’utilizzo dei materiali di cava naturali per usi specifici, solo laddove gli aggregati riciclati non siano in grado di soddisfare del tutto o in parte gli standard richiesti; ▶ consentire il recupero di rifiuti inerti (materiali da demolizione), che anche in Italia costituiscono una delle principali voci di produzione, sia in termini volumetrici che di peso, evitando la formazione di discariche o peggio il fenomeno dell’abbandono dei rifiuti nell’ambiente; ▶ le caratteristiche tecniche, poiché spesso il riciclato è del tutto sovrapponibile, se non talora migliore, degli aggregati naturali. In definitiva, ridare respiro agli impianti di recupero attraverso il riutilizzo del materiale riciclato, oltre ad avere effetti straordinariamente positivi sotto il profilo della tutela dell’ambiente, consente di scongiurare un pesante aumento di costi (quelli del conferimento a discarica), che colpisce innanzitutto le imprese di costruzione, ma si traduce poi in maggiori costi per i cittadini e le pubbliche amministrazioni committenti. Una scelta oltretutto a costo zero e che qualunque pubblico amministratore avrebbe dovuto fare propria da tempo. Ora il tempo è scaduto e bisogna far fronte a questa ennesima emergenza economica e ambientale. I rimedi, come visto, ci sono e sono a portata di mano; ma la volontà politica?

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