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Trilogia poetica di Valter Esposito: “Dove vivere è sognare”

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È ottima la prima quadrimestrale dell’anno per l’azienda “Novarex” di Martellago (Venezia), leader nel settore delle etichette per il comparto agroalimentare: il portafoglio ordini ha registrato un incremento del +18%; in aumento anche il “consegnato”, salito da circa 3.700.000 a 4.000.000 di euro. “La chiave del nostro successo – commenta il Presidente, Bruno Martino – resta il servizio. In un settore a basso valore aggiunto, ma con grandi volumi produttivi, come l’etichetta per il settore agroalimentare, è l’attenzione alle esigenze del committente a fare la differenza”. Forte dei risultati di mercato, l’azienda ha investito 800.000 euro per l’acquisto di 2 nuove macchine stampatrici: un impianto nuovo ed uno in sostituzione di una linea ormai obsoleta. L’obiettivo è aumentare la produttività. Si è anche provveduto a nuove assunzioni con l’inserimento di 2 operatori sulle linee produttive. Per il futuro: una nuova certificazione di processo e la ricerca del migliore assetto logistico “Novarex” guarda al futuro ed a nuovi mercati: per questo, sta attrezzandosi per la certificazione di processo BRC, la cui richiesta è in crescita perché garantisce la salubrità dell’intera filiera dei prodotti alimentari, compreso il packaging. “Abbiamo avviato l’iter procedurale – annuncia il Presidente di Novarex – perché vogliamo essere pronti alle evoluzioni del mercato come abbiamo fatto per le etichette a radiofrequenza, ormai d’uso comune nelle grandi realtà, ma che stentano ancora ad affermarsi fra le aziende medio-piccole. Comunque ribadiamo il nostro impegno nell’innovazione, studiando come gestire al meglio, anche dal punto di vista logistico, il favorevole andamento di mercato”.
In 20 Paesi europei su 28, il rischio povertà tra gli under 16 è nettamente superiore a quello riferito agli over 65: la media UE è rispettivamente del 24,4% contro il 18,2%. La situazione in Italia è ancor più drammatica perché i minori che si trovano in una situazione di deprivazione economica sono il 31,5%, quindi ben 7 punti in più della media continentale, contro una percentuale del 22% di ultra sessantacinquenni, in questo caso nemmeno 4 punti in più dell’Europa. Solo in Grecia, in Romania e in Bulgaria la quota di minori a rischio povertà è superiore al dato italiano. «L’elevato livello di povertà giovanile – sottolinea il coordinatore dell’Ufficio studi di CGIA Mestre, Paolo Zabeo – spesso si traduce anche in povertà educativa. Molti di questi ragazzi, infatti, sono destinati ad abbandonare presto gli studi, pregiudicando la carriera lavorativa futura, che quasi sicuramente riserverà a questi soggetti delle enormi difficoltà a trovare un’occupazione stabile e di qualità. E alla luce del progressivo invecchiamento della popolazione e del calo delle nascite, le nostre Pmi non possono permettersi di lasciarsi sfuggire una quota così importante di giovani leve». Il problema della povertà è legato anche all’istruzione con un’alta percentuale di scarsa formazione La popolazione a rischio povertà o esclusione sociale con meno di 18 anni ha in Italia un’incidenza più elevata nel Mezzogiorno: in Sicilia i minori in difficoltà son il 56,8%, in Calabria il 49,5% e in Campania il 47,1%. In termini assoluti, a livello nazionale la popolazione giovanile con disagio economico ammonta a 3,1 milioni di unità: tra questi, 498 mila circa sono campani e 488 mila circa sono siciliani. Secondo l’Istat, i livelli di povertà si mantengono elevati per le famiglie con 5 o più componenti e con persona di riferimento giovane avente un basso livello di istruzione. Al Nord le famiglie che vivono nelle grandi città presentano l’incidenza della povertà relativa superiore a quella presente nei Comuni di minori dimensioni. Nel Centro Sud, invece, la situazione si capovolge e sono i Comuni minori a registrare il numero più alto di famiglie in povertà. I dati sull’uscita precoce dal sistema di istruzione e formazione sono molto preoccupanti: nel 2017 i giovani tra 18 e i 24 anni che avevano conseguito solo il diploma di licenza media e non stavano frequentando nessun altro corso scolastico/formativo erano il 14%, ma con punte del 21,2% in Sardegna, del 20,9% in Sicilia e del 19,1% in Campania.
Sono 3,87 milioni gli immigrati stranieri che contribuiscono alla fiscalità nazionale e che nel 2018 (redditi 2917) hanno dichiarato 52,9 miliardi di euro di redditi e versato 7,9 miliardi di euro di Irpef. I dati sono quelli del Dipartimento delle finanze del Ministero così come elaborati in uno studio realizzato dalla Fondazione Leone Moressa di Mestre. Complessivamente i contribuenti nati all’estero rappresentano il 9,5% del totale, con picchi del 15,1% nella fascia più bassa e del 3,9% nella fascia più elevata di reddito. Quasi la metà degli immigrati dichiara meno di 10 mila euro: infatti 1,86 milioni di contribuenti, pari appunto al 48,2%, hanno dichiarato un reddito annuo inferiore a 10 mila euro. Tra i nati in Italia, in quella classe di reddito si attesta solo il 28,6% dei contribuenti. Per entrambi i gruppi la componente più numerosa è quella compresa tra 10 e 25 mila euro (40,5% per i nati all’estero e 41,8% per i nati in Italia). Molto diversa invece la situazione per i redditi oltre 25 mila euro: appena 439 mila contribuenti nati all’estero (11,4%) che si collocano in questa fascia, contro il 29,5% dei nati in Italia. Mediamente, ciascun contribuente nato all’estero nel 2018 ha dichiarato 13.671 euro e versato Irpef per 3.175. I paesi Ue e dell’Europa occidentale presentano generalmente valori più alti, in linea con i nati in Italia. La nazionalità dei contribuenti immigrati smentiscono le tesi di una invasione dall’Africa Quasi un quinto dei contribuenti nati all’estero è nato in Romania (689 mila). Seguono Albania (287 mila), Marocco (227 mila) e Cina (196 mila). Le donne sono il 44,9%, con picchi molto più alti tra i paesi dell’Est Europa (Ucraina, Moldavia, Polonia) e dell’America Latina (Brasile, Perù, Argentina). Oltre la metà dei contribuenti nati all’estero si concentra in quattro regioni: Lombardia, Emilia Romagna, Veneto e Lazio. «I dati – sottolinea Michele Furlan, Presidente della Fondazione Leone Moressa – dimostrano che un’immigrazione integrata e basata sull’inclusione lavorativa porta un impatto positivo a livello economico e fiscale. Rimane, tuttavia, un certo divario di reddito tra italiani e immigrati che contribuisce a mantenere esclusione sociale e marginalità».
Tra una settimana appena, la Gran Bretagna voterà (nell’isola alle urne si va tradizionalmente il giovedì e nemmeno sotto questo profilo i britannici si sono adeguati al continente) per eleggere i propri rappresentanti in seno al Parlamento Europeo. Parlamenti che al più presto decadranno in forza di quella Brexit che, accordo o meno, hard o soft che sia, comunque è inevitabile. Secondo gli analisti, la settimana successiva al voto Tory e Labour chiuderanno un accordo per l’uscita: lo faranno valutando l’esito elettorale, le prospettive di governo e il ‘sentiment’ nazionale. Certo, le recenti elezioni amministrative un segnale più che sufficiente lo hanno già dato con il disastro dei conservatori che hanno pesantemente perso ovunque e che sono accusati di non aver avuto la capacità di gestire l’exit dall’Europa. Parallelamente l’elettorato si è mostrato più radicalizzato dallo scontro tra chi vuole l’uscita subito e senza accordo e chi invece continua a sostenere l’utilità di restare nell’Unione Europea. Sicuro è che dopo le elezioni Teresa May dovrà lasciare e il voto di fatto indicherà da che parte far pendere la bilancia futura tra i possibili successori: nel partito di maggioranza infatti si stanno confrontando da settimane le posizioni più radicali e quelle più favorevoli ad una mediazione. Gli analisti fanno una comparazione tra Gran Bretagna e Italia: l’incertezza politica è una condanna Intanto però, come avrebbe detto Totò: “… e io pago!”. Stando all’analisi fatta dal CER, il Centre for European Reform, a dicembre 2018 il costo della preannunciata Brexit è stato pari a 19 miliardi di sterline, cioè una mancata crescita economica del -2,5%. Tutto per colpa dell’incertezza politica che ha portato ad una frenata dei consumi, ad una diminuzione degli investimenti delle aziende britanniche e, soprattutto, da parte delle aziende straniere che hanno dirottato le proprie attenzioni su altri Paesi comunitari, in primis Irlanda e Paesi Bassi. E l’analisi di John Springford, vice direttore del Cer, è impietosa: «Il Regno Unito rischia di fare la stessa fine dell’Italia: negli anni Ottanta era uno dei Paesi europei più prosperi ma poi ha subito un declino economico perché la paralisi politica lo ha reso una nazione in cui è impossibile fare delle riforme».
I numeri che escono dal Forum della Pubblici Amministrazione, la tre giorni in corso a Roma, non possono non preoccupare. «Rischiamo di avere corsie degli ospedali vuote, meno agenti di polizia nelle strade e un aumento ulteriore ed insostenibile dei tempi di erogazione dei servizi previdenziali. Siamo a rischio collasso della tenuta dei servizi pubblici» denuncia il segretario generale della Fp Cisl Maurizio Petriccioli. I numeri: l'età media del personale è di 50,6 anni, e sale oltre i 54 anni nei Ministeri, alla Presidenza del Consiglio, nelle Prefetture o negli Enti Pubblici non economici. Gli over 60 sono il 16,4% e gli under 30 solo il 2,8%. Attualmente il personale stabile della Pa che ha compiuto 62 anni è di oltre 500.000 persone (il 16,7% del totale) e circa 154 mila persone hanno maturato oltre 38 anni di anzianità così superando la fatidica ‘quota 100’ che permetterebbe il pensionamento. E secondo le stime delle organizzazioni sindacali, potrebbero essere 500.000 i dipendenti pubblici che, tra pensioni di vecchiaia, "opzione donna", pensioni anticipate e "quota 100", potrebbero lasciare la Pubblica Amministrazione nell’arco dei prossimi tre anni. E i soldi per assumere nuovo personale e rimpiazzare i pensionati non ci sono. I dipendenti hanno perso potere d’acquisto, sono vecchi e puntano ad andare in pensione al più presto Non ci sono nemmeno i fondi per il rinnovo del contratto che pure sarebbe in discussione da anni: attualmente la retribuzione media dei dipendenti pubblici è sostanzialmente invariata rispetto a quella del 2009, cioè è pari a circa 34.500 euro, ma con oltre 3.000 euro in meno rispetto al solo recupero del potere d'acquisto. E pesa il dato relativo a tutto il vasto comparto della scuola dove la media no arriva nemmeno a 29.000 euro. La Ministra Giulia Bongiorno, sulla quale ricade il titolarità della Pubblica Amministrazione di fatto conferma i dati quando dice che «Nel 2019 ci saranno 150 mila cessazioni con la legge Fornero e 100 mila con 'Quota 100', per un totale di 250 mila» e parla della necessità di rivedere la formazione universitaria con specifici corsi rivolti a chi vuole un posto pubblico e con concorsi regionali per limitare l’immigrazione interna.
Ad un mese dalla chiusura del bando ministeriale per il rilancio dell’area di crisi industriale del territorio di Venezia, tutti e sette i progetti presentati per la zona industriale veneziana hanno superato il primo esame di ammissibilità tecnico-formale. Lo hanno comunicato il Ministero dello sviluppo economico e Invitalia, l’agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo di impresa. Le iniziative imprenditoriali presentate da Venezia prevedono investimenti del valore di quasi 60 milioni di euro, con richieste di agevolazione pari a circa 40 milioni, cioè quasi il doppio della dotazione finanziaria disponibile, e con prospettive occupazionali dirette per 90 nuovi posti di lavoro. Questo primo risultato per il rilancio produttivo di Venezia e del suo territorio arriva dopo sette incontri tecnici che hanno visto attorno allo stesso tavolo Regione, Comune e tecnici di Invitalia nel corso dei quali sono stati studiati con le aziende in causa tutti gli strumenti disponibili per la reindustrializzazione dell’area veneziana. Ora i progetti di investimento dovranno superare le valutazioni di merito, da parte di Invitalia, sulla sostenibilità dell’iniziativa imprenditoriale e del piano finanziario: un passaggio atteso entro metà luglio e che sarà decisivo per stilare la classifica dei progetti che potranno concretamente essere realizzati beneficiando dei 20 milioni di agevolazioni previste dalla legge 181 finanziati dal Mise e gestiti da Invitalia. A disposizione ci sono 20 milioni: la metà di quelli richiesti e che potrebbero creare 90 posti di lavoro Soddisfazione, ovviamente, è stata espressa dalla regione Veneto: “Non era scontato che tutti progetti presentati superassero il primo esame di ammissibilità da parte del Ministero per lo sviluppo economico e da parte di Invitalia. Il positivo superamento della prima selezione ci fa ben sperare” hanno detto gli assessori alle Attività produttive e al lavoro. “La positiva riposta ottenuta dalla ‘call’ di Invitalia e del Mise – hanno proseguito nel loro commento – dà prova che è possibile pensare ad una rigenerazione produttiva della sua area industriale e dei vari siti produttivi lagunari e di terraferma. La reattività degli imprenditori ad una proposta strutturata di politiche di sostegno e di coinvolgimento attivo del territorio rappresenta un segnale importante per il rilancio di un’area economicamente strategica come quella di Porto Marghera”.
La chiamano ‘Generazione Z’ ed è composta da chi è nato dopo il 1996: ragazzi che oggi, finito il ciclo di studi, si affaccia al mondo del lavoro e che nel 2020 rappresenterà circa il 20% della forza lavoro. Una ricerca mondiale, commissionata da “Dell Technologies” a “Dimensional Research”, sostiene che questi ragazzi cambieranno il volto delle aziende perché nella loro vita quotidiana usano strumenti tecnologici che sono più avanzati di quelli in dotazione nei posti di lavoro «È fondamentale – sottolinea Marco Fanizzi, VP e GM Enterprise Sales di Dell Technologies – adottare strumenti di condivisione digitale, favorire il lavoro da remoto, adottare politiche aziendali BYOD (Bring Your Own Device). Inoltre, dovrebbero essere aggiornate anche le modalità di rapporto interne all’azienda: fornire strumenti di feedback frequenti, ascoltare le esigenze, sapersi adeguare alle richieste. Si tratta di passi necessari per riuscire ad attirare i più giovani e soprattutto tenerli in azienda». La ricerca è stata condotta su oltre 12mila studenti di scuole medie superiori e università, in 17 Paesi a livello mondiale ed il 91% degli intervistati ha dichiarato che, in caso di più proposte di lavoro, la tecnologia offerta da un datore di lavoro è un elemento determinante nella scelta. Sempre più i giovani pensano che lavoreranno insieme ad un robot, ma l’occupazione aumenterà Per i giovani siamo poi alla vigilia della ‘rivoluzione’ robotica: l’89% è convinto che si stia entrando nell’era della partnership uomo-macchina ed il 51% è sicuro che esseri umani e macchine lavoreranno insieme in team. «Da un lato – dice aqncora Marco Fanizzi - è vero che se oggi il 73% delle attività svolte in azienda sono realizzate da esseri umani, nel giro di tre anni lo stesso spettro di attività scenderà al 53%. Dall’altro però, la tecnologia non offre solo nuove possibilità, ma crea in molti settori un aumento della domanda, con conseguente necessità dell’offerta di adeguarsi, incrementando posti di lavoro tradizionali per soddisfare la domanda. In generale, prevedo un numero di posti di lavoro in crescita rispetto al passato».
Le imprese europee realizzano nell’interscambio con l’economia giapponese un fatturato che ammonta ad un totale di 86 miliardi di Euro, di cui circa il 67% dalla vendita di beni ed il 33% dai servizi. L’interscambio commerciale dell’Italia con il Giappone è stato nel 2018 di 10,2 miliardi di Euro, con un saldo attivo per l’Italia di 2,7 miliardi di Euro ed il Giappone rappresenta il 15° mercato di destinazione delle esportazione italiane che sono, in ordine di importanza, gli articoli di abbigliamento, gli autoveicoli, la pelletteria, i medicinali ed i prodotti farmaceutici. A partire da questi numeri, 70 aziende venete hanno partecipato al seminario dedicato all’accordo di partenariato economico con il Giappone, entrato in vigore lo scorso 1° febbraio 2019, promosso dallo Sportello MiSE per l’Impresa del Veneto in collaborazione con il Nuovo Centro Estero Veneto e Confindustria Venezia e Rovigo. Le aziende venete dovranno certificarsi per ottenere dalle autorità doganali la qualifica di esportatore «Sono lieto per la nostra economia – ha detto il Presidente del Nuovo Centro Estero Veneto, Mario Pozza – che i dazi che vengono eliminati riguardino i prodotti di cui il Veneto è un grande produttore, come vino, prodotti in pelle, calzature, abbigliamento. Si presentano dunque nuove opportunità in un mercato lontano, ma vicino per affinità e per l’alto livello di qualità richiesto a cui le nostre imprese sanno ben rispondere». L’incontro ha illustrato i vantaggi per le imprese italiane derivanti dall’implementazione dell’EPA e gli aspetti tecnici dell’accordo dal punto di vista del negoziatore europeo nella prospettiva delle opportunità di sviluppo per le imprese italiane. In particolare è stato sottolineato che le potenzialità dell’accordo di libero scambio necessitano di una predisposizione delle aziende venete alle procedure doganali unionali che consentono il riconoscimento dei benefici tariffari concordati in ambito EPA. Questo è il compito tecnico dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli per accreditare gli operatori alla certificazione europea dell’origine delle merci e per l’ottenimento della qualifica di esportatore autorizzato.
L’associazione dei consumatori Adico, citando il titolo della commedia shakespeariana “Molto rumore per nulla”, critica apertamente l’inefficienza del Governo sui rimborsi ai risparmiatori danneggiati anche nel Veneto dal comportamento ‘disinvolto’ delle banche popolari. Secondo l’ufficio legale dell’Adico, che segue circa 150 risparmiatori “vittime” di Veneto banca e Popolare di Vicenza, “dopo tanti pomposi annunci e dopo le continue uscite sulla stampa da parte del Governo, in questo momento si è ingenerata solo confusione fra i cittadini che hanno investito nelle popolari”. Con un solo risultato, spiegano dall’ufficio legale dell’Adico: “I nostri soci sono giustamente in ansia, perché ogni giorno viene fuori una notizia nuova. A loro si aggiungono tante altre persone che non si sono rivolte ad associazioni come la nostra e che adesso chiedono di essere assistite convinte che il rimborso sia dietro l’angolo. Noi – sottolinea Adico – siamo chiaramente disponibilissimi a fornire ogni tipo di spiegazione utile ma ribadiamo che oggi come oggi non c’è ancora nulla di concreto sul fronte dei rimborsi. E speriamo davvero che si smetta con questa politica degli annunci pomposi senza che poi questi si traducano in atti concreti”. Il problema è che il Governo promette (ma non emana) decreti ministeriali con le norme per gli indennizzi Anche oggi la stampa riportava nuove e ulteriori notizie sulla questione delle popolari. “Adesso come adesso – proseguono dallo studio legale dell’Adico – nel decreto si sono previsti i parametri per il cosiddetto rimborso veloce, riservato alle persone con livello di reddito ben definito. Stiamo parlando di quei risparmiatori per i quali il rimborso dovrebbe essere quasi automatico anche se, ripetiamo, adesso come adesso di concreto non c’è nulla. Per quanto riguarda gli altri tipi di indennizzi, è tutto rinviato a decreti ministeriali mai emanati. Prima di cantare vittoria, insomma, bisogna ancora completare molti righi dello spartito”.
“Dorilla in Tempe”, secondo il libretto del veneziano Antonio Maria Lucchini, oppure più semplicemente “La Dorilla”, come riporta la partitura autografa secondo l’uso di Vivaldi di premettere l’articolo determinativo al titolo delle proprie opere, andò in scena il 9 novembre 1726 al Teatro Sant’Angelo di Venezia. È un periodo particolarmente fecondo ed impegnativo per il musicista, che alterna un’intensa attività di compositore con quella di impresario – ma lui si definiva direttore delle opere in musica – dello stesso Teatro Sant’Angelo. Ed è proprio con questo incarico, oltre che con la prassi costante e diffusa nell’epoca, che si spiega la trasformazione della partitura originale nell’unica nota oggi, un pasticcio in cui otto arie della prima rappresentazione sono sostituite con altrettanti pezzi di autori coevi soprattutto di scuola napoletana: Johann Adolf Hasse (“Mi lusinga il dolce affetto”, “Saprò ben con petto forte”, “Non ha più pace”), Geminiano Giacomelli (“Rete, lacci e strali”, “Bel piacer saria d’un core”, “Non vo’ che un infedele”), Domenico Sarro (“Se ostinata a me resisti”), Leonardo Leo (“Vorrei dai lacci sciogliere”). Che cosa, infatti, avrebbe potuto convincere Vivaldi, all’epoca già celebre, a rinunciare ad una parte della musica da lui già scritta e accolta da un grande successo, per riproporla contaminata, diremmo oggi, ma allora si sarebbe detto arricchita, con musica di altri autori concorrenti? Si potrebbe rispondere: la volontà di confermare il successo ottenuto come compositore con uno, altrettanto grande, da conseguirsi come impresario, venendo incontro ai gusti del pubblico che era abituato ai pasticci e non solo non se ne scandalizzava, ma li accoglieva con piacere, con soddisfazione, soprattutto in apertura di stagione. Perché all’epoca, giova ribadirlo, era il palcoscenico a conferire vita e significato allo spettacolo musicale: tutto quello che avveniva prima – autoimprestiti da parte dello stesso compositore, prestiti da altri compositori, rimaneggiamenti e adattamenti vari per venire incontro alle esigenze dei cantanti, dei teatri, delle piazze diverse ecc. ecc. – era ininfluente. Ciò che contava era quello che si ascoltava e si vedeva in scena, se era meraviglioso, sorprendente, commovente, oppure no. Ed è così che anche oggi viene rappresentato, sotto il titolo di “Dorilla in Tempe”, un pasticcio, quello presentato il 2 febbraio del 1734 ancora al Teatro Sant’Angelo di Venezia. “Dorilla in Tempe” è un melodramma eroico-pastorale in tre atti. La definizione individua e circoscrive con esattezza la drammaturgia, che prevede, intrecciati con i consueti intrighi sentimentali, momenti ad alta tensione, riconducibili al tradizionale contrasto fra la purezza dei sentimenti e la logica del potere. Può essere il potere soprannaturale, rappresentato dal mostro marino Pitone, al quale l’oracolo decide si debba sacrificare la protagonista per salvare la città di Tempe; oppure il potere umano, ammantato comunque anch’esso da un’aura di divinità, incarnato da Admeto re di Tessaglia, che dispone prima il sacrificio della figlia per salvare la collettività e poi la condanna a morte del suo innamorato, il pastore Elmiro, che vuole sposarla contro la volontà del sovrano. Ma c’è anche un potere che assume i caratteri dell’autorità benevola, quello di Apollo, che, dopo aver partecipato direttamente alla vicenda come innamorato della protagonista, giunge alla fine da deus ex machina a sciogliere ogni nodo e a comporre ogni contrasto. L’intreccio eroico-sentimentale si svolge, come dice appunto la dicitura dell’opera, all’interno di un classico ambiente pastorale, segnato tradizionalmente dalla pace e dalla serenità, prima turbato dai drammatici avvenimenti e poi restituito alla sua condizione naturale dall’intervento risolutore di Apollo. La natura, complice anche la stagione primaverile, fa da sfondo ridente ed amichevole. E a proposito di primavera, è interessante notare come il tema della celebre “Primavera” di Vivaldi - il primo concerto della raccolta “Il cimento dell’armonia e dell’inventione”, precedente alla “Dorilla” perché pubblicata nel 1725 – compare per due volte proprio all’inizio del melodramma: prima nella sinfonia e poi nel coro introduttivo. “Dorilla in Tempe”, una nuova produzione in scena al Teatro Malibran, rappresenta l’ultimo esito del meritorio percorso intrapreso dalla Fenice nella riscoperta del Vivaldi operista; un percorso che ha preso avvio nel 2007 con la messa in scena di “Ercole sul Termodonte” e “Bajazet”, per poi proseguire nel 2015 con la rappresentazione in forma scenica dell’oratorio “Juditha triumphans” e quindi consolidarsi, con cadenza annuale, nel 2018 con “Orlando furioso” e, nella presente stagione, appunto con “La Dorilla”. L’esecuzione di quest’ultima, al Malibran, è stata accolta da un caldissimo successo di pubblico, particolarmente apprezzabile e quasi sorprendente in quanto tributato non ad un’opera di repertorio, ma ad uno sconosciuto lavoro dell’epoca barocca: un esito che ci si augura possa attribuirsi anche ad una positiva evoluzione del gusto degli appassionati d’opera, perché non si adagi sul risaputo ma possa aprirsi con curiosità e disponibilità a tutto ciò che il teatro in musica ha offerto fino ad oggi. Il grande successo va ascritto in primo luogo alla eccellente qualità dell’esecuzione musicale. Il maestro Diego Fasolis, ottimamente coadiuvato dall’Orchestra della Fenice integrata per il basso continuo da elementi dell’ensemble “I barocchisti” da lui stesso guidati, ha dato il meglio di sé e della sua prestigiosa esperienza di antichista, riscoprendo la freschezza, la vitalità e l’appeal di una partitura affascinante ma appartenente ad un universo culturale e artistico affatto distante dal nostro. Per rinnovare l’interesse attorno a questo repertorio è necessario farne emergere tutta la bellezza estrosa e rutilante, nonché la strepitosa energia ritmica. È ciò che riesce a Fasolis, il quale ci dimostra che, nell’arte, il tempo è un fattore relativo, se si possiede la sensibilità per enucleare l’anima di un’opera e la perizia tecnica per restituirla, sorprendentemente fresca, al pubblico. Di alto livello, omogeneo e perfettamente affiatato, il cast, che si impone prima di tutto per pertinenza stilistica e preparazione musicale, ma anche per l’apprezzabile qualità generale delle voci, che risuonano bravamente nel teatro con suoni pieni, belli e rotondi. Aiuta, e come, ai fini dell’esito complessivo della prestazione, essere concertati, sostenuti ed accompagnati da una mano sicura come quella di Fasolis. Ma quanta bravura ed applicazione e talento si incontrano in questi artisti! La menzione d’onore va riconosciuta, a giudizio di chi scrive, all’Elmiro del mezzosoprano Lucia Cirillo, dall’emissione sempre salda ed omogenea, dalla appassionata sensibilità espressiva, dalla ammirevole perfezione esecutiva. Non sono da meno la Dorilla del mezzosoprano Manuela Custer, che emerge per la sicurezza con cui esegue le proprie arie e il Nomio-Apollo, superbo, grandioso, vocalmente assertivo, del mezzosoprano USA Véronique Valdés. Al terzetto che si potrebbe definire nobile per usare il linguaggio della commedia dell’arte, si contrappone quello non diremo buffo, ché il termine sarebbe esagerato, ma da commedia certamente sì. Lo compongono l’Eudamia del contralto Valeria Girardello, che ci dona la gustosa caratterizzazione di una fatalona un po’ volgarotta e fisicamente esuberante; il Filindo del mezzosoprano Rosa Bove, assai vivace sul piano scenico e molto espressivo su quello vocale nonostante qualche stridore in zona acuta durante la prima aria; l’Admeto del baritono Michele Patti, apprezzabile anche perché impegnato nell’interpretazione di un ruolo drammaticamente ambiguo e quindi non facile, sempre in bilico fra la caricatura di un re da burla e la serietà minacciosa del detentore del potere. Da elogiare, come sempre, la prova del Coro del Teatro condotto da Claudio Marino Moretti. Di apprezzabile fattura lo spettacolo concepito dal regista Fabio Ceresa – applaudito responsabile dell’ “Orlando furioso” dello scorso anno – con la collaborazione di Massimo Checchetto (scene), Giuseppe Palella (costumi), Fabio Barettin (luci), Mattia Agatiello (coreografie). L’idea di fondo, impegnativa perché da giocarsi sul filo del rasoio di una continua alternanza fra generi e atmosfere diverse, è quella di non prendere sul serio il dramma, cercandone la componente comica e anche inventandola laddove il libretto non sembrerebbe autorizzarla, ma senza trascurare, soprattutto nella parte finale dell’opera ove i due protagonisti morirebbero se non intervenisse Apollo, gli spunti patetici e anche tragici che la vicenda propone. L’operazione è condotta con fantasia sbrigliata, ma insieme con gusto, con misura e senza particolari forzature, per cui il risultato complessivo è apprezzabile e godibile. Per conferire un tocco di realismo e un po’ di movimento cronologico ad una drammaturgia del tutto statica ed astratta, il regista ha pensato di rappresentare lo scorrere delle stagioni, anzi di alludervi con delicatezza: ecco dunque la neve, all’inizio dell’opera, subito sostituita da festoni di fiori all’echeggiare del tema della “Primavera”; seguono, rappresentati da cascate ornamentali di foglie e fiori che scendono dalla scalinata, l’estate e l’autunno, pittorescamente colorato, fino al ritorno della neve, che cade sulle sofferenze della coppia perseguitata, e all’apoteosi conclusiva, ove, in uno sfolgorio d’oro, avviene l’epifania di Apollo. Molto importante, ai fini dell’esito complessivo dello spettacolo, l’apporto dei ballerini della Fattoria Vittadini, che arricchiscono e completano ogni scena con una presenza appropriata, incisiva, originale, ma mai ingombrante o fuori tono. Il giusto merito va riconosciuto anche a scene e costumi, che contribuiscono a proiettare la vicenda in un contesto atemporale di favola, ove, come in tutte le favole, il male esiste e incombe minaccioso, ma, alla fine, non va preso troppo sul serio e si sgonfia, grazie all’intervento di un’autorità che mette le cose a posto. La scena consiste di una doppia scalinata bianca di ispirazione neoclassica, che si apre al centro per consentire il traffico dei personaggi e si congiunge in alto in un praticabile. Il candore della scalinata e di una parte dei costumi, esaltato dal fondale nero, è ravvivato da un gioco cromatico quanto mai vario e vivace, a tratti sfavillante, cui partecipano altri costumi e i vari elementi ornamentali. E, a proposito dei costumi, simpaticamente ascrivibili ad un mondo mitico rivisto come una coloratissima favola, va doverosamente ricordato che l’artefice, Giuseppe Palella, ha ottenuto il Premio Abbiati 2018, il più prestigioso riconoscimento esistente in Italia in campo operistico, come costumista del già citato “Orlando furioso” del Malibran. Fondamentale anche l’apporto delle luci, che intervengono con puntualità ed efficacia a sottolineare i vari momenti psicologici ed emotivi della vicenda. La pomeridiana di domenica 5 maggio, cui si riferiscono queste note, ha riscosso, come già accennato, un successo calorosissimo, segnato dalla partecipazione viva e convinta del pubblico, che ha applaudito a scena aperta ogni aria dell’opera. Adolfo Andrighetti

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La casa editrice padovana Cleup propone in libreria il libro di poesie di Valter Esposito dal titolo “Dove vivere è sognare”. Il giornalista veneziano, classe 1959, è alla sua terza fatica tra i versi: un viaggio il suo iniziato con gli “Amori (in versi)”, transitato tra le “Emozioni (perdute)” e che ora si completa in una vera e propria trilogia. Scrive Margherita Ruglioni: “Son vita i sogni? Accostamenti di parole crude, di forte umanità, di malinconiche o nostalgiche visioni ed ambientazioni. C’è molta quotidianità nelle parole di Esposito, c’è la nebbia, il cappotto, c’è una sveglia che regolarmente suona ad interrompere i sogni, c’è la sedia vuota, lo specchio in cui si vede obbligatoriamente il passaggio delle stagioni, le cicatrici della mente e del cuore, le assenze… Gelo, sangue e lacrime. Si sente una richiesta di aiuto: alle parole. Scrivere è resilienza. E poi i bambini (ai piccoli nipoti Ernesto e Ulisse è dedicato il libro), accenno vivo di felicità, libertà, verità. Non c’è più il delirio d’onnipotenza della gioventù, la rincorsa e lo scatto, il cuore che fuoriesce dal petto: c’è l’attesa, c’è una panchina vuota ed a fianco una bicicletta arrugginita, appoggiata ad un muro graffiato, la foto di copertina accenna al contenuto. Se vivere è un sogno, ogni sogno ha un verso musicale. Vibrazioni. Urla liberatorie, battiti frenetici, ma anche rumori, fischi, ed ascolti di pietosi telegiornali. Parole dure e dediche dolcissime. Una raccolta di brevi poesie da leggere e rileggere, qualcuna anche da imparare a memoria, come si faceva una volta”.

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