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Un artista si aggira nel contemporaneo nel tentativo di comunicare con la natura. Antonio Giancaterino mette in scena, con “La goccia dell’acqua” e con “Chicco e germogli”, una serie di spunti significativi della personale dal titolo “Germogliazioni. Visioni tra confini, natura, cultura ed ecologia” in mostra all’oratorio di Santa Maria Assunta a Spinea fino al 13 Dicembre 2019. L’esposizione, a cura di Adolfina De Stefani, presenta installazioni, opere scultore in bronzo e terracotta che documentano il percorso artistico realizzato dall’artista veneziano negli ultimi anni attorno a tematiche quali i cambiamenti climatici, il rapporto uomo-natura e il mutamento dei confini. I cambiamenti climatici e la responsabilità individuale sono l’immagine costante alla quale il lavoro di Giancaterino fa riferimento. “L’acqua crea un ambiente che sostiene e nutre piante, animali ed esseri umani, rendendo la Terra in generale perfetta per la vita”. Il mondo di oggi invece fornisce molti esempi di devastazione ambientale che ci avvertono di come l’utilizzo di acqua abbia dei limiti naturali. Ed è proprio in questo contesto che l’artista anticipa i tempi con “Germogliazioni. Visioni tra confini, natura, cultura ed ecologia” invitando a riflettere sui cicli di produzione della “terra”. In questa personale l’artista recupera gli elementi naturali affondando le mani nella terra e nella sua personale matrice contadina, tanto da portarli a un’espressione artistica. Il fil-rouge delle opere è la memoria personale o collettiva che affiora nel presente sotto forma di opera d’arte. L’artista con l’istallazione “Germogliazioni. Visioni tra confini, natura ed ecologia” ci invita a condividere una riflessione ecologica, nonché ad una sensibilizzazione ambientale intesa come salvaguardia degli alberi, della “terra” e dell’essere umano. L’intento è quello di spostare l’arte all’esterno, per veicolare messaggi forti «Per me l’arte è comunicare – spiega Giancaterino – e l’ecologia è parte del dialogo con il contemporaneo. Per cercare di raggiungere un pubblico il più ampio possibile forzo spesso le strutture monolitiche dei musei proponendo progetti in progress e coinvolgendo gli spettatori in progetti collaborativi. In quest’ottica non creo oggetti, ma costruisco progetti articolati, installazioni che invitano alla riflessione. Con “Germogliazioni” invito a rilettere insieme sulla “terra” e i suoi cicli “naturali”». Il percorso espositivo prende avvio all’interno della cappella affrescata del 1300. L’opera “Chicco e germogli” è messa in posizione verticale, al centro della sala. Dalla sommità escono le radici che procedono verso terra e fungono da sostegno. Sempre alla sommità esce il germoglio che va verso l'alto. Tutto questo è appoggiato su uno strato di carbone dal diametro di 2 cm circa dal quale parte una striscia di carbone che conduce all'altare dove troviamo l’opera “La goccia dell’acqua”.
Il Direttivo di A.R.G.A.V., l’Associazione Regionale Giornalisti Agroambientali di Veneto e Trentino Alto Adige, gruppo di specializzazione del Sindacato Giornalisti e componente dell’unione nazionale U.N.A.G,A., ha deciso di attribuire a Michele Boato, Presidente dell’EcoIstituto del Veneto “Alex Langer”, il premio A.R.G.A.V. 2019, destinato a personalità, distintesi per dare lustro alla regione su temi quali agricoltura, alimentazione, ambiente, agroalimentare, territorio, pesca, foreste, energie rinnovabili. La consegna avverrà sabato prossimo, 7 Dicembre alle ore 12.00, nel corso di una semplice cerimonia prevista nel Centro Congressi “La Bulesca”, a Selvazzano Dentro, nel padovano. Nel corso degli anni recenti, a ricevere il premio A.R.G.A.V. sono stati, tra gli altri, l’attore Marco Paolini, la scienziata Ilaria Capua, il poeta-musicista Bepi De Marzi e, nel triennio scorso, Toio De Savorgnani (co-fondatore di Mountain Wilderness), Paolo Fontana (presidente della World Biodiversity Association), Agostino Bonomo (presidente di Confartigianato Veneto). Michele Boato, veneziano, docente di economia, fonda, nel 1981 a Mestre, la prima Università Verde d’Italia. Eletto deputato nell’87, “obbliga” l’allora ministro, Donat Cattin, a ridurre all’1% il fosforo nei detersivi per risolvere l’eutrofizzazione dell'Adriatico. A fine ’88 si dimette e torna ad insegnare. Nel 1990-2000, eletto consigliere regionale e poi assessore all’ambiente del Veneto, avvia le prime raccolte dei rifiuti “porta a porta” e fa approvare la legge, che abbassa di 500 volte il limite di campo elettromagnetico da elettrodotti (0,2 microtesla, il più basso al mondo). È protagonista di innumerevoli battaglie ambientaliste, tra cui quella contro i progetti di trivellazioni metanifere in Alto Adriatico. Ha fondato e diretto le riviste venete “Smog e dintorni”, “Tam Tam Verde”, “Tera e Aqua” e, dal 2000, il periodico nazionale Gaia, edito dall’Ecoistituto del Veneto “Alex Langer”, nato nel 1996. È co-fondatore di Federconsumatori; presiede la Fondazione ICU-Istituto Consumatori e Utenti ed il Premio Laura Conti per tesi di laurea di economia ecologica.
Massimo Zanotto, dal 2015 Presidente del C.U.S. Venezia, è stato eletto componente del Consiglio Nazionale del C.U.S.I. (Centro Universitario Sportivo Italiano); la nomina è avvenuta al termine della XVII Assemblea Federale, svoltasi a Roma. Nel corso della stessa occasione è stato eletto anche il nuovo Presidente nazionale: si tratta di Antonio Dima che dell’ente sportivo era il segretario generale. Assieme a Zanotto, da sempre nel CUS veneziano di cui è stato consigliere a partire dal 1986, un’altra veneta è entrata in Consiglio del C.U.S.I.: è Chiara Coltri, in rappresentanza del C.U.S. Padova. «Erano molti anni che il C.U.S. Venezia non era rappresentato nell’organismo dirigente lo sport universitario nazionale – commenta Massimo Zanotto – È un incarico, che mi riempie d’orgoglio e di responsabilità soprattutto in una fase di rinnovamento qual è l’attuale».
Da sempre indicato luogo di inderogabili affermazioni di principio e furibonde contrapposizioni, che hanno fornito impareggiabile materiale all’anedottica del costume italiano, l’assemblea condominiale rischia di veder ridotto il proprio potenziale di litigiosità dall’avvento dell’informatica e della comunicazione on-line. A “bagnare le polveri” del temuto appuntamento è l’ANACI (Associazione Nazionale Amministratori Condominiali ed Immobiliari) Veneto, che al tema ha dedicato un capitolo del recente appuntamento ADR (A Domanda Risponde) tenutosi a Soave, nel veronese. L’incontro, sulla base della prassi già in uso nelle società di capitali, ha ritenuto ammissibile la partecipazione in videoconferenza alle assemblee di palazzo, soprattutto se già previsto nel regolamento condominiale. C’è però una condizione, che può limitare lo sviluppo di tale prassi: la videoconferenza deve garantire “reciproca comprensione ed interlocuzione, affermando così equipollenza tra presenza fisica e presenza virtuale”. Ciò, però, è ancora lungi dall’essere assicurato, afferma l’ANACI Veneto, che ha comunque indicato la strada per gli almeno 40.000 condomini con oltre 600.000 unità immobiliari presenti nella regione. Fin che non sarà garantita la condizione posta è preferibile “sfogarsi di persona” in assemblea piuttosto che “rodersi il fegato” da remoto! Sono sempre di più gli usi condominiali che si stanno modificando, insieme ad una professione sempre più assume un ruolo centrale nel territorio Normative di legge ed avvento degli strumenti informatici stanno incidendo significativamente sul lavoro dell’amministratore immobiliare: dalle modalità di convocazione delle assemblee alla tenuta dei “libri” condominiali (il registro di anagrafe, il registro dei verbali delle assemblee, il registro di nomina e revoca dell’amministratore, il registro di contabilità). «È una professione, che vogliamo cambiare radicalmente – commenta Lino Bertin, presidente di ANACI Veneto – valorizzandone il ruolo di custodi di un bene comune, quale è la casa in condominio, microcosmo dove si riflettono le tensioni e le contraddizioni sociali». «Per questo – conclude Andrea Garbo, Segretario del Centro Studi ANACI - vogliamo assumere un ruolo protagonista, tra scienza e coscienza, nell’interesse di tutti».
All’inizio fu “Don Carlos”, grand-opéra in lingua francese concepito secondo le esigenze di grandiosità e spettacolarità dell’Opéra, ove fu rappresentato l’11.3.1867; ben cinque atti, su libretto di Francois-Joseph Méry e Camille Du Locle. Seguì la versione italiana, “Don Carlo”, curata per i versi da Achille de Lauzières e Angelo Zanardini, che, rispetto alla precedente, manca del primo atto. Fu data alla Scala il 10.1.1884. La storia ci spiega che il re di Spagna Filippo II sposò sedicenne Maria Manuela di Portogallo, morta presumibilmente di parto dando alla luce Don Carlos. Questi si rivelò presto un indegno erede al trono: fisicamente malformato, malaticcio, affetto da un disagio psichico che lo portava spesso a comportamenti bizzarri ed aggressivi, ebbe sempre un rapporto difficile con il padre, che finì per farlo rinchiudere in una torre, ove il ragazzo si lasciò morire pochi mesi dopo. Di una storia d’amore di Carlos con Elisabetta di Valois, figlia dei regnanti di Francia, non è quindi proprio il caso di parlare, nonostante i due fossero coetanei anche se ancora bambini o poco più. Elisabetta, invece, appena quattordicenne, andò sposa a Filippo II, che allora aveva trentadue anni, per coronare il disegno delle due dinastie, quella spagnola e quella francese, di rafforzare il legame reciproco. Il dramma di Schiller, geniale e potente, capolavoro assoluto della letteratura mondiale, fornisce a Verdi l’intelaiatura culturale ed umana su cui lavorare, a cominciare dal tema della libertà, particolarmente sentito dallo scrittore. La libertà è l’oggetto dello scontro politico e ideologico fra chi (Posa, Don Carlos, anche Elisabetta) la riconosce come un bene irrinunciabile, e chi, invece (Il Grande Inquisitore, Filippo II) la considera un pericolo gravissimo per gli assetti istituzionali e sociali, che si reggono su di una monarchia assoluta sostenuta dalla religione. Ma in Schiller la libertà è anche quella che riguarda la dimensione privata, schiacciata da un potere che non rispetta la dignità delle persone e conosce solo la logica della propria autoconservazione. Su questo scenario si staglia, complessa e sofferta ma anche dominatrice, la figura di Filippo II. Egli è artefice fragile e dubbioso di quella strategia di violenza e terrore che pure ritiene necessaria per la salvezza della corona; ma è anche un essere umano che avverte il bisogno degli affetti, eppure si sente costretto dal ruolo a tenerli distanti e a guardarli con diffidenza, si tratti del figlio o della sposa. Accanto a Filippo, Schiller ci presenta un Don Carlos più interessato ad Elisabetta che alla politica, sovraeccitato, sopra le righe, incapace di calma e di realismo; e un Rodrigo marchese di Posa dagli ideali altissimi, in nome dei quali è disposto a tutto: al sotterfugio, al tradimento, alla strumentalizzazione di chi gli sta intorno e ha fiducia in lui. Fra storia e Schiller, Verdi compone un’opera caratterizzata dall’intreccio stretto, inestricabile, di politica ed affetti, che si condizionano reciprocamente in un gioco di continui rimandi, dando vita ad un affresco di enorme fascino. Vi prevale una tinta scura, cupa, che i tocchi di nobiltà araldica impreziosiscono ma non ravvivano, creando quell’effetto “nero e oro” di cui si ha un lampante esempio visivo nella viennese cripta dei Cappuccini. L’avello nell’Escurial, di cui canta Filippo II nel suo monologo, appare così come la sintesi simbolica di un potere lugubre e mortifero, nelle cui spire ogni sentimento umano, ogni anelito di vita, vengono soffocati. In questo scenario, la semplificazione drammaturgica richiesta al genere operistico ci presenta un Posa sempre e soltanto nobile e idealista, anche se forse responsabile di un’azione di plagio nei confronti di Don Carlos. Anche quest’ultimo è un eroe positivo, ma anche velleitario e vagamente nevrotico secondo il modello di Schiller e in remota analogia con l’originale storico. Filippo II si conferma il personaggio più imponente e insieme sfaccettato, “sgraziato genitor, sposo più triste ancor”, la prima vittima di un potere di cui egli è il massimo rappresentante ma al quale, come ad un idolo pagano, è costretto a sacrificare i propri affetti e quindi se stesso. Questa oscura ala di morte, che getta un’ombra pesante e soffocante su tutto ciò che tocca, rappresenta la cifra distintiva dell’allestimento prodotto dall’Opéra national du Rhin di Strasburgo e dall’Aalto-Theater di Essen, cui la Fenice ha affidato l’inaugurazione della Stagione lirica 2019-2020; un allestimento dovuto alla firma prestigiosa di Robert Carsen per la regia, con la collaborazione di Radu Boruzescu (scene), Petra Reinhardt (costumi), Peter Van Praet (luci, insieme con Carsen), Marco Berriel (assistente alla regia e movimenti coreografici). Lo spettacolo evita accuratamente la distrazione dell’ornamentale e del superfluo per mirare dritto all’essenziale, cioè a ricostruire non un ambiente storicamente identificabile ma una dimensione spirituale e psicologica senza tempo. “E’ come se ci trovassimo dentro la testa di don Carlo”, spiega il regista. Quello che ci vuol presentare Carsen è un mondo immerso nelle tenebre della violenza e dell’oppressione, anzi schiacciato da esse. Non c’è luce, non c’è sollievo, non c’è speranza in questo mondo, raffigurato da un palcoscenico completamente spoglio dominato dal nero e dal grigio, gli stessi colori dei costumi di anonima foggia contemporanea. E dappertutto preti, preti e ancora preti – e suore durante la canzone del velo...- a confermare che il potere - quello che brucia i libri nella scena dell’autodafé nel tentativo di annullare, anzi esorcizzare, il pensiero umano - è qui il potere ecclesiastico: ottuso come un automa micidiale programmato per opprimere; cieco, sordo e muto, come un idolo insensibile e crudele. Anche la canzone del velo, l’unico momento leggero e di relativa serenità presente nell’opera, non sfugge a questa implacabile tetraggine e i fiori bianchi sparsi in palcoscenico non fanno che accentuare la dominante atmosfera funeraria. Ne esce uno spettacolo pesante e soffocante, ma duro e coerente, opprimente e grandioso, che qualche volta va oltre e rischia di cadere nel ridicolo involontario, come quando Elisabetta canta “Tu che le vanità” circondata da bare, ma generalmente colpisce nel segno e lascia addosso allo spettatore un senso di pesantezza e di malinconia che solo gli applausi finali riescono a disperdere. Da segnalare anche la consueta abilità con cui Carsen fa muovere le masse e i solisti. A questi ultimi è affidata una gestualità esuberante, che li priva di ogni aplomb aristocratico, forse a rappresentare che qui non si tratta più di blasoni più o meno prestigiosi, ma semplicemente di esseri umani alle prese con il potere, perché lo subiscono o perché lo esercitano, oppure perché incarnano entrambi i ruoli contemporaneamente, come Filippo II. Molto si potrebbe discutere sul cambiamento della drammaturgia voluto da Carsen, che fa di Rodrigo un traditore che sfrutta nell’interesse del regime la fiducia accordatagli da Carlo e dal re; così consegna nelle mani del Grande Inquisitore le carte compromettenti che gli affida Carlo e la sua nobile morte è solo un’abietta finzione. E’ una lettura possibile, nel teatro d’opera si sono visti deragliamenti ben più volgari rispetto ai binari tracciati dal compositore e dal librettista; ma il problema è di coerenza con la musica e con quanto essa esprime. Se Rodrigo è un traditore, infatti, lo splendido tema dell’amicizia viene svilito, svuotato, ridotto all’insignificanza; per non parlare della morte di Rodrigo, con la musica che avvolge di un pathos intenso e nobile ciò che è solo una squallida farsa. A proposito di musica, l’inaugurazione della stagione della Fenice è affidata alla preziosa bacchetta di Myung-Whun Chung. Questi, con il suo gesto chiarissimo, quasi didattico, con la sua capacità di coinvolgere un’orchestra ben disposta alla collaborazione, ci offre un gran bel “Don Carlo”, curatissimo in ogni sfumatura ed in ogni inciso orchestrale ed allo stesso tempo turgido di sonorità e di colori smaglianti quando l’orchestra si esprime con pienezza sinfonica. Gli esempi che si potrebbero portare a conferma di ciò sono veramente molti. Citarne alcuni significa far torto agli altri. Ma ricordiamo almeno il sinistro, livido accompagnamento alla scena Filippo II – Grande inquisitore e l’introduzione, così ricca di un’emotività pudica e straziante insieme, alla scena della morte di Rodrigo. Insomma, è un “Don Carlo”, quello di Myung-Whun Chung, che cattura ed emoziona, fa riflettere e fa commuovere, ripete il miracolo di far rivivere tutta la bellezza e la verità artistica – quindi tutta la bellezza e la verità umana – di cui è depositario questo genere d’arte unico ed assurdo che è l’opera. Il cast è globalmente di alto livello, ma, per una volta, prima dei solisti è il caso di citare il Coro del Teatro diretto da Claudio Marino Moretti, di particolare espressività ed omogeneità di suono sia nei rabbrividenti pianissimi sia nei grandiosi forti, quindi sempre pienamente all’altezza di un compito musicale e drammatico particolarmente impegnativo. Il tenore Piero Pretti, don Carlo, è uno dei tre esordienti nel ruolo; gli altri due sono Alex Esposito come Filippo II e Julian Kim come Rodrigo. Il don Carlo di Pretti è credibile e comunicativo, forte di un’adeguata presenza scenica, di una apprezzabile partecipazione emotiva al personaggio, soprattutto di un timbro argentino ottimo per qualità, di un’emissione pulita, di una facilità allo squillo tipicamente tenorile. Debutto ampiamente riuscito, dunque. Il Rodrigo del baritono sudcoreano Julian Kim è sano, robusto, esuberante, fin troppo per un ambiguo doppiogiochista come lo vuole Carsen. Ma il cantante non si discute, non accusa alcun problema vocale nel corso dell’esecuzione e mostra di possedere mezzi eccellenti. Forse dovrebbe imparare da Alex Esposito, che in questo è maestro, a scavare all’interno del personaggio, a farne emergere anche i lati nascosti, curando di più gli accenti e le sfumature, considerato che la dizione è già ottima. Il terzo debuttante nel ruolo è appunto Alex Esposito, artista singolare e a tutto tondo, che, nonostante una valida impostazione vocale ed un bel timbro rotondo e brunito da basso-baritono, non si accontenta mai di cantare soltanto ma si cala nel personaggio con un’intensità ed una ricchezza di intenzioni interpretative più uniche che rare sui palcoscenici odierni. Così il suo Filippo II mostra tutta la rabbia e il rancore di un potente che del potere è vittima prima ancora che gestore; un uomo privo di carisma regale e più simile ad un dittatore solo e problematico, insofferente alla gabbia in cui è chiuso ma dalla quale non è in grado di uscire. Indimenticabile il suo monologo “Ella giammai m’amò” per il pathos con cui l’artista lo anima e lo restituisce ad un sentire moderno o senza tempo, trovando non solo gli accenti ma anche le sonorità più appropriate ad onta dei limiti dello strumento. Perché, in effetti, Alex Esposito, nonostante la sicurezza nelle estreme note gravi dimostrata soprattutto nel fa che conclude la scena con il Grande Inquisitore, qualche volta risulta carente di ampiezza e di volume rispetto alle esigenze della parte. Che il passaggio dal repertorio consueto a Verdi sia stato troppo brusco o prematuro? Il Grande Inquisitore voluto da Carsen è un demiurgo del male, che tiene saldamente in pugno tutte le fila di un disegno finalizzato alla conservazione del potere. Alla fine dell’opera, dopo aver disposto la soppressione degli ormai inutili Carlo e Filippo II, rimane solo ed imponente al proscenio. E’ interprete della parte Marco Spotti, la cui esecuzione si fa apprezzare, nonostante la fatica e il disagio accusati nei passaggi più acuti ed esposti, per una varietà di accenti e dinamiche tanto più significativa quanto più rara nelle esecuzioni correnti, ove si privilegia la ricerca di un canto terrificante e monolitico impostato tutto sul forte. Il versante femminile presenta due artiste di alto livello come Maria Agresta nel ruolo di Elisabetta e Veronica Simeoni come Eboli. La prima piace senza riserve per una linea di canto impeccabile anche nei momenti di più acceso pathos, per il perfetto dominio delle dinamiche anche alle altezze più impervie (alcune note filate riempiono il cuore prima delle orecchie), per la bella partecipazione emotiva con la quale si cala nel personaggio. Meno in parte della collega sembra Veronica Simeoni. L’artista, si sa, canta proprio bene e lo dimostra anche in questa circostanza, con la sua pregevole omogeneità di emissione e di suono, l’inappuntabile padronanza tecnica, il bel legato. Ma la parte sembra talvolta troppo onerosa per le caratteristiche dello strumento, che mostra limiti di espansione e robustezza, anche di aggressività, nei passi più drammatici. Il cast è completato da uno stuolo di ottimi comprimari, mentre è apparso vocalmente insufficiente il Frate del giovane basso rumeno Leonard Bernad. Alla serale di mercoledì 27 novembre alla quale si riferiscono queste note il pubblico ha riservato un successo convinto a tutti, con punte di particolare entusiasmo per i due sudcoreani: Julian Kim e soprattutto Myung-Whun Chung. Adolfo Andrighetti
Nel nome di Venezia, Ursula von der Leyen ha presentato al Parlamento europeo la strategia che perseguirà nei prossimi cinque anni con la sua squadra ed ha ottenuto 461 sì e 157 no che così insediano per la prima volta una donna al vertice della Commissione continentale. E sono 11 le donne in Commissione e 15 gli uomini: un rapporto mai così paritario. «Il nostro settore guida deve essere la protezione del clima – ha detto Ursula von der Leyen – è una questione esistenziale per l'Europa e per tutto il mondo. L'85% delle persone vive in condizione di estrema povertà nei 20 paesi più vulnerabili e al cambiamento climatico. Vediamo Venezia sotto l'acqua, le foreste in Portogallo colpite da incendi, la diffusione della siccità, tutte cose che accadevano anche in passato ma non con tale frequenza e intensità. Ora non spossiamo perdere neanche un secondo, dobbiamo lottare contro il cambiamento climatico» Per la neo presidente c’è una “via europea” alle misure per contrastare il cambiamento climatico, sulla digitalizzazione dell’economia e della società, sul commercio. L’Europa potrà così essere promotrice di pace e multilateralismo, dovrà essere aperta, ma attenta a difendere i propri interessi. Insieme ai temi dell’ambiente, la neo presidente ha parlato anche di immigrazione e di sostenibilità nell’economia Sul delicatissimo dossier dell’immigrazione, von der Leyen ha dichiarato che «l’Europa sarà sempre un riparo per chi ha bisogno di protezione internazionale, ma il modello dei trafficanti va spezzato e dobbiamo riformare i nostri sistemi di asilo senza dimenticare i valori di solidarietà e responsabilità». La novità del programma della nuova Commissione è l'intervento diretto nella “doppia trasformazione dell’economia verso la sostenibilità ambientale e verso la digitalizzazione”. Nei primi cento giorni di mandato verrà presentato un piano per la “conversione” verde dell’economia in tutti i suoi aspetti, comprese la facilitazione degli investimenti pubblici e il ruolo propulsivo della finanza. «Il Green Deal europeo – ha detto – è la nostra nuova strategia di crescita. Ci aiuterà a ridurre le emissioni e favorire la creazione di posti di lavoro».
Wojciech Wiewiórowski è stato selezionato dal Comitato per le libertà civili del Parlamento Europeo come scelta prioritaria per diventare il prossimo Garante europeo della protezione dei dati. I deputati hanno scelto il loro ordine di preferenza dei candidati per la posizione di Garante europeo della protezione dei dati (GEPD) con una votazione segreta: Wojciech Wiewiórowski dalla Polonia è stato selezionato come miglior candidato con 36 voti, Yann Padova dalla Francia ha ottenuto 25 voti e Endre Szabó dall’Ungheria ha ottenuto 3 voti. La Commissione per le libertà civili aveva, come è d’uso in sede parlamentare a livello europeo, interrogato i tre candidati in un’audizione pubblica per valutarne l’idoneità alla carica. Le prossime fasi prevedono ora che il Garante europeo della protezione dei dati venga nominato congiuntamente sulla base di un accordo tra il Parlamento europeo e il Consiglio. Il mandato avrà, come il Parlamento, una durata di cinque anni. Il presidente comunicherà l’esito del voto della Commissione per le libertà civili alla Conferenza dei presidenti, composta da presidente del PE, David Sassoli, congiuntamente ai leader dei gruppi politici. Dopo la loro conferma, il Parlamento e il Consiglio procederanno alla nomina formale del nuovo Garante. L’autorità indipendente consiglia l’Unione e i singoli Stati sulle norme da adottare per tutelare la privacy Il Garante europeo della protezione dei dati è l'autorità indipendente dell’UE per la protezione dei dati. Supervisiona il modo in cui le istituzioni e gli organi dell’UE trattano i dati personali per garantire la conformità alle norme sulla privacy e fornisce consulenze su tutti gli aspetti del trattamento dei dati personali e sulle relative politiche e normative. Il Garante viene consultato dalla Commissione europea in merito alle proposte legislative, agli accordi internazionali e in generale su tutti gli atti che abbiano impatto sulla protezione dei dati e sulla privacy. Inoltre interviene dinanzi alla Corte di giustizia dell’UE per fornire consulenza di esperti sull’interpretazione del diritto in materia di protezione dei dati e coopera con le autorità nazionali di controllo e altri organi di controllo per migliorare la coerenza nella protezione delle informazioni personali in tutti i Paese aderenti all’Unione.
Nell’anno delle “pagelle” alle imprese, attraverso gli Indici Sintetici di Affidabilità fiscale, Confartigianato Imprese Veneto giudica la Manovra di Bilancio ed il Decreto Fiscale con lo stesso strumento, redigendo una “pagella” in base a quattro Indicatori: liquidità per le imprese, semplificazione, sviluppo e carico fiscale applicati ai principali provvedimenti. «Partiamo col dire – afferma Agostino Bonomo, Presidente di Confartigianato Imprese Veneto – che sul versante delle entrate non si è agito incisivamente. Nessuna lotta all’evasione legata a proprietà collocate all’estero, libere dai vincoli fiscali italiani o, come nel caso del trasporto, libere di scorrazzare nel Paese con le tasse pagate in Stati a fiscalità privilegiata. La manovra è timida contro la grande evasione, ‘svuotata’ di 3,5 miliardi in tre anni destinati a ridurre la pressione fiscale sulle piccole imprese, condizionata dalla sterilizzazione delle clausole di salvaguardia. Un provvedimento debole, che non ha avuto la forza di eliminare provvedimenti attuati dal Governo precedente. Abbiamo sempre detto che il reddito di cittadinanza, quota 100, i privilegi fiscali sono delle zavorre. È poco espansiva, continua a mettere in campo provvedimenti a misura di grande impresa dimenticando le micro e piccole realtà. Continueremo a lavorare – continua Bonomo – per eliminare le rendite di posizione, la burocrazia e chiediamo più attenzione per chi rischia ogni giorno in proprio, a partire dagli sgravi fiscali per gli apprendisti in un paese in cui i giovani hanno difficoltà a trovare lavoro e gli imprenditori rivendicano un ruolo di tutor per la formazione in azienda». Tutto negativo ad esclusione della sterilizzazione dell’IVA e i fondi destinati al ‘pacchetto famiglia’ Tornando alla “pagella” in particolare vengono bocciati sotto tutti gli aspetti i divieti di compensazione dei crediti fiscali ed i contributi Inps e versamenti Inail dei dipendenti impiegati nell’appalto/subappalto con i propri crediti verso l’erario che drenano liquidità, non semplificano bloccano lo sviluppo delle imprese e aumentano il carico fiscale. Bocciate anche la trasmissione telematica dei corrispettivi eccessivamente costosa, gli indicatori ISA e le modalità di applicazione dello sconto in fattura, per giunta appena ri-bocciato anche dall’Antitrust. Promossi a pieni voti la sterilizzazione dell’IVA, il mantenimento degli ecobonus e del super e iper ammortamento. «Non siamo miopi – conclude il presidente Bonomo – e riconosciamo lo sforzo enorme per la sterilizzazione dell’Iva per il 2020 (23 miliardi) e dell’alleggerimento del carico fiscale Iva per il 2021 di 10 mld. Chiediamo però che questo sacrificio venga indirizzato al rilancio dei consumi interni. Prerequisito perché ciò si realizzi un’azione sulla variabile fiducia. Il nostro Paese è in testa, lo certificano le indagini, per gli ingenti capitali risparmiati dai cittadini che sarebbe opportuno tornassero ad alimentare dei circuiti virtuosi di spesa. Apprezzati anche gli oltre 600 milioni per il “pacchetto famiglia”, anche se avremmo preferito un approccio strutturale e non estemporaneo verso un tema così importante».
I negoziatori del Parlamento europeo e del Consiglio hanno raggiunto un accordo provvisorio sul bilancio UE per il 2020: gli europarlamentari hanno ottenuto in totale 850 milioni di euro in più per le priorità proposte in materia di lotta ai cambiamenti climatici, di ricerca scientifica, di tutela delle PMI e per politiche in favore dei giovani. Complessivamente, le cifre preliminari in bilancio ammontano a 168,7 miliardi di euro in stanziamenti di impegno e 153,6 miliardi di euro in stanziamenti di pagamento. Nel dettaglio, il Parlamento ha ottenuto un aumento di oltre 500 milioni in investimenti per proteggere il clima: serviranno a finanziare progetti e programmi di ricerca legati al clima come il programma LIFE, il meccanismo per collegare l'Europa (CEF), il finanziamento di progetti infrastrutturali, il sostegno alle PMI in materia di clima, ma anche nei settori della cooperazione allo sviluppo e a sostegno dei vicini dell'UE a Est e Sud. L’iniziativa a favore dell’occupazione giovanile sarà rafforzata con un ulteriore stanziamento di 23,8 milioni di euro, compresa una dichiarazione congiunta del Parlamento, del Consiglio e della Commissione, che promette che tale importo sarà completato con 50 milioni di euro nell’estate del 2020 se la Commissione lo confermerà necessario. Le risorse per il programma di scambio Erasmus +, inoltre, saranno aumentate con altri 50 milioni. La pressione del Parlamento ha allargato i cordoni della borsa dei Ministri delle finanze dei 27 Paesi «Sono lieto di notare – ha detto Jan Van Overtveldt (ECR, BE), presidente della Commissione per i bilanci – che l’aumento netto rispetto al progetto di bilancio presentato dalla Commissione è il maggiore in questo quadro finanziario pluriennale. È anche guidato principalmente dalle priorità che il Parlamento ha identificato con la grande maggioranza dei suoi membri, che a sua volta mostra il suo valore aggiunto. In totale, tra il 2019 e il 2020, la spesa per l’innovazione, la ricerca e le infrastrutture legate al clima è aumentata di quasi € 900 milioni e il programma di ricerca di Orizzonte 2020 di € 1,1 miliardi». «Voglio ringraziare la Presidenza finlandese per gli sforzi compiuti per raggiungere questo compromesso – ha dichiarato Monika Hohlmeier (PPE, DE), relatrice principale delle sezione del bilancio della Commissione – Come ogni compromesso, non è del tutto soddisfacente. Rimaniamo delusi dall’atteggiamento dei pagatori netti, che non sono disposti a mettere fine a questa eterna discrepanza tra i grandi annunci dei leader e il controllo della realtà dei loro Ministri delle finanze. Noi crediamo e continueremo a credere nella politica». Circa il 93% del bilancio dell'UE è destinato a cittadini, regioni, città, agricoltori e imprese. Le spese amministrative dell'UE rappresentano circa il 7% del totale.
Non bastava la CO2: l’allarme adesso riguarda anche la N2O. La sigla è quella del protossido d’azoto, il terzo gas serra di lunga durata più importante dopo l’anidride carbonica e il metano e che preoccupa gli scienziati perché riduce la presenza dell’ozono nella stratosfera. Una nuova ricerca pubblicata su “Nature Climate Change” ha dimostrato che negli ultimi anni ne è stata rilasciata nell’atmosfera una quantità di molto superiore a quanto si pensava in precedenza. L’aumento è fortemente legato ad una crescita nella produzione e nell’uso di fertilizzanti azotati, nella coltivazione diffusa di colture che fissano l’azoto, quali trifoglio, soia, erba medica, lupini e arachidi, oltre che nella combustione di fossili e biocarburanti. «La maggiore disponibilità di azoto ha permesso di produrre molto più cibo – spiega Rona Thompson dell’Istituto norvegese di ricerca sull’atmosfera e autrice dello studio – ma c’è l’aspetto negativo di un maggiore rilascio nell’atmosfera di N2O e il problema non è di poco conto». Risulta che in Europa e nel Nord America si sia riusciti a ridurre la crescita delle emissioni di protossido di azoto, che invece è fortemente usato in Asia e in Sud America, dove l’uso di fertilizzanti, l’intensificazione della produzione di bestiame e le conseguenti emissioni di protossido di azoto stanno crescendo rapidamente. Asia e Sud America hanno fortemente incrementato l’uso di fertilizzanti azotati per le produzioni agricole Gli autori dello studio hanno scoperto che le emissioni di N2O sono aumentate globalmente di circa il +10% del totale nel periodo che va dal 2010 al 2015 rispetto al periodo tra il 2000-2005. Si tratta di circa il doppio rispetto alla Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici basata sulla quantità di concime azotato e letame utilizzato. I ricercatori sostengono che questa discrepanza è dovuta ad un aumento del “fattore di emissione”, ossia la quantità di N2O emessa rispetto alla quantità di fertilizzante a base di azoto utilizzato. Così che gli sforzi globali per ridurre i gas serra stanno venendo meno.

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