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Novità in casa Musikrooms nell’attesa di completare il cartellone del prossimo Festival Chitarristico Internazionale delle Due Città Treviso-Venezia: "Svadhisthana", il nuovo singolo del compositore e chitarrista trevigiano, Andrea Vettoretti, è appena uscito su tutte le piattaforme digitali, pubblicato da Compagnia Nuove Indye, con cui l’artista lavora in esclusiva. "Svadhisthana – precisa il Direttore Artistico del Festival delle Due Città - vuole essere un'ode musicale alla creatività ed alla passione, un viaggio sonoro attraverso il secondo chakra dell'essere umano, secondo la tradizione induista.” Il brano si apre con suoni evocativi della foresta pluviale, dove la pioggia ed altri echi misteriosi creano un fluire continuo di emozioni, immergendo l'ascoltatore in un luogo sospeso tra realtà e sogno. La melodia, intrisa di malinconia e mistero, evoca immagini di paesaggi interiori, ricchi di colori e sfumature; Vettoretti dipinge con le note, creando quadri sonori, che si trasformano attraverso variazioni ritmiche e dinamiche. "Svadhisthana" è una poesia senza parole ed invita l'ascoltatore ad esplorare la propria sfera emotiva più profonda: è come se il brano aprisse le porte di un tempio segreto, invitando ad esplorare il vasto paesaggio dell'anima attraverso le sue armonie incantate.
“Il furto d’identità aziendale colpisce un crescente numero di imprese italiane, che non lo segnalano, perché rassegnate all’impossibilità di essere tutelate sui mercati della globalizzazione. E’ ormai un vero e proprio attacco del malaffare internazionale al made in Italy delle piccole e medie aziende, che garantiscono riconosciuta qualità, ma hanno difficoltà a fare sistema”: a denunciarlo è Bruno Ferrarese, contitolare della veneta Idrobase Group e che, nel passaggio d’anno, ha reso nota la strategia aziendale per contrastare il fenomeno criminoso che, unitamente alla difficile congiuntura internazionale, ha causato una contrazione di fatturato (10%), cui si risponde con l’obbiettivo 2024 di un +20% su un bilancio, che si attesta a circa 12 milioni di euro. Presente in 92 Paesi, Idrobase Group è leader nell’utilizzo delle tecnologie del “respirare sano” (apparecchi anti virus, nebulizzazione idrica, idropulitrici…) e promotrice di reti d’impresa nei settori del “car washing” e dell’abbattimento delle polveri (PM 2.5 e PM 10) in ambienti industriali. “Per sconfiggere l’industria dei copiatori, particolarmente diffusa sui mercati emergenti, abbiamo deciso di aggredire il loro core business, abbassando i prezzi, ma continuando a garantire la qualità del made in Italy – aggiunge l’altro contitolare, Bruno Gazzignato - Per riuscirci, mantenendo occupazione e redditività aziendale nella speranza di incisivi provvedimenti delle autorità competenti ad ogni livello per il contrasto al malaffare, stiamo ottimizzando la filiera produttiva, affiancando l’efficienza della metodologia Lean-Toyota alla rivoluzione logistica degli spazi lavorativi che, ponendo l’individuo al centro, massimizzano le potenzialità del team, indispensabile alla crescita aziendale. Dopo le tante energie economiche e creative, spese nella ricostruzione dell’ head quarter padovano a Borgoricco dopo l’incendio del 2022, stiamo passando da un’organizzazione aziendale verticale ad una orizzontale, accorciando le procedure decisionali; tutto ciò permette anche di liberare risorse umane, consentendoci di sviluppare internamente segmenti del ciclo produttivo. Non avere paura di sbagliare è il claim, che vogliamo ci accompagni nell’anno appena iniziato.” “L’obbiettivo – precisa Ferrarese - è di ridurre i costi, continuando a garantire la qualità del made in Italy per tutelare il valore del nostro brand e battere, sul piano dei prezzi, la concorrenza sleale. Questo è il nostro impegno aziendale, che deve però essere affiancato da una risposta di sistema, guidata dalle autorità politiche competenti e che coinvolga tutti gli attori: associazioni imprenditoriali, sindacati, organizzazioni di mercato. A loro ci appelliamo per bloccare i furti d’identità aziendali, perché solo insieme possiamo tutelare il made in Italy, garantendo futuro anche internazionale all’imprenditoria medio-piccola, asse portante del nostro modello economico.”
Dopo la contraffazione di prodotto e l’ “italian sounding” nel settore agroalimentare è il furto d’identità aziendale nel comparto industriale, la nuova frontiera del malaffare internazionale ai danni delle imprese italiane. A segnalarlo è Idrobase Group, l’industria padovana, leader nell’utilizzo delle tecnologie del “respirare sano” (apparecchi anti virus, nebulizzazione idrica, idropulitrici…) , alla cui crescita sui mercati globalizzati fa da contraltare la riproduzione del logo aziendale accanto a prodotti, che nulla hanno a che fare con la casa madre. “Si sfrutta la credibilità del marchio Idrobase per affiancarlo a prodotti estranei al nostro core business. E’ il danno peggiore – commenta Bruno Ferrarese, uno dei due titolari del gruppo veneto – perché svilisce il valore del brand, basato sulla reputazione aziendale e del made in Italy. Adiremo le vie legali per tutelarci.” “Proprio, perché consci della nostra crescita e delle insidie, che comporta – sottolinea Bruno Gazzignato, l’altro contitolare di Idrobase Group – da qualche mese abbiamo lanciato una strategia di rapporti più diretti con i distributori: dalla Corea alla Francia, dalla Spagna ai Paesi nordici. Ciò per meglio controllare la filiera dei prodotti e garantire la loro origine.” “Nonostante i marchi siano internazionalmente protetti, le aziende italiane sono sostanzialmente indifese di fronte alle multinazionali del crimine, con grave danno economico e di immagine; d’altronde il fenomeno della contraffazione dei prodotti industriali è presente in tutti i Paesi emergenti ed è in crescita nelle nazioni sviluppate. Contro il malaffare internazionale bisogna aumentare la capacità di fare sistema” aggiunge Bruno Ferrarese. A proposito di sistema, una buona notizia arriva infine dal progetto Safebreath.net, la rete d’impresa mirata alle tecnologie per l’abbattimento delle polveri sottili, che si generano nei siti industriali (PM2.5 e PM10): con l’anno nuovo, insieme alle partner Sibilia e MVT, Idrobase Group sarà presente alla grande Conferenza sulle Polveri, che si terrà al Cairo ed al successivo salone The Big5 Construct Saudi 2024, previsto in Febbraio a Riyadh, in Arabia Saudita.
Anche nel Veneto è una corsa contro il tempo per migliaia di cantieri edili e proprietari d’appartamento: per questo, anche ANACI (Associazione Nazionale Amministratori Condominiali ed Immobiliari) regionale chiede al Governo di valutare una proroga dei lavori in corso, relativi al superbonus 110%, in quanto rischiano di rimanere incompiuti per l’impossibilità dei condòmini di pagare eventuali, ulteriori importi dopo il 31 Dicembre 2023. “Chiediamo tale proroga – dichiara Lino Bertin, Presidente di ANACI Veneto - perchè i cittadini, fidandosi dello Stato ed utilizzando il superbonus 110%, hanno commissionato lavori per riqualificare il proprio condominio ed ora rischiano di non terminarli o di pagare cifre anche molto elevate per le continue modifiche della normativa. La legge di bilancio 2023 deve offrire una soluzione, evitando pesanti conseguenze sociali ed economiche, oltre ad una grande mole di contenziosi per tutta la filiera delle costruzioni e dei professionisti. Prendiamo atto – prosegue Bertin – che si è conclusa la stagione del 110% ed è necessario aprire un confronto complessivo sul futuro dell’efficientamento degli edifici in Italia. Per recuperare i ritardi accumulati è però assolutamente necessaria una proroga, tale da permettere una conclusione ordinata degli interventi in atto, evitando la perdita di migliaia di posti di lavoro, causata dalla sicura interruzione di molti cantieri per l’insorgere di contenziosi tra condomìni ed imprese, smorzando al contempo la pressione per terminare velocemente i lavori con conseguente rischio sia per la sicurezza nei cantieri, sia per la qualità degli interventi eseguiti.” Secondo ANACI Veneto, la proroga limitata ai soli interventi che dimostrino un concreto avanzamento del cantiere, potrebbe risolvere tali problemi con un costo contenuto per le casse dello Stato, assai inferiore al caos sociale ed economico, che si determinerebbe, lasciando invariata la scadenza a Dicembre.”
Ecco un’inaugurazione degna di questo nome, della quale la Fenice può essere orgogliosa. Come prima tappa della stagione Lirica e Balletto 2023-2024, infatti, è stata scelta “Les Contes d’Hoffmann” di Jacques Offenbach, su libretto che Jules Barbier trasse da una commedia omonima sua e di Michel Carré, a sua volta ispirata ai racconti dello scrittore tedesco E.T.A. Hoffmann. “Les Contes” fu rappresentata postuma nel 1881 all’Opèra-Comique di Parigi, dopo che il suo autore si era spento l’anno precedente lasciando una partitura incompiuta, che fu completata da Guiraud nella strumentazione e quindi sottoposta a complesse integrazioni e rimaneggiamenti negli anni successivi, al punto che oggi siamo ancora lontani dal disporre di un‘edizione definibile come conclusiva. È prudente lasciare in merito ogni valutazione ai musicologi; qui basti dire, con il maestro Chaslin, che l’esecuzione della Fenice si basa per la maggior parte sulla versione Oeser, risalente agli anni sessanta-settanta dello scorso secolo e ancora oggi la più utilizzata. Ciò premesso, va detto che la divertentissima e inquietante opera di Offenbach, percorsa in ugual misura da risate liberatorie e brividi sulfurei, crogiolo in cui si fondono e decantano stili, toni, motivi ispiratori i più diversi, ha trovato alla Fenice una realizzazione compiuta e convincente nel fantasmagorico spettacolo di Damiano Michieletto, coadiuvato dai suoi collaboratori storici: Paolo Fantin per le scene, Carla Teti per i costumi, Alessandro Carletti per le luci, cui si aggiunge Chiara Vecchi per le coreografie. Si tratta di una coproduzione della Fenice con istituzione prestigiose quali la Sidney Opera House nel cinquantesimo anniversario della fondazione, la Royal Opera House di Londra e l’Opéra National di Lione. La disinibita esplosione di fantasia, di creatività, di visionarietà anche, che contraddistingue questa messa in scena, nel moltiplicarsi delle trovate e degli effetti talvolta proposti più per il loro potenziale di sorpresa e di divertimento che per la loro coerenza intrinseca con l’insieme (due esempi fra i tanti: i fuochi d’artificio che concludono il primo atto e il bravissimo acrobata sui trampoli), sembra la più efficace chiave di lettura per un’opera che, da qualunque parte si cerchi di afferrarla, sfugge sempre alla presa, rifiutando di farsi rinchiudere all’interno di una concezione interpretativa univoca. Dal tourbillon che anima il palcoscenico nel via vai continuo di coristi, ballerini, mimi, emerge comunque la consueta cura con cui Michieletto costruisce i personaggi sul piano teatrale, evidenziando di ognuno la fisionomia attribuitagli dal dramma attraverso lo studio perspicace e meticoloso di gesti ed atteggiamenti. È un’abilità, ma anche uno scrupolo diligente figlio di una severa professionalità, che contraddistingue il regista vero, categoria alla quale Michieletto appartiene a pieno titolo. Tutte le altre componenti dello spettacolo collaborano con coerenza ed efficacia alla realizzazione della concezione registica: le scene semplici e funzionali, insieme alle luci che, nette e con poche sfumature, variano sui toni pastello tranne l’atto di Giulietta, sottolineano la componente giocosa, quasi infantile, ben presente nella lettura di Michieletto. Questi, anche nel finale quando chiama tutti i personaggi al proscenio, sembra invitarci a non prendere troppo sul serio la vena diabolica che percorre l’opera ma a scherzarci su divertendoci tutti insieme per la bella rappresentazione. E poi i costumi, anch’essi simpaticamente e chiassosamente fantasiosi con una sottolineatura per quello di Nicklausse, trasformato in una sorta di iridescente e leggiadra fata-farfalla. E le coreografie, infine, sempre vivaci e divertenti. Va anche detto che la sovrabbondante fantasia di Michieletto, per quanto sbrigliata e disinibita come si è detto, si esprime secondo una logica coerente. Il viaggio realistico-onirico-simbolico di Hoffmann, infatti, è restituito come un percorso esistenziale e sentimentale attraverso le varie età del protagonista, ognuna delle quali è segnata da una presenza femminile diversa ma ugualmente evocativa ed affascinante. Che poi le tre figure femminili, come canta lo stesso Hoffmann all’inizio dell’opera e come ribadisce Nicklausse nel finale, non siano altro che tre donne nella stessa donna, tre anime nella stessa anima, e finiscano poi per identificarsi con la figura fantomatica ed essenzialmente immaginaria della cantante-diva Stella, è pur vero. Ma è altrettanto vero che Stella, l’eterno femminino, è immaginata e vagheggiata da Hoffmann in maniera diversa nei tre atti e Michieletto opportunamente declina questa diversità in base alle diverse età del protagonista. Ecco allora Hoffmann, visto nel Prologo come un clochard disperato e beone ma ancora ravvivato da qualche scintilla dell’antico genio poetico, che si vede (Primo Atto) ragazzino in un’aula scolastica con tanto di banchi e lavagna e bidello neghittoso, mentre dà corpo e anima, col suo innamoramento tutto cuore ed immaginazione come capita agli adolescenti, ad una ragazza, Olympia, che esiste solo nel suo desiderio. Lo ritroviamo poi uomo giovane nell’atto di Antonia, capace di un sentimento forte, concreto, passionale verso una donna provata, di cui è capace di condividere la sofferenza: non una cantante alla quale è proibito cantare perché esiziale per la sua salute, ma una ballerina ammalata che non può più esibirsi. Ma il canto resta, ovviamente, perché previsto da libretto e partitura, fattore di un’esaltazione sublime, talmente rapinosa ed ineffabile da condure alla morte; per cui si crea uno scollamento sgradevole e disorientante tra ciò che si vede e ciò che si sente. Tuttavia la scelta, in sé assai discutibile, permette a Michieletto di dare vita ad un momento di teatro intensamente poetico, grazie alla riuscita ambientazione all’interno di una sala da ballo e ad alcune invenzioni di alto livello registico. Non ci si riferisce al patetico barcollare di Antonia quando vuole abbandonarsi all’abbraccio del suo innamorato, un effetto in sé fin troppo facile, ma piuttosto alla intuizione di dare corpo alla nostalgia della donna per il suo passato di ballerina portando in scena lei stessa bambina che volteggia in tutù, piena di sogni che sono stati frustrati dalla malattia. A quella piccola Antonia, la giovane donna provata dalla sorte si rivolge con tenerezza e struggimento nell’aria della Tortorella, che è fuggita e rappresenta un “ricordo troppo dolce”, un’”immagine troppo crudele”; così come lo è la memoria di sé stessa bambina felice, che si abbandona liberamente alla danza e dalla quale vorrebbe farsi aiutare per rialzarsi, quasi a cercare nel suo felice passato un sostegno per sopportare un presente troppo duro. L’amore adulto può essere solo quello consumato in un night con una cortigiana? Certo che no, ma così lo rivive o lo immagina Hoffmann nel Terzo Atto, quello di Giulietta, forse il meno risolto anche per la difficoltà di cogliere il senso di una drammaturgia involuta e poco chiara. Nell’Epilogo, poi, si ritorna là dove tutto era cominciato, cioè nella taverna, ove, come si è detto, si propone una soluzione disimpegnata e rasserenante dell’intricata vicenda. Il momento centrale è rappresentato dalla comparsa di Stella che si rivela essere il diavolo travestito: a confermare che il lungo sogno sentimentale ed erotico di Hoffmann non aveva nulla di buono e di reale, ma era solo lo sberleffo crudele di un diavolo malignamente dispettoso. La piena riuscita dello spettacolo, salutato con entusiasmo alla serale di giovedì 30 novembre, è stata garantita anche dalla presenza di un cast di alto livello e di qualità assoluta in alcuni ruoli. Ivan Ayon Rivas, tenore peruviano di soli trent’anni, è un Hoffmann pressoché ideale per la presenza fisica disinvolta e insieme dimessa, talvolta quasi impacciata, da antieroe che fa della sua stessa fragilità una personale cifra identitaria oltre che uno stile di approccio all’universo femminile. Lo strumento, poi, è sano, risonante, assolutamente resistente al ruolo impervio, dal timbro squillante e smaltato. Attenzione però alla zona acuta, ove, forse per un’eccessiva facilità di esecuzione e per l’esuberanza del giovane artista, l’emissione potrebbe essere più controllata e raccolta. Alex Esposito si fa carico dei quattro personaggi diabolici donando al pubblico una interpretazione di altissimo livello, forse la sua migliore fra quelle presentate sul palcoscenico della Fenice. Il suo proverbiale estro di attore consumato ha qui modo di esprimersi in pienezza e la voce, timbrata, robusta, bene emessa e controllata con ammirevole bravura nonostante l’impegno attoriale richiesto, lo sostiene dall’inizio alla fine. Una convinta ammirazione deve essere rivolta a questo artista che non usa le doti sceniche per farsi perdonare un canto discutibile, ma le accompagna ad un patrimonio vocale di tutto rispetto, gestito con grande padronanza e professionalità. Il soprano spagnolo Rocìo Pérez è un’Olympia caratterizzata con efficacia ma anche con misura sul piano scenico, attraverso una garbata e divertita ironia che sostituisce felicemente certi eccessivi scivolamenti caricaturali che possono risultare stucchevoli. La voce, poi, suona più rotonda e pastosa di quelle che si è soliti ascoltare in questo ruolo, anche se gli appuntamenti virtuosistici sono tutti onorati con sicurezza. Carmela Remigio ha modo di usare al meglio le proprie consumate doti di cantante-attrice nel ruolo di Antonia, cui dona un’intensità drammatica ed una partecipazione emotiva veramente toccanti. E pazienza se qualche suono in acuto risulta un po’ duro, perché un’artista di questa classe, capace sempre di una profonda immedesimazione teatrale e musicale nelle parti che affronta, non può essere valutata con il metro pedante ed ottuso di un Beckmesser. Meno riuscita, sebbene del tutto adeguata, è sembrata la Giulietta del soprano Véronique Gens, forse per una forma vocale non ottimale che non le ha permesso di rendere al meglio la componente sensuale e seduttiva, essenziale in questo ruolo. Le parti di fianco, come si sa numerose ed impegnative, svariano nella valutazione dal bravissimo al bravo: dal Nicklausse simpatico e sbarazzino, sostenuto da una voce di buona qualità, ben emessa e bene impostata, del mezzosoprano Giuseppina Bridelli, alla impagabile Muse, immaginata come una signora borghese molto per bene e un po’ affettata, dell’altro mezzosoprano Paola Gardina, al Frantz irresistibile, centratissimo e vocalmente all’altezza del tenore Didier Peri (ma è anche Andrès, Cochenille e Pitichinaccio), al Nathanaёl del tenore Christian Collia, allo Spalanzani del collega di registro Franҫois Piolino, agli Hermann e Schlémil del baritono Yoann Dubruque e, ultimo ma tutt’altro che ultimo, ai Luther e Crespel del basso Francesco Milanese. L’elenco è lungo ma tutti meritano di essere almeno menzionati. Meno convincente è sembrato soltanto l’intervento, poco intenso emotivamente e poco trascinante forse per l’accompagnamento un po’ slentato dal podio, del mezzosoprano Federica Giansanti come Voix de la mère nell’atto di Antonia. E a proposito di podio, questo era occupato dal maestro parigino Frédéric Chaslin, che, prima dello spettacolo inaugurale della Fenice, aveva già diretto ben settecentotrentadue recite di quest’opera dopo il debutto assoluto avvenuto ancora nel nostro teatro nel 1994. Uno specialista, dunque, la cui competenza ed esperienza non può essere messa in discussione e si evidenzia nella sensibilità con cui dà il giusto risalto ad alcuni raffinati accompagnamenti. Peccato, invece, che altri momenti siano caratterizzati da sonorità eccessive e da un’impostazione un po’ greve, a discapito della leggerezza e della brillantezza, caratteristiche identitarie di quest’opera. Il coro del Teatro, infine. Diretto da Alfonso Caiani, si è bravamente disimpegnato sul piano scenico e ha dato il meglio di sé su quello vocale, anche se un maggiore controllo ed omogeneità del suono in alcuni passi in fortissimo sarebbe preferibile. Adolfo Andrighetti
I falsi miti alimentari, che corrono in rete, stanno evidenziando conseguenze sulla salute collettiva, anche nelle giovani generazioni, toccando punte del 42% di obesità nella fascia fra i 5 ed i 9 anni : l’allarme è stato lanciato nel corso del convegno “Dal grano al pane” che, per iniziativa di Molino Rachello, ha sancito a Venezia e Treviso una rinnovata collaborazione fra i mondi di sanità, università, impresa e ricerca; tre le parole d’ordine: credibilità, buon senso, sostenibilità. In Italia si coltivano 600.000 ettari a frumento tenero, pari a 3 milioni di tonnellate di grano, cioè il 40% del fabbisogno del Paese; pane e cereali rappresentano il 16% della spesa alimentare di un nucleo familiare. Le disinformazioni riguardanti farine, glutine e lievito, presenti sul web rappresentano ormai un problema serio e diffuso: le false informazioni vengono rilanciate non solo da fonti anonime, ma anche da “influencer” e, in alcuni casi, si assiste alla promozione di diete o regimi alimentari basati su credenze non supportate dalla scienza, mettendo a rischio la salute della popolazione. A suffragare le preoccupazioni sul “marketing disinformante” è una ricerca dell’Agrifood Management and Innovation Lab dell’Università veneziana di Ca’ Foscari, che segnala come solo il 13% della popolazione segua la dieta mediterranea, ma soprattutto viga una diffusa, mancata conoscenza del significato e dei valori del cibo: un analfabetismo alimentare, che si limita al conteggio delle calorie e, forse, alla lettura degli ingredienti. Da qui l’invito ad un maggiore ruolo proattivo delle aziende agroalimentari del Nordest verso i consumatori, con i quali è necessario stabilire un linguaggio comune, ad iniziare dal differenziare informazione ed artificio commerciale, come nel caso dei cosiddetti grani antichi. “Il grano, che rappresenta il 20% delle calorie e proteine consumate al mondo – precisa Luigi Cattivelli, direttore del Centro Ricerca e Genomica del Crea (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria), nonché autore del libro “Pane nostro” - è una pianta in continua autoevoluzione per adattarsi alle diverse condizioni climatiche, altrimenti non potrebbe essere coltivato sia in Kenia che in Norvegia. Soprattutto di fronte all’evidente crisi climatica sul Pianeta, non è quindi possibile riproporre su larga scala le varietà di una volta, organoletticamente inferiori, nonchè meno produttive e quindi economicamente non sostenibili.” Quello del coniugare sostenibilità ambientale ed economica, quindi sociale, è invece l’asset del progetto Oasi di Molino Rachello. “A fronte di una tracciabilità certificata dal campo alla tavola per garantire grano coltivato senza inutili trattamenti e concimazioni, riusciamo ad assicurare maggiore redditività alle imprese agricole coinvolte” afferma Gabriele Rachello, direttore generale dell’azienda molitoria, che ha sede a Musestre. “Alcune false affermazioni sul glutine – aggiunge il dietista clinico, Maurizio Fadda, docente all’Università di Torino - possono indurre a restrizioni alimentari non necessarie, con conseguenti carenze nutrizionali; inoltre, informazioni sbagliate sull’utilizzo di lievito e farine possono comportare scelte dietetiche non equilibrate o comportamenti alimentari disfunzionali.” I carboidrati sono uno dei tre principali macronutrienti essenziali per il nostro organismo, insieme alle proteine e ai grassi; un consumo equilibrato di carboidrati è cruciale per una dieta sana e bilanciata: essi forniscono non solo energia, ma anche importanti sostanze nutrienti come vitamine, minerali e fibre; vanno preferite fonti di carboidrati complessi, come cereali integrali, legumi e verdure. Il glutine è una proteina presente naturalmente in alcuni cereali come il grano, l'orzo e la segale, che sono anche fonti importanti di fibre, vitamine del gruppo B e minerali come il ferro; l'adozione di una dieta priva di glutine senza una vera necessità può portare ad una carenza di questi nutrienti essenziali. Inoltre, molti prodotti senza glutine spesso contengono ingredienti sostitutivi, che possono essere più ricchi di grassi, zuccheri o additivi per migliorarne la consistenza o il sapore. “Quindi – conclude Fadda - per coloro che non sono affetti da celiachia, non è necessario evitare il glutine e farlo potrebbe comportare carenze nutrizionali.” In conclusione, i rischi delle disinformazioni in ambito nutrizionale (soprattutto su farine, glutine e lievito) sono significativi e richiedono azioni immediate: educare il consumatore, promuovere pratiche oneste da parte dei professionisti della nutrizione ed incoraggiare le piattaforme on-line a combattere le “bufale” sono passi cruciali verso una migliore alfabetizzazione nutrizionale ed una salute pubblica più forte e resiliente. Alla giornata contro la disinformazione alimentare hanno portato il loro contributo anche Christine Mauracher, docente Università Ca’ Foscari Venezia; Gianni Rachello, contitolare Molino Rachello; Danilo Gasparini, docente Università Padova; Massimo Gorghetto, presidente Unione Regionale Veneto Panificatori; Giuseppina Girlando, direttrice Servizio Igiene Alimenti e Nutrizione ULSS2; Pierpaolo Caldart, responsabile Area Economica Coldiretti Treviso; Stefano Guerrini, direttore Consorzio Maiscoltori e Cerealicoltori del Piave.
E’ stata una splendida giornata di sole a fare da cornice alla 60° edizione della coppa Faganelli, gara di corsa campestre, riservata alle scuole della provincia di Venezia e disputata sui tradizionali percorsi all’interno della pineta di Sant’Elena, polmone verde del capoluogo veneto. Ad aggiudicarsi classifica finale e trofeo è stato il plesso Priuli dell’Istituto Comprensivo F. Morosini seguito dal plesso Pisani dell’IC Ongaro del Lido e dal Convitto Foscarini; la graduatoria è stata stilata accorpando i risultati ottenuti in campo femminile e maschile. Il primo ha esattamente rispecchiato la classifica finale complessiva, mentre tra i ragazzi ha prevalso il plesso S.Provolo dell’IC Morosini davanti ai “cugini” del plesso Priuli ed al plesso Pisani del’IC Ongaro. La manifestazione podistica, organizzata dalla sezione atletica leggera del C.U.S. Venezia, è stata vivacizzata da circa 400 partecipanti di 11 scuole cittadine, suddivisi in 6 gare su distanze diversificate. Sui 1000 metri riservati ai nati/e nel 2012 hanno vinto rispettivamente Federico Messina del plesso Malcontenta dell’IC Baseggio di Marghera (2° Simone Scantamburlo, 3° Giulio Baici) e Margherita Abate del plesso Pisani dell’IC Ongaro al Lido (2° Aurora Vianello, 3° Michel Bosello). Sui 1500 metri per i nati/e nel 2011, primo è arrivato Ratul Prodhan dell’IC Grimani di Marghera (2° Leonardo Jehong, 3° Alexandro Josip), mentre tra le ragazze ha primeggiato Sara Vianello del plesso Loredan dell’IC Ongaro a Pellestrina (2° Kristal Nube, 3° Elena Cavalli). Differenziate, infine, le distanze per i nati/e nel 2010: sui 2000 metri maschili ha vinto Pietro Brambilla del plesso Priuli dell’IC Morosini (2° Ramir Diop, 3° Giacomo Polo) mentre, sui 1500 metri femminili, prima a tagliare il traguardo è stata Sofia De Polignol del Convitto Foscarini (2° Anastasia Kudla, 3° Margherita Reis). Ai primi tre di ogni categoria sono stati assegnati i tradizionali medaglioni d’oro, argento e bronzo; una medaglia di bronzo è stanza anche consegnata a tutti i classificati fino al decimo posto. “Il successo della coppa Faganelli è un’iniezione di entusiasmo per chi, come noi, è impegnato nella promozione dello sport di base. Correre a Venezia, nonostante le indubbie difficoltà logistiche, garantisce un fascino inimitabile” conclude Antonio Scarpa, dirigente responsabile della sezione atletica leggera del C.U.S. Venezia.
Disponibile dal 10 novembre su tutte le piattaforme digitali (Spotify, iTunes…) il singolo “Permanent Waves”, tratto dall’album “Quantum One” del compositore e musicista trevigiano, Andrea Vettoretti, Direttore del Festival Chitarristico Internazionale delle Due Città Treviso-Venezia Nell’ascolto, l’attrice Sabrina Impacciatore legge in inglese il primo articolo dei diritti dell’uomo, incipit all’ascolto di Permanent Waves, brano che si ispira alle onde gravitazionali, un’energia invisibile che attraversa tutto e che metaforicamente esprime un rinnovato senso di fratellanza tra gli uomini. Dice Vettoretti: “Permanent Waves è un brano, che vuole esprimere un senso di libertà ed uguaglianza. La voce di Sabrina Impacciatore interpreta il primo articolo dei diritti dell’uomo, dando un valore ancora più profondo alla mia musica. Volevamo lanciare questo messaggio di pace all’avvicinarsi del Natale in un contesto mondiale tragicamente difficile.” La musica interagisce con i suoni cosmici, dove tradizione ed innovazione si uniscono per ottenere suggestioni sonore ed emozioni costruite in collaborazione con l’astrofisico, Paolo Giommi (Agenzia Spaziale Italiana) ed il divulgatore scientifico, Fabrizio Marchi. La chitarra di Vettoretti, il violoncello di Riviera Lazeri ed il clarinetto di Fabio Battistelli accompagnano il progetto con nuove sonorita` di grande eleganza.
Un argento e tre bronzi: è questo il medagliere del C.U.S. Venezia ai Campionati Nazionali Universitari di canoa, disputati a Sabaudia, nel Lazio. La medaglia più pregiata è stata appannaggio di Daniel Scomparin (studente del primo annoi alla triennale in economia aziendale a Ca’ Foscari) nella gara K1 m.200, in cui anche il biancogranata Massimo Nensi (Ca’ Foscari) ha sfiorato il podio; sulla stessa distanza, ma in K2 con il fratello Manuel (IUAV), Scomparin ha inoltre conquistato il terzo posto nel K2. Le altre due medaglie di bronzo sono merito di Veronica Berti (IUAV) nel K1 m.500 e nel C1 m.500. Alle medaglie vanno aggiunti altri buoni piazzamenti. Unanime il commento dei 4 “moschettieri” del C.U.S. Venezia: “Siamo molto soddisfatti per i risultati ottenuti, nonostante non sia facile organizzarsi il tempo e gli impegni tra università, studio, lavoro, affitto, sport, simpatie e tempo libero, riuscendo a sostenere il tutto; per questo, ringraziamo chi ci aiuta e ci incoraggia.”
Venezia: città magica e reale, per secoli potenza economica e militare dominatrice del Mar Mediterraneo e insieme centro di una vita animatissima e non di rado libertina, repubblica oligarchica dalle rigide e severe strutture istituzionali ma anche luogo “altro”, emergente dall’acqua come un miraggio della Fata Morgana, meta di viaggi, desideri, fantasie. Venezia, insomma, irripetibile palcoscenico spalancato sulla laguna, cornice da favola all’interno della quale la realtà si è sempre manifestata anche in tutta la sua crudezza, non poteva non affascinare il teatro in musica: questa straordinaria scatola magica che si apre su ogni possibile meraviglia, ma che, nella sua assoluta eppure simbolica incongruenza, da sempre racconta – o sarebbe più appropriato dire “canta” – chi è l’essere umano, cosa desidera e perché soffre. Le opere ambientate in tutto o in parte a Venezia, quindi, non sono poche. A parte le commedie goldoniane dei veneziani Francesco Malipiero e Ermanno Wolf Ferrari, sarà il caso di ricordare almeno, citando a memoria, “Marin Faliero” di Donizetti, “Attila” di Verdi, in cui si mette in scena addirittura la fondazione della città, “La Gioconda” di Ponchielli, diverse altre ambientate in parte a Venezia e in parte altrove. All’interno di questa categoria di opere “lagunari”, un posto particolare è occupato da “I due Foscari”. In effetti l’originalità dell’opera di Verdi – libretto del muranese Francesco Maria Piave dall’omonimo dramma di Lord Byron, prima rappresentazione al Teatro Argentina di Roma il 3 novembre 1844 – risiede nel fatto di trarre ispirazione non dall’atmosfera misteriosa e sospesa che circonda Venezia, ma dal suo sistema politico di impostazione aristocratica, pronto a chiudersi come una tenaglia sia a difesa di sé stesso sia per schiacciare il presunto elemento disgregatore, che può mettere a rischio l’assetto costituito. La trama, tutt’altro che banale nonostante le apparenze, mette in contrasto un potere collettivo ed anonimo, incarnato dal Consiglio dei Dieci che è espressione dell’aristocrazia dominante, e un potere individuale e personale, quello del Doge Francesco Foscari. Nel sistema politico veneziano, che non è monocratico e nel quale il Doge non può esercitare un’autorità autonoma rispetto a quella della nobiltà da cui proviene, il conflitto non può che risolversi a favore del Consiglio dei Dieci: ne va della sopravvivenza stessa della Serenissima, alla cui gloria secolare può ben esser sacrificato un solo individuo, per quanto figlio di Doge, cioè Jacopo Foscari, e poi il Doge stesso. L’opera, inoltre, costituisce un fecondo laboratorio in cui Verdi si esercita su due temi particolarmente vicini alla sua sensibilità e che conosceranno memorabili sviluppi futuri: quello della paternità drammaticamente sofferta e provata, e quello del conflitto tra affetti privati e ragion di Stato. Per riportare “I due Foscari” nella sua cornice naturale, quella di Venezia e quindi della Fenice, dopo un’assenza che durava dal 1977, si è scelta una produzione proveniente dal Maggio Musicale Fiorentino, a firma Grischa Asagaroff (regia), Luigi Perego (scene e costumi), Valerio Tiberi (luci), Cristiano Colangelo (coreografie). Ma non valeva la pena aspettare così a lungo per poi trovarsi di fronte un allestimento così scialbo ed anonimo, privo di appeal sul piano estetico e di contenuti significativi sul piano della proposta culturale. L’idea di collocare al centro del palcoscenico una sorta di torre che si rifà al monumento del doge Francesco Foscari nella basilica dei Frari, una struttura che ruota su sé stessa spinta da dei mimi per accompagnare il variare delle situazioni, non basta a conferire vitalità all’allestimento. Nonostante le rotazioni, infatti, la torre presenta sempre facciate monotone, insignificanti, che nell’ultimo atto la proiezione di prima uno e poi tre leoni di San Marco non riesce a vivificare. I costumi, d’epoca anche se semplificati, sono almeno dignitosi, se si eccettua la trovata, cervellotica e alla fine ridicola, di mascherare nel III atto Loredano, Barbarigo e i notabili veneziani con il tipico ferro da gondola, il dolfin, che viene inalberato sulla sommità del cranio forse come un orgoglioso simbolo di identità. Le coreografie, pulite ma nell’insieme insignificanti, sembrano adeguarsi al generale tono dello spettacolo, al quale ciò che manca, alla fine, è un progetto registico chiaro ed originale. I solisti sembrano abbandonati a sé stessi e alla loro iniziativa personale, mentre il coro brilla per staticità. Andiamo decisamente meglio sul piano musicale. Sebastiano Rolli si getta a capofitto nella partitura, vivendola e facendocela vivere fino in fondo, anche se talvolta con qualche eccessivo turgore sonoro, ma elettrizzando sempre negli accompagnamenti. Belle anche le variazioni nei “da capo” delle cabalette. Il doge Francesco Foscari è Luca Salsi, esemplare in primo luogo per la convinzione e l’impegno con cui si cala nel personaggio, di cui fa rivivere tutta l’impotente grandezza. Ma ad un risultato di così intenso spessore drammatico si può arrivare solo grazie ad u dominio totale della parola scenica, della quale viene restituita ogni sfumatura, ogni declinazione emotiva, mentre il suono rimane rotondo, pieno, ben appoggiato. Ne esce un doge imponente e grandioso proprio perché l’artista ne sa restituire, prima di tutto attraverso il canto ma anche la carismatica presenza scenica, la dimensione umana, costituita dalla drammatica consapevolezza di ciò che rappresenta l’autorità dogale nel contrasto fra il suo prestigio e la sua stessa impotenza di fronte alla sofferenza degli affetti più cari. Il figlio del doge Foscari, l’infelice Jacopo, è impersonato da Francesco Meli, che incontro sempre con gioia alla Fenice. La sua voce, infatti, di squisita fragranza tenorile e di un impasto di rara bellezza timbrica, è manovrata con un’ammirevole perizia tecnica, che trova il suo fondamento nell’ottimale uso dei fiati. Se ne giova l’espressività del canto, che viene smorzato e rinforzato a piacere giungendo addirittura ad una messa di voce nel bellissimo recitativo che introduce l’aria di ingresso: una finezza non riuscita fino in fondo a causa di un impercettibile arrochimento nel diminuendo di ritorno, ma comunque da apprezzare perché dimostra come la preparazione vocale possa essere messa al servizio di una più puntuale definizione drammatica del personaggio, in questo caso un eroe romantico che trova in un’esecuzione vocale variata, dolce e virile insieme come quella di Meli, il suo più fedele biglietto da visita. Grazie all’impostazione ottimale, quindi, il canto dell’artista si espande libero, ampio, bello in maniera struggente come deve esserlo appunto quello di un eroe innocente, infelice e perseguitato. E pazienza se gli acuti, peraltro non frequenti in questa parte, suonano come sempre un po’ tesi, un po’ forzati, anche un po’ aperti nel tentativo di renderli il più possibile risonanti e forse anche come conseguenza dell’ingrossamento dei centri richiesto dalla necessità di reggere l’intensità del fraseggio verdiano: il canto di Francesco Meli, un canto screziato di nostalgia, di sofferenza, di rabbia, è quello di Jacopo Foscari. Si può domandare di più? La Lucrezia Contarini di Anastasia Bartoli possiede un impeto ed una carica emotiva incontenibili, rafforzati da una presenza scenica da dominatrice e dall’attraente figura. Il materiale vocale è di primordine per robustezza e resistenza e le consente un canto sempre incisivo, imperativo, capace di portarsi via il pubblico trascinandolo all’entusiasmo. Anche le agilità di forza e i passi più esposti, che la parte assai impegnativa richiede, sono risolti con una sicurezza ed uno slancio ammirevoli. Tuttavia l’emissione sembra mantenere qualcosa di poco fluido, di artefatto, che rimane finché la voce non sfoga nell’acuto di forza, sempre risolutivo per la penetrante sonorità. Rimane, insomma, l’impressione di una voce che fatica a riposare su sonorità morbide, liriche, estatiche, che pure sono richieste nel repertorio romantico, mentre viene spinta di preferenza in un canto teso ed aggressivo, quindi alla lunga poco vario. Eccellente, per il bel colore e la pienezza del timbro ma anche per la padronanza dello strumento, lo Jacopo Loredano di Riccardo Fassi, un artista sempre più apprezzato che farebbe piacere vedere e sentire in ruoli più impegnativi. Da sottolineare anche l’efficacia della sua presenza in palcoscenico: quasi sempre immobile, riesce però a far arrivare agli spettatori l’impressione netta di quella gelida indifferenza, di quella superiorità sprezzante, che contraddistinguono l’atteggiamento del perfido Loredano verso le sofferenze degli odiati Foscari. Affidabile, efficace, convincente come sempre il tenore Marcello Nardis come Barbarigo. E a posto anche la Pisana del mezzosoprano Carlotta Vichi. Resta da dire del coro, diretto da Alfonso Caiani, e qui ascoltato in una delle sue prove migliori per compattezza, sonorità ma anche per la capacità di modulare il suono quando necessario. Al termine della serale di giovedì 12 ottobre, successo entusiastico e meritato per tutti. Adolfo Andrighetti

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