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La traviata ai tempi del Coronavirus e del distanziamento sociale, con Violetta, una donna affascinante ma malata, che diventa simbolo della resistenza, della resilienza, di un desiderio di vita che anche nelle difficoltà più impervie non cessa di pulsare. È questo il cuore del nuovo allestimento del capolavoro verdiano, che debutta sul palcoscenico lagunare a quasi venti anni dalla storica Traviata di Robert Carsen che inaugurò la Fenice ricostruita e che in queste due decadi non ha mai stancato il pubblico della Fenice con nuove e regolari riproposizioni. Sarà una nuova Traviata, stavolta, con la regia di Christophe Gayral, un artista che ha fatto delle norme di sicurezza anti-Covid, delle misure di contenimento, delle distanze tra individui imposte non una limitazione ma una risorsa, una fonte inedita di ispirazione creativa, se non addirittura il punto di forza del suo allestimento. Con Stefano Ranzani responsabile della parte musicale, lo spettacolo ‘sperimentale’ firmato da Gayral con il light design di Fabio Barettin sarà in scena al Teatro La Fenice di Venezia per due repliche: venerdì 25 e domenica 27 settembre 2020, alle ore 19.00. Melodramma in tre atti su libretto di Francesco Maria Piave, La traviata è dei titoli più rappresentati nei teatri di tutto il mondo ma è anche un’opera legata a doppio filo al Teatro veneziano non solo perché andò in scena per la prima volta proprio qui, il 6 marzo 1853, ma anche perché fu questo titolo a inaugurare, nel novembre 2004, la prima stagione lirica della Fenice ricostruita. «La traviata debuttò il 6 marzo 1853 al Teatro La Fenice di Venezia – spiega Christophe Gayral – e come un’araba fenice, ancora oggi viene eseguita regolarmente. Questa è la ragione per cui, in questi momenti così speciali, si propone una nuova Traviata, in una versione scenica necessariamente e inevitabilmente più semplice, ma ancora con la capacità di affermare, con la sua solita, dirompente forza, il tema del desiderio di vivere. Protagonista dell’opera è Violetta, una donna giovane, malata ma ancora molto attraente, che è incarnazione della resistenza, dell’indipendenza dagli uomini. Il suo carisma naturale e la sua intelligenza fanno di lei una donna di potere, che tutti gli uomini desiderano possedere, una figura di emancipazione che nessuno è in grado di fermare. Per lei, la vita è una battaglia quotidiana, una battaglia contro la malattia, che combatterà con la voglia di vivere fino al suo ultimo momento». Il cast di questa nuova edizione della Traviata di Giuseppe Verdi vedrà in scena, per le parti principali, il soprano Claudia Pavone nel ruolo di Violetta Valéry, il tenore Matteo Lippi nel ruolo di Alfredo e il baritono Alessandro Luongo in quello di Giorgio Germont. La compagnia di canto comprende inoltre Elisabetta Martorana (Flora Bervoix), Sabrina Vianello (Annina), Enrico Iviglia (Gastone), Armando Gabba (barone Douphol), Mattia Denti (dottor Grenvil) e Matteo Ferrara (marchese d’Obigny). Nei ruoli comprimari si alterneranno gli artisti del Coro Safa Korkmaz e Domenico Altobelli (Giuseppe), Giampaolo Baldin e Antonio S. Dovigo (domestico di Flora), Nicola Nalesso e Emanuele Pedrini (commissionario). Maestro del Coro Claudio Marino Moretti. «Le vendite di biglietti per le due recite della Traviata del 25 e 27 settembre - dichiara il sovrintendente Fortunato Ortombina - sono andate molto bene, abbiamo registrato una risposta al botteghino ad oggi molto vicina al sold out e questo ci rende ottimisti, perché questo successo è una riprova del fatto che il pubblico, dopo il lungo periodo del lockdown, sta finalmente riacquistando fiducia nei confronti dello spettacolo dal vivo al chiuso. Sappiamo quanto sia importante vivere la musica insieme, dal vivo: rafforza la nostra identità e il nostro senso di comunità. Per questo crediamo che sia giunto il momento di ‘cavalcare’ questo rinnovato entusiasmo del pubblico, cogliendo il forte segnale che ci sta lanciando. Riteniamo necessario cominciare a considerare nuove norme di accesso al teatro, nuove aperture per la fruizione dello spettacolo dal vivo al chiuso, sempre rispettando le misure di distanziamento sociale, ma allentando le rigide limitazioni imposte finora».
Viene chiamata comunemente “trilogia Tudor”. Sono le te opere – “Anna Bolena” del 1830, “Maria Stuarda” del 1834, “Roberto Devereux” del 1837 – che Gaetano Donizetti dedicò alle truci vicende di quella grande e crudele dinastia, che occupò il trono inglese lungo tutto il XVI secolo e si concluse con Elisabetta I, morta nel 1603. Ed è proprio attorno alla figura di quest’ultima, potente sovrana artefice della grandezza economica e militare inglese, ma anche donna combattuta e controversa, che Donizetti e il prestigioso librettista Salvatore Cammarano costruirono “Roberto Devereux”, tragedia lirica in tre atti rappresentata per la prima volta al Teatro San Carlo di Napoli il 28 ottobre 1837. La vicenda, per la quale Cammarano si ispirò a “Il conte di Essex”, libretto di Felice Romani messo in musica da Saverio Mercadante (1833), ha un unico e indiscusso protagonista. E non è certo colui che dà il titolo all’opera. Infatti Roberto Devereux conte di Essex, tenore, è una sbiadita figura di amoroso romantico, che si compiace della propria infelicità perché ama, seppure riamato, una donna sposata, Sara, mentre non osa dire in faccia alla donna che lo ama appassionatamente, cioè Elisabetta, che di lei non vuol sentir parlare. Tanto meno può occupare il centro della scena il duca di Nottingham, baritono relegato nel ruolo classico del tradito e in questo caso due volte: dalla moglie Sara, che ama Roberto seppure castamente, e dal suo migliore amico, appunto Roberto, che gli concupisce la sposa. Di maggior rilievo è la figura di Sara, alla quale Donizetti riserva alcuni momenti musicali di notevole intensità emotiva. Ma non vi è dubbio che, in quest’opera, tutto, ma proprio tutto, quindi dramma, musica, canto, ruota attorno ad Elisabetta, che giganteggia sugli altri per la forza travolgente e lacerante dei sentimenti e per il canto ad alta tensione drammatica con cui li manifesta. La regina è portata dal temperamento ad esercitare il ruolo assegnatole dalla storia in maniera assolutamente autoritaria, anzi imperativa. Ma dietro la maschera di un potere brandito senza debolezze, si nasconde e si agita una sensibilità femminile resa vulnerabile dalla passione travolgente per Roberto ed esacerbata dalla sofferenza perché quel sentimento non è ricambiato. La gelosia feroce dovuta alla presenza di una rivale, insieme all’orgoglio ferito della sovrana respinta a vantaggio di un’altra donna, la trascinerebbero verso la vendetta; ma questo sentimento, non appena concepito, si mescola con il timore ed il rimorso di poter essere la causa della rovina della persona amata. Così Elisabetta, dopo aver rifiutato la grazia a Roberto accusato ingiustamente di tradimento verso la corona, per tutta la seconda metà dell’opera rimane dolorosamente spaccata fra l’impulso a vendicarsi e la speranza che il giovane possa comunque salvarsi, esibendo un anello che Elisabetta stessa gli aveva donato a garanzia della sua perpetua protezione. Finché, alla notizia che la condanna a morte di Roberto è stata eseguita e quindi tutto è finito, Elisabetta si abbandona al proprio dolore inconsolabile e dichiara di abdicare a favore di Giacomo. Non prima, però, di aver assestato l’ultimo colpo d’artiglio da sovrana assoluta, consegnando al carnefice il duca di Nottingham e la moglie Sara: il duca, colpevole di aver cercato e voluto la morte del rivale impedendo alla moglie di giungere in tempo da Elisabetta per recarle l’anello salvifico; Sara, invece, per la sola colpa di essersi interposta, seppure inconsapevolmente, fra la regina e l’oggetto del suo amore. Un personaggio così diversificato sul piano psicologico, così dolorosamente spaccato fra sentimenti contrastanti, così umanamente complesso e provato, si esprime tutto nel canto, grazie ad una linea che alterna i recitativi imperiosamente scanditi agli intimistici ripiegamenti lirici, la declamazione incalzante con improvvise e rabbiose ascese verso l’acuto alle distese aperture melodiche: una scrittura assai impegnativa sul piano tecnico, oltre che particolarmente faticosa su quello psicologico e drammatico. Ne fu interprete magistrale Montserrat Caballé nell’ormai lontano 1972, in occasione dell’ultima rappresentazione di “Roberto Devereux” alla Fenice prima di questa; e io, ragazzo, ebbi la fortuna di poter ammirare in quell’occasione il grande soprano catalano, all’apice del proprio percorso artistico. Il ricordo vuole essere solo un omaggio doveroso al mitico soprano e non intende avviare confronti di alcun tipo con l’interprete di oggi, la brava e dotata Roberta Mantegna. Bisogna tuttavia riconoscere che il ruolo impervio di Elisabetta non è ancora nelle corde della trentaduenne artista palermitana, che ha dalla sua mezzi doviziosi e un timbro non privilegiato nel medium ma pronto ad illuminarsi scintillante man mano che la notazione sale, però non ancora quel fraseggio espressivo, bruciante, fremente, senza il quale il ruolo non può ritenersi risolto adeguatamente. In particolare al soprano manca il coté regale, per cui, senza il contrasto fra l’arroganza della regina e la sofferenza della donna, il personaggio non emerge come dovrebbe. Insomma, non basta avere tutte le note ed alcune anche molto belle come quelle situate in zona acuta, per essere una credibile Elisabetta, per cui l’interpretazione rimane nel complesso generica, scolastica, suscettibile comunque di essere migliorata e approfondita, considerate le grandi potenzialità dell’artista. Il fuoco che Elisabetta non sembra possedere arde invece con vigore nelle vene del Roberto Devereux di Enea Scala. Il tenore affronta la parte con impeto e ardente passionalità, privilegiando un canto vigoroso, a tratti muscolare, che si fa apprezzare per la tenuta e la resistenza, oltre che per lo slancio trascinante, ma alla lunga può incorrere nel rischio della monotonia. Qualche volta l’artista riesce ad alleggerire l’emissione per sonorità più raccolte e meno spinte, come nel duetto con Sara, ma presto l’istinto o l’impostazione tecnica o entrambi lo riportano alla sua abituale esuberanza. Il tenore è stato acclamato con entusiasmo dal pubblico e ci sta. Tuttavia, fermi restando i suoi indiscutibili meriti, ha trascurato la componente lirica, intimista, disarmata, di Roberto, senza la quale – e senza il contrasto fra questa e la componente eroica, impetuosa – non solo Roberto ma qualunque eroe romantico risulta impoverito se non addirittura dimidiato. Si sarebbe fatta preferire, poi, una postura scenica più sobria e meno convenzionale: un piede davanti e l’altro dietro, le braccia spalancate o chiuse sul cuore...; si sperava che questi atteggiamenti fossero ormai relegati nell’archivio delle piccole cose di pessimo gusto. La donna contesa è Sara, affidata al mezzosoprano russo Lilly Jørstad. L’artista possiede mezzi adeguati, emissione omogenea, sonorità che passano per tutto il teatro, un’apprezzabile carica emotiva con efficaci sottolineature drammatiche. Ma risultano perfettibili la cantabilità e l’abbandono patetico, soverchiati da un istinto passionale caratteristico della scuola di canto russa, più portata ad assecondare l’estroversione e il vigore vocale che le sfumature. L’artista, poi, esagera in scena, con una gestualità plateale da diva del cinema muto che in certi momenti suscita il sorriso. Alla fine, il più adeguato al ruolo è sembrato il baritono Alessandro Luongo, Nottingham dalla emissione morbida e molto ben gestita, dal bel timbro rotondo, dalla nobile linea di canto, soprattutto dalla ammirevole varietà di accenti, colori, dinamiche. Inoltre, senza far nulla di speciale, mantiene in scena una postura composta e stilizzata, come si conviene ad un duca e lord, che ha uso di mondo e della corte regale. Un limite? La puntatura in acuto non è impeccabile, suona un po’ tesa e forzata: evitarle, almeno finché si può, oppure rivedere qualcosa nell’imposto. Il tenore Enrico Iviglia scandisce bene le battute assegnate all’implacabile Lord Cecil, mentre Luca Dall’Amico riesce a dare qualche saggio della propria bella vocalità di basso nella pur breve parte di Sir Gualtiero Raleigh. È stato un piacere, inoltre, rivedere e riascoltare, sotto la guida del maestro Claudio Marino Moretti, il coro della Fenice, al quale sembra manchi solo di tornare con continuità al lavoro per riprendere tutta la sua ormai proverbiale intensità ed omogeneità di suono. Così come è stato un autentico piacere poter applaudire di muovo il maestro Riccardo Frizza, che sottolinea volentieri gli impeti romantici della partitura, pur prestando attenzione anche a quelle tinte malinconiche, a quelle screziature elegiache, senza le quali Donizetti non è più lui. In proposito, la sensibilità con cui sono stati restituiti alcuni accompagnamenti è stata addirittura rivelatrice. Inoltre, il maestro si conferma eccellente concertatore, capace di dare respiro al canto ed all’orchestra: una qualità indispensabile in modo particolare nel repertorio del primo romanticismo italiano. Dello spettacolo (regia Alfonso Antoniozzi, luci Fabio Barettin) non c’è gran che da dire, visto che è stato proposto in forma semiscenica e con tutti i limiti imposti dal Covid19. Il glorioso basso comico, da alcuni anni impegnato ad investire esperienza ed intelligenza anche nel campo della regia, schiera il coro ordinatamente in palcoscenico e regola gli spostamenti dei solisti nella zona del proscenio. Ci si chiede, però, se non avrebbe potuto fare qualcosa di più per suggerire agli artisti di adottare qualche gestualità più appropriata e di evitarne altre, invece, ormai obsolete. La scenografia è costituita dalla ben nota carena di nave, gli arredi scenici da un trono regale per Elisabetta, un tronetto meno impegnativo per la duchessa Sara. Le luci accompagnano ed assecondano con efficacia i diversi momenti della vicenda. Di più e meglio è difficile fare in questa contingenza. Alla rappresentazione cui si riferiscono queste note, la serale di giovedì 17 settembre, il pubblico ha reagito con gioia e gratitudine alla proposta, sia per il suo oggettivo valore artistico, sia per l’incoraggiante ritorno di una prima, seppure parziale e provvisoria, normalità. Il palcoscenico, infatti, è stato restituito agli interpreti e la platea agli spettatori. E pazienza se quest’ultima risultava tristemente semivuota, con una fila agibile che si alterna ad una lasciata vuota e così via; e con le file disponibili per il pubblico occupate un posto sì ed uno no. Ciò che conta è riprendere a fare teatro musicale, tutti insieme, ognuno per la propria parte, aspettando tempi migliori ma anche costruendo meglio possibile il presente. Adolfo Andrighetti
È la formazione del C.U.S. Padova, guidata da Adam Giraldo, ad aggiudicarsi il 45° Torneo San Giacomo dell’Orio “Memorial Francesca Bardelle”, superando il C.U.S. Bergamo con il risultato di 3 a 1 (19-25; 25-14; 26-24; 25-20) in una finale combattuta ed avvincente. Al di là del risultato sportivo la manifestazione organizzata dal C.U.S. Venezia, insieme alle Università Ca’ Foscari e Iuav, è stata un successo, perché si è riusciti a ripartire in sicurezza con un evento ufficiale nel pieno rispetto delle regole: esame sierologico o tamponi per tutte le giocatrici e gli arbitri; il medico ‘Covid manager’, all’accesso al campo di gioco di tutti gli altri addetti, ha controllato la temperatura ed il corretto utilizzo della mascherina; chi seguiva le partite da oltre le transenne veniva ripetutamente invitato a mantenere il distanziamento o ad utilizzare la mascherina. Il torneo non era partito sotto i migliori auspici, visto il forfait all’ultimo momento del C.U.S. L’Aquila a causa di 2 casi di positività al Covid fra le atlete; cambio di programma ed inserimento della squadra di Prima Divisione del C.U.S. Venezia, che nella prima semifinale di sabato ha perso per 2 a 0 con il C.U.S. Padova con parziali a 13 e 17. Il C.U.S. Bergamo si è invece aggiudicato per 2 a 1 (23-25; 25-22; 25-19) la seconda semifinale sul C.U.S. Venezia di serie C, al termine di un incontro sempre in equilibrio. Le due formazioni veneziane hanno aperto le finali del sabato con la prevedibile vittoria della squadra maggiore, allenata da Andrea Grandese, che ha conquistato il 3° posto, superando a 11 e a 19 le grintose ragazze di Alberta Rocca. La finalissima, dopo i primi due set in parità, si è animata nel terzo, in cui le padovane sono riuscite a recuperare le orobiche di coach Giorgio Ferrari, vincendo in rimonta e sulle ali dell’entusiasmo hanno messo le basi per chiudere al quarto set, trascinate da Martina Negrato, premiata come miglior giocatrice del torneo. Alle premiazioni erano presenti Piero Rosa Salva, Amministratore Delegato Vela ed ex Presidente CUS; uno degli ideatori del torneo, Fabrizio D’Oria, Direttore Vela; i professori Stefano Tomelleri e Claudio Bertoletti, rispettivamente delegato del Rettore e presidente del C.U.S. Bergamo; la professoressa Marta Ghisi per l’Università di Padova e Stefano Minucci, Responsabile sezione volley del C.U.S. Venezia. L’importanza simbolica del torneo è stata rafforzata dalla presenza del Vicepresidente della F.I.P.A.V., Adriano Bilato: «Ho voluto esserci, perché ho bellissimi ricordi di quando vi partecipai oltre 20 anni fa con la mia squadra e perché è un evento quasi unico in Italia per il contesto, in cui si svolge. È straordinario che il C.U.S. Venezia riesca ancora a portarlo avanti dopo 45 anni e che ci sia riuscito, in quest’anno particolare, è veramente un bel segnale di ripartenza». «È stato un impegno organizzativo importante riuscire a portare a termine questa 45° edizione del torneo – sottolinea il Presidente del C.U.S. .Venezia, Massimo Zanotto – Ci tenevamo fortemente a dare un segnale di ripartenza, rafforzata dalla presenza della squadra del C.U.S. Bergamo, provincia fortemente colpita dalla pandemia. Il ringraziamento va alla F.I.P.A.V. ed al Comune di Venezia, che hanno concesso l’autorizzazione, nonché al personale di segreteria, ai tecnici, dirigenti ed atleti del C.U.S. Venezia. che si sono prodigati per organizzare tutto al meglio. È un evento che fa ormai parte della tradizione veneziana ed è molto seguito anche per le attività collaterali, in particolare i giochi per i bambini al mattino. Mi auguro che questa non sia stata l’ultima edizione visto che “Alla Vida” dovrebbe aprire un ristorante».
Il Parlamento Europeo ha approvato con 671 voti favorevoli, 15 contrari e 10 astensioni una risoluzione non legislativa nella quale si sollecitano nuove misure per affrontare il problema dell’inquinamento farmaceutico, che causa danni a lungo termine agli ecosistemi, riduce l’efficienza dei farmaci stessi sulle persone e aumenta la loro resistenza agli antibiotici. Pur accogliendo con favore la comunicazione della Commissione del marzo 2019, i deputati si sono rammaricati del grave ritardo nella presentazione dell’approccio strategico e delle proposte di azione. Per questo chiedono un uso più attento dei farmaci, lo sviluppo di una produzione più ecologica e una migliore gestione dei rifiuti nell’UE. I prodotti farmaceutici danneggiano gli ecosistemi e riducono la loro efficacia futura, ad esempio causando l’emergere di una resistenza antimicrobica. I farmaci possono avere effetti sui corpi idrici, in quanto non possono essere efficacemente filtrati dagli impianti convenzionali di trattamento delle acque reflue. Nonostante concentrazioni generalmente basse, vi è il rischio che la salute dei pazienti possa essere compromessa a lungo termine. I deputati sono particolarmente preoccupati per le proprietà di interferenza endocrina di taluni farmaci che finiscono nell’ambiente. È allora necessario intervenire per limitare il crescente consumo complessivo di farmaci pro-capite nell’UE e ai Paesi UE viene chiesto di condividere le migliori pratiche per ridurre l’uso preventivo di antibiotici e per lo smaltimento dei farmaci inutilizzati. Le misure per ridurre l'inquinamento non dovrebbero comprendere solo i controlli ‘in uscita’ (ad esempio, il miglioramento del trattamento delle acque reflue), ma l’intero ciclo di vita dei farmaci, sviluppando ‘farmaci più ecologici’, altrettanto efficaci per i pazienti ma meno dannosi per l’ambiente perché più biodegradabili.
Nel pieno rispetto dei protocolli anti Covid-19, il C.U.S. Venezia, insieme alle Università Ca’ Foscari e Iuav, organizza venerdì 18 e sabato 19 Settembre la 45° edizione del torneo internazionale di pallavolo femminile “Memorial Francesca Bardelle”, tradizionale manifestazione, che si disputa sui “masegni” di campo San Giacomo dall’Orio, uno dei luoghi più caratteristici della città lagunare. «Voglio ringraziare il Comune – dichiara Massimo Zanotto, presidente del C.U.S. Venezia – che ha inserito la manifestazione nel programma di Città in Festa e la Federazione Italiana Pallavolo, che ci dà l’opportunità di mantenere vivo questo evento, ormai conosciuto ed atteso. Ci troviamo a sostenere uno sforzo organizzativo importante, ma crediamo che la ripartenza dello sport sia un fondamentale segnale di ripresa. La partecipazione del C.U.S. Bergamo, in particolare, ha grande significato, rappresentando una delle province più colpite dalla pandemia». Oltre a C.U.S. Bergamo e C.U.S. .Venezia a sfidarsi ci saranno le rappresentative del C.U.S. L’Aquila e del C.U.S. Padova. Il torneo prenderà il via venerdì pomeriggio, alle ore 17.30, nell'area antistante “La Vida”, in campo S.Giacomo dall’Orio, con la sfida tra orobiche e patavine. Alle ore 19.30 sarà il turno delle padrone di casa, che affronteranno le abruzzesi in una sfida tra formazioni di serie C. Le finali del quadrangolare sono previste sabato: alle ore 16.30 per il terzo e quarto posto, alle ore 18.30 per l’assegnazione del trofeo. Personale del C.U.S. Venezia sarà incaricato di controllare che il pubblico, dietro le transenne, rispetti il distanziamento di sicurezza indicato, utilizzi la mascherina in caso di prossimità ed eviti assembramenti. Con l’intenzione di coinvolgere sempre più la comunità veneziana, coniugando sport e sociale, sabato mattina, dalle ore 10.00 alle ore 12.30, sarà inoltre data la possibilità ai bambini, dai 6 ai 12 anni, di giocare in campo provando, sotto la guida di tecnici qualificati, alcune discipline praticate dal C.U.S. (Centro Universitario Sportivo): atletica leggera, pallamano, judo e pallavolo.
In quest’anno di scelte difficili e coraggiose, dove la Mostra si è vista costretta a decentrare una rassegna irrinunciabile come “Classici Restaurati”, ed a cancellare la rassegna “Confini”, si rafforza invece il panorama di Notti Veneziane nate dalla collaborazione delle Giornate degli Autori con la rassegna “Isola Edipo”: in programma lavori che valorizzano il dialogo tra Cinema e Teatro ed un premio al Cinema dell’Inclusione per l’opera completa di Liliana Cavani che sarà festeggiata al Teatro Goldoni. Per lei il cinema ha rappresentato una passione totalizzante e la salvezza dal pessimismo. Autrice fondamentale per la storia del cinema italiano, irregolare e scomoda, considerata da molti ‘angelo del male, pericolosa per le anime pure’ fondava a Carpi appena adolescente, un cineforum “per poter vedere i film colti, quelli che nessuna sala proiettava, e per rivedere Rossellini e De Sica”. Il suo cinema, dopo la crisi del neorealismo, supera l’immediatezza del visibile attraverso metafore e simbolismi. Una sua recente affermazione: “Quello che manca oggi è la conoscenza della Storia. Al liceo non si studia il XXI secolo. Lavorando in televisione ho imparato l’importanza del passato per comprendere il presente. Per combattere la superficialità e l’ignoranza dobbiamo pretendere una scuola migliore”. Ed infatti i sei documentari realizzati per la Rai quando era giovanissima, tra il ’62 ed il ’65, sono una carrellata colta attraverso temi cruciali della storia contemporanea, dove l’autrice usa anche inediti materiali di archivio. A ricordo tra tutti “La donna nella Resistenza”, una lucida e dolorosa inchiesta per la quale incontrò due sopravvissute dei campi di concentramento. La prima era stata internata adolescente a Dachau e la seconda non era mai più tornata dopo Auschwitz dalla famiglia. Questo documentario è considerato l’ideale punto di partenza de “Il portiere di notte” per cui Cavani ottiene il successo internazionale. La presenza dello straordinario montatore veneziano Kim Arcalli diede ulteriore genialità al film. La stessa regista dice di lui: “Kim riuscì ad inserire tutti i flash-back ed a renderli indispensabili al racconto, creando con le sfasature temporali la suspence laddove temevo la ripetitività. Senza di lui il film non sarebbe stato così ben raccontato. Forse non sarebbe esistito”. È modesta Liliana Cavani e semplice; ad 87 anni possiede vitalità e fascino. Ho avuto la fortuna di conoscerla e seguirla da vicino quasi quarantanni fa. Non è cambiata, arguta e sommessa e tuttavia determinata ed innovativa come allora. Da sempre scomoda per la sinistra, censurata dai benpensanti: il “Portiere di notte” venne considerato un film scandaloso, e ritirato ben tre volte, e per il San Francesco interpretato da Lou Castel ci fu un’interpellanza parlamentare poiché il patrono d’Italia non poteva avere la faccia di uno che ne “I pugni in tasca” di Bellocchio, faceva fuori tutta la famiglia. Contro tutti Cavani portò avanti il suo film ritenendo la figura di Francesco la più perfetta per rappresentare un’idea di fraternità. Ed ha contestato anche la contestazione del ’68. A Venezia in questa occasione Bertolucci e Pasolini ritirarono i loro film. Lei no! Lascia che proiettino il suo “Galileo”. Dice: “Non credevo a questa manfrina festivaliera. I contestatori li avevo visti a Milano con i Rolex d’oro. Non mi convincevano”. A Venezia ’69, Premio Speciale Pasinetti, presenta uno dei suoi ultimi lavori “Clarisse”, un docu di 21 minuti girato con una troupe di sei uomini, dalla mattina alla sera, d’inverno, in un convento di clausura. “Da un pezzo – dice – avevo una curiosità: incontrare una comunità di Clarisse per scoprire come vivono”. Ne risulta un incontro privato fatto di domande e risposte senza alcuna preparazione. Una conversazione coinvolgentissima tra lei e loro (e lo spettatore ne è travolto) dove le monache mostrano con sicurezza e consapevolezza la debolezza di un mondo non così invidiabile. Sono donne aggiornate, con grande senso di civiltà culturale, mai polemiche, e forti e fiduciose della loro fede. “Gesù era misogino?” chiede Cavani. “No, assolutamente, non faceva distinzione tra le persone”. E ancora: “La vostra arma è la preghiera. Che arma è?”. “Un ‘arma debole, molto fragile per la società di oggi, a volte anche per i preti siamo quasi inutili”. Mariateresa Crisigiovanni
Bruno Martino, Presidente dell’etichettificio veneziano Novarex, è stato nominato componente del Gruppo Tecnico di Confindustria su “Responsabilità Sociale d’Impresa”; la comunicazione è arrivata dalla Vicepresidente, la veneta Maria Cristina Piovesana, con delega ad ambiente, sostenibilità e cultura. Il Gruppo Tecnico, voluto nella riforma organizzativa del nuovo Presidente confindustriale, Carlo Bonomi, è costituito da 33 membri di primarie aziende nazionali, coordinati per il prossimo biennio da Cristina Bombassei; l’obiettivo è creare una sede di confronto e di approfondimento per garantire un’ampia partecipazione all’impostazione delle linee strategiche e degli obbiettivi qualificanti delle azioni di Confindustria. In precedenza, Bruno Martino era stato coordinatore del Gruppo di Lavoro “Made in” di Confindustria Venezia ed in tale ruolo aveva partecipato all’analoga struttura nazionale. «Ho accolto con soddisfazione la nomina confindustriale, perché rispecchia il mio modo di intendere l’impresa: attenta al business, ma anche alle esigenze dei lavoratori e della comunità – commenta Bruno Martino, che è anche referente di Confindustria Venezia per l’area del miranese – L’azienda, il cui lavoro deve fondarsi su principi etici e non solo contrattualistici, è un patrimonio sociale, vocato alla crescita del territorio ed il cui ruolo appare determinante soprattutto ora davanti alle difficili sfide della ripresa, di cui il Paese ha bisogno».
Nonostante le forti restrizioni anti Covid-19, il Festival Chitarristico Internazionale delle Due Città Treviso - Venezia arriva alla sua diciottesima edizione: l’associazione Musikrooms ed il Direttore Artistico, Andrea Vettoretti, hanno voluto mantenere l’appuntamento con la nuova edizione dell’evento, considerato tra i più importanti al mondo. “New Classical World” resta il titolo ed il filo conduttore della kermesse, che continua il suo percorso di ricerca nel mondo della musica crossover e che si tiene dal 12 al 27 Settembre prossimi a Treviso per proseguire in Ottobre a Mestre: un cambio strategico, dopo la lunga esperienza romana, iniziato l’anno scorso con l’obbiettivo di consolidare la manifestazione sull’idea di Citta` Metropolitana. Un primo segnale arriva dalla platea degli sponsor: ai tradizionali partner “Savarez” e “Bortolomiol”, si affiancano i marchi di Idrobase (azienda specializzata nella produzione di attrezzature per la sanificazione di ambienti e la pulizia dell’aria) e dell’etichettificio Novarex. I concerti si svolgono al Teatro Comunale ed al Museo di Santa Caterina a Treviso mentre, a Mestre, la sede è l’Auditorium Candiani. A tenere a battesimo la nuova edizione, sabato prossimo (ore 20.45) nel trevigiano Teatro Del Monaco, sarà lo spettacolo di flamenco jazz “Soul” con il trio Kosho (chitarra e voce)- Augustin Wiedemann (chitarra) – Johannes Erkes (viola). Si tratta di un ensemble d’eccezione, caratterizzato dalla presenza di Kosho, componente del gruppo hip-hop / rock "Söhne Mannheims", il più popolare in Germania; la sua musica è definita "mondo funk guitar", influenzata da gruppi come Steely Dan ed arricchita con elementi di flamenco, jazz e soul. Il “new classical world” è un nuovo modo di fare musica, che parte dalle conoscenze del percorso classico e arriva a tradizioni culturali diverse; il progetto del Festival Chitarristico Internazionale “Delle Due Città” intende porre l'accento proprio su questa peculiarità della musica. Dopo la “prima” al Comunale, il cartellone trevigiano si trasferirà all’auditorium Santa Caterina dove, venerdì 18 Settembre, alle ore 21.00, si esibirà l’Equinox Duo nello spettacolo “Tango & Sud America”.
Dopo la positiva sperimentazione dell’innovativo dispositivo per gestire il processo di sanificazione dei palloni, Hellas Verona ed Idrobase Group hanno deciso di stringere un accordo di partnership per soluzioni, che possano agevolare la disputa degli incontri di calcio in sicurezza durante questo periodo storicamente difficile, che richiede la massima attenzione e cura dei particolari. L’esordio di Idrobase Group come prezioso e qualificato supporto per il club gialloblu è avvenuto in occasione delle ultime sfide casalinghe della squadra di Ivan Juric, grazie a sistemi di sanificazione, dedicati principalmente agli ambienti chiusi e ai palloni da gioco. Quelle occasioni di collaborazione si sono di fatto rivelate l’inizio di una collaborazione destinata a crescere nel tempo. Lo stadio Bentegodi e le aree sportive dell’Hellas Verona puntano così, prime in Italia, ad essere “Covid free”, grazie alla ricerca Idrobase, conosciuta nel mondo per applicare tecniche mutuate dalla NASA nel campo della sanificazione, nonché per avere “messo in sicurezza anti virus” lo stadio sudcoreano della Sangui Arena Park di Incheon, consentendone così la riapertura a parte dei tifosi. «Oggi celebriamo una partnership – sottolinea Marco Pistoni, Chief Revenue Officer dell’Hellas Verona – che proietta l’Hellas Verona nel futuro della sanificazione e della sicurezza, con l’idea precisa di essere in prima fila per agevolare il ritorno dei tifosi allo stadio. Il rapporto con Idrobase Group ci rende orgogliosi, perché si tratta di una realtà di assoluta eccellenza, che si sposa perfettamente con la volontà del Presidente Setti, ovvero quella di valorizzare il nome dell’Hellas Verona non solo attraverso i risultati sportivi, ma anche attraverso collaborazioni come quella con Idrobase Group. Abbiamo fatto il primo passo assieme, fiduciosi che sia solo il primo di una lunga serie». «La partnership con un club di serie A quale l’Hellas Verona ci riempie d’orgoglio – commenta Bruno Ferrarese, Co-presidente di Idrobase Group – perché testimonia l’applicabilità delle nostre soluzioni sanificanti in ambienti finora inesplorati come quello del calcio, contribuendo ad un auspicato ritorno verso la sua normalità. D’ora in poi, comunque, nulla potrà essere come prima e rendiamo merito all’Hellas Verona di saper guardare al futuro, dimostrando grande attenzione per la sicurezza sanitaria propria e degli ospiti».
A Venezia in concorso il grande vecchio Andrei Konchalovsky, che vecchio non sembra di certo, presenta ‘Cari Compagni’. Ambientazione storica ed impegno civile in uno splendido b/n dove ricostruisce la ribellione operaia di Novocherkassk nel 1962, con conseguente devastante massacro dei dimostranti che chiedevano pane. A fronte di una difficile congiuntura, Khruscev aveva incrementato i ritmi di lavoro nelle fabbriche con un ingente aumento dei prezzi di carne e burro. A Novocherkassk, nella fabbrica di impianti di locomotive, gli operai entrarono immediatamente in sciopero, seguiti da operai di altre fabbriche, per poi scendere in piazza con striscioni che chiedevano uguaglianza e pane: un’atmosfera che riportava alla rivoluzione di ottobre. Ovviamente iniziarono incidenti, pare causati da ubriachi ed affiancatori, e subito i reparti speciali del Ministero degli interni aprirono il fuoco sui manifestanti (non è ancora provato se fossero ufficiali del KGB o soldati dell’Armata Rossa). Drammatico risultato con 87 feriti e 26 morti che vennero sepolti separatamente in fosse comuni. Inoltre ne seguì un processo repressivo in cui vennero condannate 7 persone alla pena capitale e 105 ad una detenzione di carcere duro fino a 15 anni. Per molti anni questo massacro rimase quasi celato dietro l’alone della leggenda con ricostruzioni basate essenzialmente su fonti orali. L’ Occidente ne rimase all’oscuro e la stampa sovietica non ne parlò fino alla perestroica . La protagonista è Lyudmila, fortemente legata al partito comunista profondamente contraria al dissenso che assiste alla repressione con incredulità e subisce la perdita della giovane figlia, mettendo quindi in dubbio le proprie ideologie. Come dichiara lo stesso regista, l’intenzione del film è la ricostruzione massimamente accurata non solo di un episodio criminale ma di “un’epoca in cui la storia ha rivelato l’incolmabile divario fra gli ideali del comunismo e la drammatica realtà dei fatti”. Protagonista del film è la moglie del regista, la splendida Yuliya Visotskaya, già sua protagonista in “Paradise”, con cui vinse il secondo Leone d’Argento a Venezia 73 (il primo gli andò a Venezia 71 per “Le Notti bianche del postino”). La carriera di Konchalovsky è variegatissima, anche attore per Tarkovskij, è sceneggiatore e produttore, e lo scorso anno è tornato alla ribalta con la sua autobiografia “Scomode verità”. Nel libro, sincero e spontaneo, racconta anche come con il primo milione guadagnato in America, abbia acquistato i diritti per un remake di “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” di Elio Petri. Inutilmente purtroppo. C’è ovviamente il periodo sovietico con i suoi incontri con Bertolucci e soprattutto l’amore totale per il cinema ed i suoi autori prediletti, Kurosawa, Bunuel e Fellini, con una amarezza di fondo per essersi sentito ingabbiato dal sistema americano che non gli permise di esprimersi in piena libertà creativa. Konchalovsky ha fortunatamente ritrovato il suo stile russo vicino al regista Kalatozov ed agli scrittori Gogol e Platonov. Già dagli anni ’90 col suo ritorno a casa, è iniziata la sua nuova vita d’artista. Già nel suo immenso “Paradise” ha mostrato la violenza sullo spirito, non meno dolorosa di quella sul corpo. Il suo intento costante è far riflettere il pubblico ‘farlo lavorare’, come dice il regista, e costringerlo a sapere e poi ricordare. Commovente e coinvolgente il credo di questo ‘giovane’ maestro di cinema : “Soltanto quando il pubblico diventa il tuo coautore, e non si limita a vedere, puoi dire di aver girato un buon film”. Mariateresa Crisigiovanni

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