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NAZIONALI CUS: ORO NEL JUDO PER VENEZIA GRAZIE A BOLOGA

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Con “Il Bajazet” di Antonio Vivaldi (libretto di Agostino Piovene da una tragedia di Jacques Pradon), andata in scena la prima volta il 1735 al Teatro Filarmonico di Verona (perché non a Venezia sarebbe intrigante investigarlo) e ora al Malibran, il regista Fabio Ceresa continua quell’opera di investigazione dello spirito del melodramma barocco che ha conosciuto una tappa del tutto diversa ma altrettanto significativa con la messinscena di “Orlando furioso”, sempre di Vivaldi. Il tentativo, pienamente riuscito, operato allora da Ceresa e ora reiterato con modalità diverse ma con lo stesso spirito, è quello di scendere al fondo del gusto barocco per afferrarne la specificità e riproporla attraverso uno stile adatto ai tempi nostri e insieme fedele all’originale. La sfida nell’”Orlando furioso” viene affrontata e vinta mettendo in scena una sorta di neobarocco ad imitazione deliziosamente affettuosa, ironica e quasi fanciullesca, dell’originale; un’operazione che richiede la sorridente complicità di artefici e pubblico, uniti nel vivere una finzione che, nell’impossibilità di riproporre gli spettacoli barocchi originali, li richiama nello spirito così come oggi può essere capito ed apprezzato. Ne “Il Bajazet” la logica è molto diversa. Qui Ceresa, con l’apporto decisivo di Massimo Checchetto (scene), Giuseppe Palella (costumi) Fabio Barettin (luci), Sergio Metalli (video), si trova a dover rendere accattivante per il pubblico del 2024 un ‘pasticcio’: cioè un’opera la cui drammaturgia originale è sviluppata nei recitativi, mentre le arie provengono da opere diverse, non rappresentando altro che una compilation di quelle all’epoca giudicate più riuscite, più virtuosistiche e di maggiore effetto. Le arie, separate dal contesto drammatico, rappresentano delle oasi di bellezza e anche di esibizionismo canoro ciascuna autosufficiente rispetto alle altre, ciascuna animata da una vita artistica e musicale propria. Nel caso de “Il Bajazet”, informa il maestro Federico Maria Sardelli che dirige l’opera al Malibran, sono di Vivaldi i recitativi, i numeri di insieme e dodici arie (quelle di Bajazet, Asteria e Idaspe), alcune scelte da Sardelli per colmare i vuoti della partitura; mentre sette, eseguite dagli altri personaggi, sono di compositori più giovani di Vivaldi e all’epoca assai di moda: Hasse, Giacomelli e Riccardo Broschi, il fratello del celebre evirato Farinelli. Ebbene, Ceresa riesce nella quadratura del cerchio di rispettare la logica del ‘pasticcio’ come parata di pezzi di bravura privi di un tessuto connettivo drammatico, pur riproponendola secondo modalità che la rendono non solo comprensibile ma anche felicemente – si potrebbe dire entusiasticamente dopo la serale di martedì 11 giugno – fruibile da parte del pubblico; perché, se ciò che si aspettavano gli spettatori del settecento da una serata a teatro ed in particolare da un ‘pasticcio’ era il divertimento, divertimento sia anche nel 2024. Così, mentre per i recitativi i cantanti sono collocati in proscenio davanti al leggio e tutti vestiti di nero, come si trattasse dell’esecuzione di un’opera in forma di concerto o di una prova all’italiana, i venticinque pezzi chiusi si succedono uno dopo l’altro come una serie di siparietti del tutto autonomi l’uno dall’altro e differenti per ambientazione, epoca e impostazione realizzativa: ciascuno un microcosmo immaginato a partire da testo e musica nel quale si racconta una brevissima storia. È lo stesso regista che spiega di essersi ispirato a “Carosello”, la storica trasmissione televisiva pubblicitaria degli anni sessanta, composta di una serie di scenette in ciascuna delle quali si promuoveva un prodotto attraverso un brevissimo filmato auto concluso. Ed è innegabile che i siparietti permettono a Ceresa un tale scatenarsi della fantasia e della creatività da suscitare nello spettatore di oggi quel senso della meraviglia che è identitario del gusto barocco e la cui rivitalizzazione si può considerare un’operazione filologica almeno altrettanto importante quanto eliminare, ce lo spiega il maestro Sardelli, tiorba e chitarra dal basso continuo. È impossibile descrivere quanto succede nei venticinque siparietti, nei quali trova espressione l’universo immaginifico di un regista in grado di evocare infinite atmosfere e situazioni teatrali, dalla tragedia alla farsa passando attraverso un riuscito umorismo, da Jack lo squartatore a Supermario e a Jessica Rabbit, dalle turcherie affascinanti nella loro sublime artificiosità agli abissi del mare e agli orizzonti sconfinati del cosmo celeste. Ma la galleria che si dipana davanti agli occhi del pubblico è quanto di più attraente e accattivante si possa immaginare, nel suo continuo e sorprendente cangiare di situazioni, ambientazione, costumi. Certo, qualcosa si potrebbe limare di questa sovrabbondante creatività, eliminando ad esempio alcune scivolate nel farsesco (Bajazet che diventa Super Mario, appunto, oppure la scena sadomaso che vede impegnata addirittura l’eroina Asteria), ma nell’insieme non si può negare di trovarsi di fronte ad un’operazione quasi geniale nella sua capacità di andare al fondo del gusto barocco rendendolo appetibile per il pubblico di oggi. La fantasmagoria dei siparietti sarebbe fine a sé stessa se non accompagnasse altrettanta meravigliosa varietà delle arie, nella cui esecuzione si impegna con ottimi esiti una compagnia di canto affiatatissima, del tutto consapevole delle esigenze tecniche e stilistiche imposte dal canto barocco e, dote non secondaria, in grado di adeguarsi alle richieste stringenti della regia (a cominciare dai continui e vorticosi cambiamenti d’abito) con una sorprendente e divertita disponibilità. Una menzione speciale va riservata al controtenore Raffaele Pe, un Andronico trepido e sensibile come si conviene all’amoroso della compagnia e dalla grande perizia tecnica, che ammalia con il suo timbro cremoso e rotondo nelle arie patetiche, quando lo strumento non è forzato nell’invettiva ma può adagiarsi nell’espressione elegiaca. L’artista, poi, si dimostra attore finissimo in alcuni siparietti umoristici. Gli è pari il mezzosoprano Lucia Cirillo, un’Irene spericolata nelle arie di bravura anche se un po’ alle corde nelle agilità di forza più acute, ma capace di sedurre con un canto morbido e raccolto nei momenti lirici. Le sue doti di attrice, poi, già ben note al pubblico della Fenice insieme a quelle vocali, hanno modo di esaltarsi ulteriormente in questa occasione. Altrettanto riuscita l’Asteria del mezzosoprano Loriana Castellano, dalla vocalità fluida e corposa anche se non sempre a fuoco nelle note gravi, e straordinariamente disinvolta nei siparietti, a cominciare da quello ove si presenta come un’eroina sadomaso. Il contralto Sonia Prina, Tamerlano, mette in campo la sicurezza di chi è padrona del repertorio. Si segnala per l’incisività del fraseggio e della dizione soprattutto nei recitativi, declamati con la giusta enfasi, oltre che – anche lei! – per la duttilità delle doti sceniche, grazie alle quali, ad esempio, può eseguire un’aria impegnativa mentre, in piedi sulla sommità di una scala alquanto alta, finge di manovrare con i fili un uomo-marionetta posto ai suoi piedi. Da segnalare per la fresca vocalità l’Idaspe del soprano Valeria La Grotta, mentre risulta forse penalizzato dall’acustica del ‘contenitore’ in cui si svolgono i siparietti il Bajazet del baritono Renato Dolcini, autorevole nei recitativi eseguiti in proscenio e invece un po’ esangue, pur nella correttezza dell’approccio stilistico, nelle arie. Il maestro Federico Maria Sardelli mette a disposizione dal podio tutta la propria competenza e il proprio amore per Vivaldi, con esiti significativi tanto nel patetico quanto nell’agitato, che sa restituire entrambi con partecipazione e comunicativa. Adolfo Andrighetti
Sono 60 ugelli con una pressione di lavoro pari a 60 bar e capaci di nebulizzare 42 litri d’acqua al minuto, posizionati su una rampa lunga 18 metri: è l’ effetto nebbia dell’impianto scenografico, realizzato alle celebri Terme romane di Caracalla, richiamando l’attenzione del mondo; a realizzare modulo, sistemi filtranti ed ugelli nebulizzatori è stata Idrobase Group, azienda con headquarter a Borgoricco nel padovano e leader mondiale nelle tecnologie per l’utilizzo dell’ acqua in pressione e per “respirare aria sana”. “Stavolta, finalmente, siamo profeti in Patria – commenta Bruno Gazzignato, contitolare dell’industria veneta – Non è la prima volta, che partecipiamo alla realizzazione di fontane ed impianti scenografici, dalla Polonia al Kuwait, ma questa opportunità è stata unica, perché siamo intervenuti sulla storia in un sito di straordinario fascino. E’ un fantastico biglietto da visita.” “Siamo un’azienda vocata all’internazionalizzazione, dove realizziamo il 97% del nostro business, ma siamo particolarmente orgogliosi di questo lavoro, perché frutto di un impegnativo lavoro di squadra, ulteriore esempio delle grandi capacità della filiera del made in Italy” aggiunge Bruno Ferrarese, anch’egli contitolare di Idrobase Group. Grazie ad un innovativo intervento della Soprintendenza Speciale di Roma è così ora possibile rivivere la presenza dell’elemento idrico alle Terme di Caracalla, grazie ad uno specchio d’acqua di grandi dimensioni, dove si riflettono le maestose architetture termali e deputato ad essere uno spazio per arte, spettacolo e creatività contemporanea. La sua realizzazione è il primo step di un progetto finalizzato a restituire la percezione originaria dei luoghi a 1800 anni dalla costruzione, attivando il ricordo dell’antica funzione termale. Sullo specchio d’acqua sarà possibile assistere a giochi d’acqua e di luce ed alla nebulizzazione idrica, ideata per ricreare la suggestione del vapore negli ambienti riscaldati delle antiche terme. Lo specchio d’acqua, che si configura come una vera installazione architettonica, è stato ideato e progettato dall’architetto altoatesino, Hannes Peer e realizzato in collaborazione con il collega trevigiano, Paolo Bornello. Sul fondale della vasca, 20 getti completamente immersi ed accompagnati da altrettanti riflettori realizzano giochi d’acqua e di luce. Il palco è perimetrato su tre lati con un led lineare a luce calda e, nel lato lungo, con un impianto di nebulizzazione idrica, in grado di produrre la nube, ricreando la suggestione del vapore negli ambienti riscaldati. Nel rispetto del “claim" aziendale “Respira aria sana”, l’acqua nebulizzata è priva di micro particelle ed è sterilizzata da apposite apparecchiature, che la rendono libera da elementi (virus , batteri, spore, etc.), che potrebbero essere inalati, provocando, in alcuni casi, seri problemi alle vie respiratorie. Nei prossimi anni le Terme di Caracalla diventeranno un sito archeologico, riprogettato in chiave contemporanea per renderlo all’avanguardia nella fruizione culturale della Capitale.
La sostenibilità è ancora un concetto poco chiaro, percepito soprattutto in riferimento a tematiche ambientali e non viene associato ad aspetti sociali e di “governance”: è quanto emerge da un’indagine di Molino Rachello presso i propri stakeholders e riportata a commento del primo bilancio di sostenibilità dell’azienda molitoria con sede a Musestre, nel trevigiano e presentato in occasione dell’annuale meeting “Terreni d’incontro” con i partner del progetto Oasi. “Si tratta di una scelta etica e volontaria, perché vogliamo misurare, rendicontare e monitorare le attività ed i progetti collegati alle tematiche ESG, valorizzando il nostro contributo all’Agenda ONU 2030: sono 10 gli obiettivi e 17 i target, che validano le azioni da noi finora intraprese per garantire modelli sostenibili di produzione e di consumo” dichiara Gabriele Rachello, Direttore Generale del Molino, giunto alla sesta generazione. Il bilancio è articolato in tre “impegni” per consapevolezza alimentare, ambiente e persone: per ognuno vengono presentate le scelte fin qui messe in atto, nonchè indicati gli orizzonti e gli obbiettivi, che l’azienda vuole raggiungere. Molino Rachello fattura annualmente 31 milioni di euro e macina circa 52.000 tonnellate di grano (di cui 8.000 bio), da cui ne ricava 40.000 di farina; il 97% del mercato è nazionale con preponderanza del Triveneto: il 53% della produzione è destinata all’industria alimentare, il 31% al comparto artigiano, 8% ai distributori, il 5% alla Grande Distribuzione Organizzata ed ai suoi panifici; la linea “Oasi Rachello”, composta da farine di cereali italiani con filiera certificata e controllata, rappresenta al momento circa il 10% del volume e si rivolge sia al canale professionale che a quello del consumatore finale attraverso i supermercati e la vendita on-line. I valori affermati sono quelli di sicurezza e trasparenza, tracciabilità e controllo di filiera, innovazione e ricerca (trasmissione di competenze e “know how”), digitalizzazione (ottimizzazione dell’efficienza produttiva), nutrizione sana (incentivazione di metodi colturali naturali e biologici, nonchè organizzazione di momenti informativi, indirizzati all’opinione pubblica). Ne è esempio, l’esperienza delle Oasi Rachello, vale a dire terreni agricoli italiani (attualmente in Veneto, Friuli Venezia Giulia e Toscana), ubicati lontano da fonti d’inquinamento e dove viene promossa un’agricoltura controllata, secondo un condiviso disciplinare colturale a basso impatto ambientale; ai produttori viene riconosciuto un premio aggiuntivo, che va dal 5% al 7% in più rispetto ai listini della borsa merci di Bologna. Un’interessante conferma arriva dal confronto fra le aree coltivate in modo convenzionale e quelle biologiche: queste ultime hanno una minore incidenza sull’ecosistema, dovuta all’uso limitato di fertilizzanti ed all’assenza di fitofarmaci. Sono varie le certificazioni internazionali di processo e prodotto, che testimoniano l’impegno aziendale verso la sicurezza alimentare: dalle ISO 22005 e 9001 (rintracciabilità della filiera e qualità dei processi interni) alla IFS (International Food Standard) per il rispetto di vincoli e requisiti su qualità e sicurezza dei prodotti alimentari. Il rispetto per l’ambiente è da sempre parte del DNA aziendale e scelte d’impresa mirano costantemente ad una gestione sostenibile delle risorse, riducendo gli sprechi, utilizzando e producendo energia rinnovabile (da Maggio 2024, il 100% di quella utilizzata in azienda deriva da fonti rinnovabili ed il 5% è autoprodotta). Proprio l’esperienza delle Oasi permette di ridurre fortemente le emissioni di anidride carbonica, legate alle attività agricole necessarie alla produzione del grano. Nel ciclo produttivo di Molino Rachello non esistono praticamente scarti di lavorazione, perché anche la crusca ed il cruschello, cioè le parti più esterne del chicco, sono utilizzati per la produzione di farine integrali o destinati a mangime zootecnico (la quantità di rifiuto corrisponde allo 0,05% della materia prima utilizzata, mentre il 72,6% dei rifiuti collegati al ciclo produttivo sono riciclabili). Grande attenzione viene dedicata a “packaging” totalmente riciclabili seppur, per legge, i confezionamenti in carta a diretto contatto con prodotti alimentari devono essere composti da prodotto vergine; ciò significa che i pack non possono derivare da materiali riciclati. Utilizzando un LCA (Life Cycle Assessment) è anche emerso che il ciclo di vita dell’organizzazione aziendale ha impatti significativi sull’ambiente, dovuti per quasi il 92 % alla produzione agricola del grano, e per poco più dell’8% alla fase di produzione farina, packaging e trasporto. Per mitigarli, Molino Rachello si impegna ad attuare azioni mirate ed inserite, per quanto possibile, tra i propri obiettivi futuri. In quest’ottica, con la piattaforma X Farm è stato avviato un progetto triennale 2022-2024, articolato su 3 macro aree: progetto agronomico per lo sviluppo e la gestione di modelli previsionali di agricoltura di precisione; soluzioni digitali per il monitoraggio della filiera; gestione e valorizzazione della sostenibilità di filiera, con calcolo integrato dell’impronta carbonica in campo, per individuare azioni migliorative. Collaboratori, fornitori e clienti sono un patrimonio prioritario per Molino Rachello. Per i dipendenti è stato attivato un programma di welfare aziendale e formazione interna, mentre con i fornitori si ricerca costantemente la condivisione di valori comuni ed un coinvolgimento continuo. Infine, quella con la clientela (artigiani della panificazione, pizzaioli, pasticceri e ristoratori) è una vera propria partnership, basata su attività di consulenza di prodotto e formazione professionale. “Questo primo bilancio di sostenibilità – conclude Gabriele Rachello – rappresenta un punto di partenza importante, perché ci ha permesso di prendere piena consapevolezza dell’impatto delle nostre scelte sull’ambiente. Il nostro impegno rimane ora rivolto al miglioramento continuo, al cambiamento ed all’innovazione, perché vogliamo essere riconosciuti come azienda affidabile, credibile e soprattutto sostenibile.”
Che risposta il mondo di oggi è in grado di dare alla domanda di significato che l’uomo scopre nel proprio cuore e deve esprimere come può e sa, balbettando, inciampando, sbagliando? Una risposta insensata, vuota, una non risposta: una risposta, per così dire, piena di vuoto. Può essere questa, considerate anche le dichiarazioni dei due artefici principali, la chiave di lettura della variopinta, fantasmagorica, spettacolare messinscena del “Mefistofele” di Arrigo Boito che la Fenice offre in questi giorni per la regia di Moshe Leiser e Pautrice Caurier, le scene di Moshe Leiser, i costumi di Agostino Cavalca, il disegno luci di Christophe Forey, i video di Etienne Guiol, la coreografia di Beate Vollack. In questo spettacolo, il mondo di oggi, con le sue attrattive allettanti in apparenza ma in realtà vacue fino all’inconsistenza, è incarnato da Mefistofele, volgare ed arrogante piazzista di un ingannevole paese dei balocchi. Faust, invece, composto e borghesemente vestito, quasi un sosia del Thomas Mann austero e dedito al lavoro come ce lo restituisce l’iconografia ufficiale, rimane ciò che è sempre stato e sempre sarà: l’uomo alla perenne ricerca del significato di sé e della vita. Non per niente la scena iniziale dell’opera, il prologo in Cielo, rinuncia alle atmosfere metafisiche per essere collocata al centro di un palcoscenico completamente vuoto, in cui siede solitario il diabolico protagonista: metafora patente di ciò che egli rappresenta, cioè la solitudine ed il nulla, qui intese non tanto come espressione di un male assoluto, ontologico, ma piuttosto come emblema del vuoto – grottesco, divertente anche, come la regia evidenzia, ma alla fine disperante – che il mondo di oggi offre in risposta al “perché?” esistenziale dell’uomo. E non per niente Mefistofele avvia Faust al suo viaggio incantato ed illusorio non attraverso il mantello che fa volare nell’aria, come da libretto, ma iniettandogli una sostanza che è ovvio supporre allucinogena. Insomma, alla domanda di significato che Faust, a nome di ogni essere umano, avanza, il mondo di oggi risponde offrendogli droga, cioè ciò che distrugge la natura umana da cui quella domanda proviene. Dal momento dell’iniezione, tutto ciò che capita a Faust è quindi illusorio, una fantasia malata ed eccitata. Un’anticipazione di questo trip si ha nello stadio gremito di tifosi ipercinetici che sostituisce la festa della domenica di Pasqua a Francoforte: una ricostruzione fantasiosa e coloratissima di quel rito collettivo che evidentemente non ha bisogno della forza artificiale dello stupefacente per far perdere la testa, bastando il suo influsso stordente e massificante. Da qui in poi, quindi, è tutto falso, tutto prodotto della fantasia di Faust alterata da Mefistofele: il boschetto illuminato e apparecchiato come per una festa paesana in cui avviene l’incontro con Margherita, quest’ultima vestita alla foggia islamica probabilmente per sottolineare la distanza che separa il mondo della ragazza, segnato dalla fede religiosa, da quello, scettico e indifferente, di Faust; e ancora l’impressionante, riuscitissima scena del sabba romantico, ove le tenebre popolate da una folla disordinata e sfrenata sono rotte di colpo dai bagliori di un incendio, le cui immagini proiettate, prima ripropongono con una certa angoscia per chi guarda la scena del teatro avvolto dalle fiamme e poi si stendono anche ai palchi, con un potente effetto da tragedia cosmica. Qui Mefistofele scende allo scoperto e alla domanda esistenziale di Faust risponde con la rappresentazione non più edulcorata ma autentica del nulla di cui è portatore con tutta la sua energia cieca e distruttrice, espressa dal fuoco che divora il mondo ma anche da una sessualità ridotta ad un esercizio ginnico meccanico e violento. Secondo questa impostazione, appartiene al regno delle allucinazioni anche la scena della morte di Margherita, con la sua ambientazione spoglia che contrasta con gli universi carichi di colori e di effetti speciali evocati in precedenza da Mefistofele; e rimane allucinazione nonostante la verità del contatto con la sofferenza della persona amata, l’unico momento in cui Faust sembra poter uscire dall’egocentrismo malato in cui lo ha rinchiuso Mefistofele per aprirsi all’altro, che è poi l’unico modo per ritrovare veramente se stessi. Anche il sabba classico, ambientato in una riuscita ricostruzione della sala della Fenice con l’idilliaca e rasserenante presenza di un balletto, è una soluzione apparentemente possibile ma in realtà illusoria al problema esistenziale di Faust: la bellezza ordinata e rassicurante custodita dalla sala del teatro, infatti, è creata da Mefistofele, per cui è destinata a sgretolarsi di colpo, perché, se il mondo di oggi è in grado di proporre all’uomo qualcosa di rispondente alle sue esigenze, sarà comunque fragile e transeunte, privo di radici e di un solido perché. Si torna infine allo studio di Faust: ordinato, bianco, immerso in un chiarore che sembra riflettere la luce della ragione con cui lo studioso si è impegnato, seppure senza risultato, nelle sue ricerche. E qui avviene la palingenesi: mentre Mefistofele si contorce e si dispera perché le sue arti da diabolico imbonitore si rivelano inutili, Faust ascende al cielo aggrappato al suo violoncello: come a dire che è nella musica che l’uomo può trovare salvezza. Ma dietro e dentro la musica cosa c’è? La domanda dell’uomo è quindi destinata a riproporsi ancora e ancora inesausta, alla ricerca di una risposta definitiva che non può non esserci da qualche parte, visto che la domanda c’è ed è ineludibile. In conclusione, al di là delle interpretazioni che se ne possono dare, lo spettacolo alla fine funziona e si impone con la sua efficacia. I registi ci mettono non solo le idee, che vanno sempre verificate in base al riscontro del palcoscenico, ma anche una professionalità di alto livello, al servizio di una creatività sbrigliata ma quasi sempre evocativa, quindi non fine a sé stessa. Il lavoro sui personaggi si concentra soprattutto su Mefistofele, che, grazie anche alla proverbiale capacità di immedesimazione di Alex Esposito, è un demonio mercuriale, che in ogni momento ha un gesto, un atteggiamento, una mimica dedicati alla costruzione di un personaggio che sarà comunque difficile da dimenticare. Fondamentali alla riuscita dello spettacolo, inoltre, anche lo splendido disegno luci e i fantasiosi video, di pertinenza variabile rispetto alla vicenda ma nel complesso molto efficaci. Di minor rilievo, invece, e tutto sommato abbastanza convenzionali, i costumi. E la musica? Assolutamente varia e composita, a tratti poderosamente sinfonica e a tratti seducente sul piano melodico secondo la migliore tradizione italiana, talvolta ironica e talvolta profondamente drammatica, capace di alternare autentica genialità a momenti kitsch, rappresenta comunque un magma sonoro di non facile gestione, nella ricerca dell’equilibrio fra le masse orchestrali, quelle corali ed i solisti. L’impresa riesce bene a Nicola Luisotti, che tiene saldamente in pugno le redini della complessa macchina a lui affidata concertandola con padronanza e professionalità. Qualche volta sembra insistere troppo sulle dinamiche forti e non là dove la partitura lo richiede, ma in alcuni momenti ove ci si aspetterebbe una mano più lieve, più sensibile. Il palcoscenico è ovviamente dominato dal Mefistofele di Alex Esposito, che realizza ancora una volta il miracolo di intonare correttamente le note pur curando contemporaneamente nel dettaglio un’interpretazione scenica che non conosce un attimo di stasi ma si rigenera continuamente in una serie inesauribile di movimenti ed atteggiamenti. Il fraseggio del cantante, variato fin nella minima gradazione dinamica e coloristica, accompagna la mobilità dell’attore, per cui il personaggio ne esce con una prepotenza teatrale che non ha riscontri almeno oggi. Che poi, in certi momenti, si senta la necessità di una cavata più ampia e risonante, da basso autentico, è certamente vero. E si deve anche dare credito a quello che diceva un giornalista argentino seduto accanto a me e cioè che la voce di Esposito funziona alla grande in un ambiente piccolo e raccolto come quello della Fenice, ma non rende in sale vaste come quella del Colon di Buenos Aires. Tuttavia, considerato che è della performance veneziana e non di quelle straniere che devo riferire e considerato che l’opera è teatro in musica, per cui entrambi gli elementi concorrono in sinergia e in reciproco sostegno per giungere al risultato finale, si deve affermare che Alex Esposito è un protagonista assoluto, che sa coniugare le esigenze del canto, sempre musicalmente corretto, di volume adeguato e magistralmente espressivo, con quelle di una teatralità di eccezionale rilievo, per donare al pubblico un Mefistofele nell’insieme memorabile. Il Faust di Piero Pretti è signorile, composto, ma a tratti monocorde in un canto corretto ma un po’ rigido, che avrebbe bisogno di più morbidezza, sensualità e anche varietà di colori soprattutto nei momenti in cui dovrebbe accendersi di passione amorosa, come nel duetto con Margherita nel secondo atto, oppure nella visione, erotica e funebre insieme, della fanciulla durante il sabba romantico. Ma è molto ben eseguito, da lui come dalla sua partner Maria Agresta, lo splendido duetto del carcere “Lontano, lontano, lontano”, con un canto a fior di labbro omogeneo e delicato che ne restituisce tutta la struggente nostalgia per un amore puro e sincero che non è realizzabile sulla terra e viene quindi proiettato in una dimensione di sogno. Meno bene invece il finale, in cui Pretti risulta stentoreo forse per la sopravvenuta stanchezza di un ruolo vocalmente molto impegnativo; ma almeno il si bemolle di “Baluardo m’è il Vangelo” esce limpido e sicuro. Note meno liete – e spiace doverlo riconoscere per un’artista di questo livello – si registrano per la Margherita di Maria Agresta, che, nella scena del carcere, pigia sul pedale dell’intensità drammatica probabilmente per compensare una condizione vocale non ottimale e fatica a mantenere la linea di canto, andando almeno una volta in grave difficoltà. Fa bene ciò che deve fare Maria Teresa Leva come Elena, nel pezzo cupo e impegnativo in cui rievoca la distruzione di Troia. Sicuri nei rispettivi ruoli Enrico Casari come Wagner e Nereo e Kamelia Kader come Marta e Pantalis. Le parti corali, di assoluto rilievo in quest’opera, hanno trovato adeguata ed efficace risoluzione nei complessi della Fenice, diretti da Alfonso Caiani, e nel coro Piccoli Cantori Veneziani diretto da Dina D’Alessio, quest’ultimo dalla significativa pienezza e limpidezza di suono, non frequente in un ensemble di voci bianche. Alla fine della serata, quella di mercoledì 18 aprile, un bel successo pieno, caloroso, convinto per tutti, a premiare un lavoro nel suo inseime di alto livello professionale ed artistico. Adolfo Andrighetti
Tempo permettendo, le festività pasquali indurranno all’apertura delle seconde case in località di vacanza dopo la chiusura invernale. Un importante alert arriva da ANACI (Associazione Nazionale Amministratori Condominiali ed Immobiliari) Veneto: attenzione al pericolo legionella, nascosto nei tubi inutilizzati da mesi e nei ristagni idrici; il consiglio, quindi, è non solo di fare scorrere l’acqua dai rubinetti prima di utilizzarla, ma soprattutto di provvedere alla pulizia di elementi della doccia quali soffioni, doccini e doccette. Il batterio della legionella, infatti, alberga negli ambienti acquatici ed è pericolosa, se aspirata, perché può essere mortale per soggetti fragili. La legionellosi viene normalmente acquisita per inalazione e per questo la pericolosità delle particelle d’acqua infettate è inversamente proporzionale alla loro dimensione: gocce piccole arrivano più facilmente alle basse vie respiratorie. La prevenzione delle infezioni da legionella si basa essenzialmente sulla corretta progettazione e realizzazione degli impianti tecnologici, che comportano un riscaldamento dell’acqua e/o la sua nebulizzazione (impianti idro-sanitari, condizionatori, umidificatori, ecc.), ma anche sull’adozione di misure (manutenzione ed eventualmente disinfezione), atte a contrastare la diffusione del batterio. “E’ opportuno ricordare che le più recenti normative indicano l’amministratore condominiale, quale responsabile della qualità idrica dal contatore alle abitazioni - precisa Lino Bertin, Presidente di ANACI Veneto - Per questo deve provvedere a periodici controlli da parte di soggetti autorizzati, ma necessita evidentemente la collaborazione dei residenti per quanto riguarda i singoli appartamenti.” Fattori predisponenti la malattia sono l’età avanzata, il fumo di sigaretta, la presenza di malattie croniche, l’immunodeficienza; la letalità della legionellosi si aggira tra il 5% e il 10% dei casi. La legionellosi può manifestarsi in due forme distinte: la Malattia del Legionario, che frequentemente include una polmonite acuta; la febbre Pontiac, molto meno grave. Il trattamento della legionellosi, essendo una malattia di origine batterica, passa soprattutto attraverso terapie antibiotiche (fonte: Istituto Superiore di Sanità).
“Quasi sempre, l’idea vincente è anche la più semplice, ma non è certo facile riuscire ad averla per mantenersi al vertice” dichiara sorridendo Bruno Ferrarese, contitolare della veneta Idrobase Group vincitrice, per il secondo anno, dell’Excellence Award MCE alla Mostra Convegno Expocomfort tenutasi a Milano (nel 2022 fu premiata per l’apparecchio BKM3.0, frutto della ricerca con l’Università di Padova e destinato ad eliminare i virus, tra cui il Covid, mantenendo salubri ambienti ampi fino a 200 metri quadri). Stavolta l’innovativa soluzione si chiama programmaticamente “Fog adiabatico 5 anni senza rotture”: adiabatico significa impermeabile al calore ed è la caratteristica della “nebbia”, che serve a raffreddare i “dry cooler”, cioè i macchinari degli impianti di condizionamento, dove avviene l’abbattimento delle temperature esterne, offrendo al contempo la garanzia quinquennale della manutenzione programmata. E’ soprattutto questa nuova formula “chiavi in mano” ad avere conquistato il giudizio della giuria. Infatti, il sistema ideato da Idrobase garantisce, grazie alla nebulizzazione idrica, di mantenere la temperatura dell’aria all’ingresso degli impianti di condizionamento sotto la soglia dei 35 gradi, oltre la quale diminuisce l’efficienza e si rischia il blocco del processo di raffrescamento. L’azione degli ugelli permette di aumentare del 30% la capacità di raffrescare l’aria, diminuendo il consumo energetico di altrettanta percentuale. Per mantenere tali obbiettivi nel tempo, la soluzione prevede che il macchinario sia accompagnato dai kit di prodotti necessari al programma di manutenzione preventiva che, attraverso la semplice lettura di un qrcode, mette in grado chiunque di svolgere un check-up ogni 750 ore d’utilizzo, prolungando la vita del sistema, garantendone la massima efficienza, riducendo costi di manutenzione ed esercizio. “La nostra è una costante ricerca di innovazione non solo nella tecnologia e nella produzione, ma anche nel servizio, applicando il principio che prevenire è meglio che curare; in questo modo valorizziamo il made in Italy, garantendo 5 anni senza rotture” aggiunge l’altro socio, Bruno Gazzignato. Idrobase Group, con sede a Borgoricco nel padovano, è azienda leader nelle tecnologie d’utilizzo dell’acqua in pressione e nei sistemi per “respirare aria sana”, perseguendo nuovi modelli di organizzazione nel lavoro e di sostenibilità del prodotto (dagli uffici “virus free” ai blister in cartone). “Un futuro migliore per il Pianeta - conclude Ferrarese – lo costruiamo anche con le scelte imprenditoriali di ogni giorno.”
C’è da chiedersi come mai questa breve opera (1h e 10’ di durata), rappresentata per la prima volta in forma di concerto alla Carnegie Hall di New York il 16 marzo 1932, rimanga così ostinatamente lontana dai palcoscenici, al punto che la precedente messa in scena alla Fenice risale al 1956. Certo contribuisce la natura ibrida del lavoro, a metà strada fra opera e oratorio, ma si sa che anche un oratorio spesso presenta spunti che un regista può utilizzare per la realizzazione di una convincente azione scenica. Certo, “Maria Egiziaca” è definita ‘Mistero in tre episodi’, a sottolinearne la natura anomala e sfuggente rispetto agli ordinari criteri di classificazione dei generi riconducibili alla categoria del teatro in musica: ma non rappresenta anche questa una sfida stimolante per dei registi provvisti di fantasia e di coraggio? A ciò si aggiunga che la drammaturgia è intrigante, imperniata com’è sulla vicenda di una prostituta vissuta nell’Alessandria d’Egitto del IV-V secolo d.C. e poi redenta attraverso un’ascesi più che quarantennale nel deserto; basti pensare a ciò che fu capace di fare, sempre per i palcoscenici veneziani, Pier Luigi Pizzi mettendo in scena “Thaïs” di Massenet, storia che ha molti punti in comune con quella di Maria Egiziaca e della quale il prestigioso regista ci ha offerto un’interpretazione teatrale memorabile. Né può bastare ad indebolirne la struttura drammaturgica la sua stessa brevità, che forse ne impedisce un adeguato sviluppo, oppure il libretto arzigogolato e compiaciuto di Claudio Guastalla, messo insieme con i cascami di un dannunzianesimo riproposto a forza senza il genio del pescarese. Ma la tenace trascuratezza dei nostri teatri verso il lavoro di Ottorino Respighi meraviglia soprattutto perché si tratta di una partitura mirabile, densa di una musica raffinata e affascinante, suggestiva ed evocativa, capace di raccontare con intensità ed eloquenza lo svolgersi della vicenda adattandosi alle sue diverse situazioni. Il sofisticato eclettismo, che mette insieme, in un ammirevole equilibrio, suggerimenti della musica contemporanea al compositore con echi del recitar cantando monteverdiano e del canto gregoriano (si vedano gli splendidi interventi fuori scena del coro diretto da Alfonso Caiani), così come il magistero tecnico che le scelte di strumentazione sottendono, sono solo dei mezzi per la realizzazione di un universo sonoro tanto armonioso ed equilibrato quanto emotivamente comunicativo. Il culmine di questa affascinante narrazione sinfonica è forse raggiunto, come sottolinea il maestro Manlio Benzi, nei due interludi sinfonici, che separano, ma senza alcuna soluzione di continuità, i tre episodi in cui è suddivisa la vicenda: funzionalmente, per preparare il passaggio dall’uno all’altro, in realtà saldandoli in un’unità coerente e compatta, nonostante la diversità di situazioni, tinte ed atmosfere che li caratterizzano. E proprio a Manlio Benzi si deve una prima ragione del successo completo e convinto che ha accompagnato questa riproposta di “Maria Egiziaca” al Teatro Malibran. Il maestro, infatti, che dichiara di non aver mai diretto prima la partitura e, anzi, di averla studiata solo in vista di questa rappresentazione veneziana, dichiara di esserne rimasto “profondamente affascinato” e la definisce “estremamente succulenta” sul piano musicale. Questa empatia fra l’esecutore e le note che è chiamato a dirigere e concertare rappresenta la condizione indispensabile per la riuscita dell’interpretazione musicale, che infatti è risultata assolutamente convincente. Da sottolineare la duttilità con cui Benzi ha saputo evidenziare la bellezza e la raffinatezza delle soluzioni respighiane senza per questo sacrificare l’intensità emotiva che la musica sprigiona e che viene tradotta in sonorità spesso intense ma mai tali da coprire le voci degli ottimi interpreti. Fra questi si è distinta, per la disinvoltura dell’accattivante presenza scenica e per l’adeguatezza vocale, la protagonista Francesca Dotto. Il soprano di Treviso è una Maria assolutamente credibile per l’efficace e intensa immedesimazione nel personaggio, che propone con la stessa autorevolezza nella sfacciata sensualità della prima parte come nella crisi di pentimento della seconda e nell’ascensione mistica della terza; e insieme per la sicurezza con cui lo strumento sano, sonoro e duttile affronta una tessitura assai impegnativa per le frequenti e brusche escursioni verso l’acuto e mantiene compattezza e rotondità anche nei momenti più aspri, nei quali la tensione emotiva sale e le ondate sonore provenienti dall’orchestra si intensificano. Gli altri accompagnano e assecondano Francesca Dotto con bravura e professionalità. Simone Alberghini è adeguato come pellegrino e abate Zosimo. Il pellegrino, nel primo atto, si scandalizza di fronte alla proposta che Maria fa ai marinai di pagare la traversata fino a Gerusalemme con il proprio corpo e, nel secondo atto, la rampogna duramente per i suoi peccati. L’abate Zosimo, nel terzo atto, è protagonista del commovente e grandioso duetto finale con Maria, che, nell’abbraccio del sant’uomo, incontra finalmente la pace e la misericordia divina. In entrambi i ruoli, caratterizzati da una ieratica ma anche commossa solennità sacerdotale, Alberghini trova gli accenti e le inflessioni più adatte, confermando quella dignità artistica e quella affidabilità che gli sono riconosciute. Il tenore Vincenzo Costanzo è un marinaio dal canto corposo, esuberante e fin troppo sfogato, ostentatamente ‘macho’ si potrebbe dire. Ma è una scelta stilistica in linea con il personaggio, che si prepara ad accogliere con entusiasmo la proposta di Maria di pagarsi il viaggio ‘in natura’. Nel secondo atto, infatti, l’artista sa trovare sonorità più rattenute e tinte più sfumate per rappresentare l’atteggiamento umile e penitente del lebbroso. Ottimo l’apporto degli altri: i giovani tenori Michele Galbiati e Luigi Morassi (un compagno; un altro compagno e il povero), il soprano Ilaria Vanacore (la cieca a la voce dell’Angelo), il baritono veneziano William Corrò (una voce dal mare), di affidabilità e di rendimento sempre inappuntabili. Infine, lo spettacolo, dovuto nella sua interezza alla firma prestigiosa e ormai storica di Pier Luigi Pizzi, con la sempre apprezzabile collaborazione di Fabio Barettin per il disegno luci. Pizzi sceglie la strada di una semplicità atemporale, stilizzata ed evocativa, curando in modo particolare – strano a dirsi per un regista talvolta accusato di essere fin troppo legato ad uno stile prettamente scenografico – la recitazione dei personaggi, accuratamente delineata con riferimento particolare a quella della protagonista. L’allestimento è affidato a scene di un’essenzialità in sintonia con l’atmosfera generale della vicenda, ravvivate da proiezioni non sempre ispirate ed intonate al resto dello spettacolo. Il quale, comunque, ha il grande merito di cercare e spesso trovare una piena sintonia con la componente musicale, restituendo quel senso di armonia e di compiutezza complessive che si incontra sempre più di rado nei teatri d’opera. Pizzi, insomma, offre allo spettatore la possibilità di fare un’esperienza spirituale e culturale unitaria, nella quale le varie componenti della rappresentazione si richiamano e si sostengono le une con le altre in una proposta dalla chiara e precisa cifra intellettuale, oltre che rispettosa del compositore e degli spettatori. Nella concezione di questa “Maria Egiziaca” svolge un ruolo importante, non solo dal punto di vista spettacolare ma anche da quello concettuale, la bravissima danzatrice Maria Novella Della Martira, che interpreta la protagonista durante gli interludi orchestrali, completando, con l’eloquente linguaggio del corpo, ciò che il canto ha già detto, in una riuscita sinergia tra arti e mezzi espressivi diversi. Sul piano concettuale, cui si accennava, riveste un significato particolare il momento in cui la danzatrice, al termine del secondo atto e quindi del percorso penitenziale che lo contraddistingue, si denuda completamente. Un gesto che ne richiama analoghi già visti nell’indimenticabile “Thaïs” di Massenet con regista Pizzi, e che, nel nuovo contesto, può essere letto come il segno di una sensualità radicata così profondamente nella personalità di Maria da non poter essere rimossa neppure nel momento del pentimento ma, piuttosto, purificata e ricondotta alla sua vera origine; come se la protagonista ci dicesse: tutto è buono in quanto viene da Dio, anche il corpo e la sessualità, purché siano riportati alla logica per la quale entrambi sono stati voluti. Ma, assecondando questa impostazione fino alle ultime conseguenze, alla nudità di Maria si può attribuire anche un significato ulteriore, complementare al precedente: il momento del pentimento, quando si riconoscono i limiti e la povertà della nostra umanità greve e bisognosa di redenzione, è forse l’unico in cui si è veramente nudi, cioè privi di difese inutili ed artificiali, e quindi sinceri davanti alla nostra coscienza e al Mistero della vita. Infatti Maria canta nel terzo atto: “Come trema la nuda anima mia”: una nudità e quindi un’essenzialità spirituali che possono trovare una rappresentazione adeguata nella nudità del corpo. Adolfo Andrighetti
Idrobase Group, leader del “made in Italy” nella produzione di tecnologie per l’acqua in pressione e per respirare aria pulita, rivoluziona “l’ultimo miglio” della propria filiera produttiva ed elimina la plastica dal “packaging”, anticipando la nuova normativa sugli imballaggi, che sarà approvata dall’Unione Europea nell’ambito dei provvedimenti per il “green deal”: ad annunciarlo è Bruno Ferrarese, Contitolare dell’azienda con sede in provincia di Padova. Ad oggi, ma il dato è in crescita, ogni cittadino comunitario smaltisce annualmente circa 36 chilogrammi di imballi in plastica, di cui solo il 40% viene riciclato; tale processo, infatti, presenta non poche criticità, perché la plastica riciclata non torna materia prima, ma per essere utilizzabile deve essere miscelata con una significativa percentuale di plastica nuova, prodotta da idrocarburi. La nuova normativa europea, in fase di approvazione, dovrebbe prevedere l’obbligo a vendere parte dei prodotti in confezioni ricaricabili o riutilizzabili, nonché il divieto di utilizzare imballaggi “chiaramente inutili”. Nell’ “head quarter” dell’impresa a Borgoricco, la più recente novità si chiama “dBase” ed è un innovativo tubo in cartone a lunghezza variabile, chiuso da un nastrino in carta riciclabile così come l’etichetta; l’idea è frutto dell’esperienza del team di Idrobase, un’industria dove la transizione ecologica è vissuta con coerenti scelte produttive. Così, perseguendo una visione olistica dell’azienda, dopo quello per i dipendenti con la creazione di innovativi spazi di lavoro privi di inquinanti, è ora il momento di accelerare per il benessere del Pianeta, riducendo il numero degli imballaggi destinati ad accogliere pezzi e minuterie di ricambio: fatti in cartone riciclabile, sono prodotti “a chilometri zero”, valorizzando il tessuto produttivo locale. “Nei prossimi 3 anni – indica Bruno Gazzignato, Contitolare di Idrobase Group - è previsto che, per la sola divisione Dolly Spare Parts, cioè i ricambi per le pompe, quasi un milione di blisters in plastica saranno sostituiti con i tubi in cartone; la loro lunghezza variabile permetterà di ridurre del 35%, il numero delle tipologie di scatole.” Non solo: come annunciato per contrastare i furti di identità aziendale, ora ogni singolo pezzo viene marchiato a laser, riproducendo i loghi Idrobase e Made in Italy. “Stiamo costruendo l’azienda del futuro, dove sostenibilità ambientale, economica e sociale devono coesistere – conclude Bruno Ferrarese - Non solo: stiamo innovando per rendere difficile il lavoro dei copiatori seriali perchè, anche in questo, prevenire è meglio che curare.”
Novità in casa Musikrooms nell’attesa di completare il cartellone del prossimo Festival Chitarristico Internazionale delle Due Città Treviso-Venezia: "Svadhisthana", il nuovo singolo del compositore e chitarrista trevigiano, Andrea Vettoretti, è appena uscito su tutte le piattaforme digitali, pubblicato da Compagnia Nuove Indye, con cui l’artista lavora in esclusiva. "Svadhisthana – precisa il Direttore Artistico del Festival delle Due Città - vuole essere un'ode musicale alla creatività ed alla passione, un viaggio sonoro attraverso il secondo chakra dell'essere umano, secondo la tradizione induista.” Il brano si apre con suoni evocativi della foresta pluviale, dove la pioggia ed altri echi misteriosi creano un fluire continuo di emozioni, immergendo l'ascoltatore in un luogo sospeso tra realtà e sogno. La melodia, intrisa di malinconia e mistero, evoca immagini di paesaggi interiori, ricchi di colori e sfumature; Vettoretti dipinge con le note, creando quadri sonori, che si trasformano attraverso variazioni ritmiche e dinamiche. "Svadhisthana" è una poesia senza parole ed invita l'ascoltatore ad esplorare la propria sfera emotiva più profonda: è come se il brano aprisse le porte di un tempio segreto, invitando ad esplorare il vasto paesaggio dell'anima attraverso le sue armonie incantate.
“Il furto d’identità aziendale colpisce un crescente numero di imprese italiane, che non lo segnalano, perché rassegnate all’impossibilità di essere tutelate sui mercati della globalizzazione. E’ ormai un vero e proprio attacco del malaffare internazionale al made in Italy delle piccole e medie aziende, che garantiscono riconosciuta qualità, ma hanno difficoltà a fare sistema”: a denunciarlo è Bruno Ferrarese, contitolare della veneta Idrobase Group e che, nel passaggio d’anno, ha reso nota la strategia aziendale per contrastare il fenomeno criminoso che, unitamente alla difficile congiuntura internazionale, ha causato una contrazione di fatturato (10%), cui si risponde con l’obbiettivo 2024 di un +20% su un bilancio, che si attesta a circa 12 milioni di euro. Presente in 92 Paesi, Idrobase Group è leader nell’utilizzo delle tecnologie del “respirare sano” (apparecchi anti virus, nebulizzazione idrica, idropulitrici…) e promotrice di reti d’impresa nei settori del “car washing” e dell’abbattimento delle polveri (PM 2.5 e PM 10) in ambienti industriali. “Per sconfiggere l’industria dei copiatori, particolarmente diffusa sui mercati emergenti, abbiamo deciso di aggredire il loro core business, abbassando i prezzi, ma continuando a garantire la qualità del made in Italy – aggiunge l’altro contitolare, Bruno Gazzignato - Per riuscirci, mantenendo occupazione e redditività aziendale nella speranza di incisivi provvedimenti delle autorità competenti ad ogni livello per il contrasto al malaffare, stiamo ottimizzando la filiera produttiva, affiancando l’efficienza della metodologia Lean-Toyota alla rivoluzione logistica degli spazi lavorativi che, ponendo l’individuo al centro, massimizzano le potenzialità del team, indispensabile alla crescita aziendale. Dopo le tante energie economiche e creative, spese nella ricostruzione dell’ head quarter padovano a Borgoricco dopo l’incendio del 2022, stiamo passando da un’organizzazione aziendale verticale ad una orizzontale, accorciando le procedure decisionali; tutto ciò permette anche di liberare risorse umane, consentendoci di sviluppare internamente segmenti del ciclo produttivo. Non avere paura di sbagliare è il claim, che vogliamo ci accompagni nell’anno appena iniziato.” “L’obbiettivo – precisa Ferrarese - è di ridurre i costi, continuando a garantire la qualità del made in Italy per tutelare il valore del nostro brand e battere, sul piano dei prezzi, la concorrenza sleale. Questo è il nostro impegno aziendale, che deve però essere affiancato da una risposta di sistema, guidata dalle autorità politiche competenti e che coinvolga tutti gli attori: associazioni imprenditoriali, sindacati, organizzazioni di mercato. A loro ci appelliamo per bloccare i furti d’identità aziendali, perché solo insieme possiamo tutelare il made in Italy, garantendo futuro anche internazionale all’imprenditoria medio-piccola, asse portante del nostro modello economico.”

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E’ iniziata col botto la partecipazione della rappresentativa del C.U.S. Venezia ai Campionati Nazionali Universitari in corso di svolgimento in Molise e cui partecipano circa 2000 studenti: Nicolae Bologa (tesserato per il Dojo Sacile) ha vinto il titolo nel judo (categoria fino a kg. 90), sconfiggendo in finale Tommaso Fava del C.U.S. Camerino; il neo tricolore aveva in precedenza superato judoka universitari di Pisa e Napoli. Dal judo è arrivata anche la medaglia di bronzo di Mattia Tomaselli (Judo Tamai) nella categoria fino a kg.73; in semifinale si è dovuto arrendere a Vincenzo Petruccione Junior del C.U.S. Napoli, poi medaglia d’argento. Un secondo posto è invece arrivato dall’atletica leggera, dove Tommaso Forner (Assindustria Sport Padova) ha conquistato la medaglia d’argento sui 3000 siepi, dietro a Roberto Boni del C.U.S. Modena - Reggio Emilia; terzo è arrivato Davide Rapallo del C.U.S. Torino. Ora (lunedi) inizia l’avventura del C.U.S. Venezia nel torneo finale di pallavolo femminile, mentre mercoledì sarà la volta della scherma.

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