SIMON BOCCANEGRA ALLA FENICE: SOGNO O SON DESTO?
Renato Palumbo, quindi, si impone come il vero protagonista della rappresentazione, in grado di sottolineare con un’eloquenza ed un’evidenza uniche, oltre che con un incisivo e commovente senso del dramma, ogni momento della partitura. Sul mio taccuino ho cominciato a segnare i suggestivi accompagnamenti del Prologo e poi i terrificanti accordi preparatori dell’aria di Fiesco “A te l’estremo addio”, ma poi ho rinunciato, perché avrei dovuto annotare ogni passaggio di questa superba interpretazione.
Di alto livello, come già si accennava, il cast, a cominciare dal protagonista Luca Salsi, che, data per scontata la consueta sicurezza e saldezza vocale, sembra concedere solo un ottimo livello professionale alla prima parte dell’opera, ove risulta meno scavato e coinvolto di altre volte; ma poi regala, ovviamente grazie anche alla emozionante lettura di Palumbo, una scena del Consiglio indimenticabile per intensità e partecipazione, con la frase celebre “E vo gridando pace, e vo gridando amor” resa alternando con grande efficacia il forte al piano, per poi concludere con un “E tu ripeti il giuro” sussurrato minacciosamente agli orecchi di Paolo anziché scandito a piena voce come si usa abitualmente. Dal Terzo Atto, poi, Salsi si cala del tutto nel personaggio e nel dramma, con un’invocazione del mare da brividi e, in generale, con una partecipazione emotiva commovente sorretta da una resa vocale sempre all’altezza, nel fraseggio ricco di colori e di intenzioni, nel continuo variare delle dinamiche a fini espressivi, nella pienezza dell’acuto risonante, nella solidità di uno strumento privo di cedimenti.
Per restare nell’ambito delle voci gravi, Alex Esposito, al debutto nel ruolo di Fiesco, non convince nella celebre aria di sortita “A te l’estremo addio”, ove si avverte la mancanza della risonanza, dell’ampiezza e della profondità di un’autentica voce di basso. Ma va riconosciuto che, nel prosieguo dell’opera ed in particolare nella sublime scena con il Doge nel Terzo Atto, l’artista sfoggia, oltre al consueto fraseggio sempre sensibile e vario, un bel timbro brunito e compatto e un volume vocale comunque sufficiente a riempire la sala della Fenice. Ne esce un Fiesco autorevole e convincente, meno ieratico di altri ma più umano, più sofferto, in cui pesa l’orgoglio personale più che quello di casta; un Fiesco ben cantato, dalla linea corretta e ben impostata, a cui giova probabilmente anche l’interpretazione registica, che chiede all’artista, le cui doti istrioniche sono ben note e sulle quali in altre circostanze si è fatto conto forse fino ad abusarne, un atteggiamento in scena più composto del solito e quindi più adatto alla corretta espressione del canto.
In un ruolo che gli è particolarmente congeniale come quello di Gabriele Adorno Francesco Meli si conferma il prezioso artista di sempre, perfetto eroe romantico nell’abbandono amoroso, in cui l’artista fa valere un gioco dinamico e quindi una capacità di sfumare padroneggiati alla grande, ma anche nello slancio combattivo, ove gli acuti suonano pieni e luminosi. L’involo tenorile, poi, affascina, con la dizione impeccabile, quel modo di porgere elegante e vibrante insieme, e il tesoro di un timbro dorato di rara bellezza.
La parte maschile del cast, predominante in un’opera cupamente politica come “Simon Boccanegra”, si completa con il Paolo Albiani di Simone Alberghini, sempre all’altezza ma che si vorrebbe in alcuni momenti più sottilmente malefico, con il Pietro coretto e puntuale di Alberto Comes e l’appropriato Capitano dei balestrieri di Safa Korkmaz.
L’unica donna, a parte l’ancella di prammatica interpretata adeguatamente da Yeoreum Han, è Francesca Dotto, al debutto nel ruolo: una Maria aggraziata per la resa vocale e per il portamento in scena, delicata, gentile, alla quale si vorrebbe insufflare un po’ più di corpo e di sangue, un surplus di carattere e di assertività. La vocalità, infatti, per quanto corretta e gradevole, richiederebbe più polpa, più spessore, più volume, quindi una consistenza da soprano lirico schietto, in grado, quando la situazione lo richiede, di accendersi con veemenza e di liberare il personaggio dal cliché di una femminilità ripiegata e un po’ rinunciataria nella quale sembra costretto.
Il Coro del Teatro, istruito dal maestro Alfonso Caiani, si disimpegna assai ben tanto sul piano vocale quanto su quello della recitazione.
Questo rigoglio di musica bella e ben eseguita si inserisce all’interno di una messinscena ambiziosa ed originale. Il regista, infatti, noto anche come attore di prosa ed apprezzato baritono, in collaborazione con il dramaturg legge l’intricata vicenda in chiave psicoanalitica, facendo di Simone un disturbato mentale che non è mai riuscito ad elaborare il trauma della morte dell’amatissima Maria. L’elezione a Doge, poi, segue immediatamente la scoperta del cadavere della donna amata, per cui il dramma personale si proietta anche sul destino politico del personaggio; una luce sinistra viene quindi gettata su tutto il futuro di Simone, quello pubblico come quello privato.
Questa concezione accantona per forza di cose il realismo e immerge la vicenda in un’atmosfera onirica, nella quale il Prologo è vissuto come un sogno e le vicende successive all’avvelenamento di Simone sono il frutto di un delirio allucinatorio. Di qui anche la scelta di far aggirare per il palcoscenico una bimba di pochi anni ad impersonare la piccola Maria, alla quale Simone si consegna al momento della morte ignorando la figlia adulta che pure lo invoca affranta insieme allo sposo. Nello stesso momento la grande prua di una nave avanza lentamente sul fondo del palcoscenico: con la morte Simone può finalmente salpare verso quella libertà che gli è stata sempre negata in vita.
Il tutto trova una collocazione adeguata all’astrattezza della concezione registica all’interno di un contenitore scenico freddo e lineare, consistente in tre pareti nude di cemento che chiudono lo spazio in maniera soffocante, a rappresentare il tunnel psicologico in cui si è infilato Simone privato dell’amore e costretto ad un ruolo politico che ha accettato solo per essere all’altezza del matrimonio con una Fieschi. Sulle pareti sono rappresentate le onde del mare: il destino libero e puro al quale Simone desiderava votarsi ma che gli è stato sottratto dalle circostanze. Unico arredo di scena, come si usava dire una volta, è una lugubre “cappella gotica (forse portale spazio-temporale) ora tomba e ora letto per il doge dormiente”, come spiega il regista.
In conclusione, lo spettacolo regge sul piano teatrale ed è ciò che conta, al di là di un’impostazione concettuale che sembra peccare di un eccessivo intellettualismo: il palcoscenico è ben organizzato così come i movimenti dei vari personaggi, caratterizzati con cura nei loro diversi atteggiamenti. I costumi, che variano dalle fogge medievaleggianti a quelle ottocentesche, sono belli e assecondano, così come le luci, una lettura della vicenda tutta interiore e quindi priva di riferimenti temporali precisi. E poi, dopo il Rigoletto reso demente dal senso di colpa e ricoverato in una casa di cura voluto da Damiano Michieletto, ci può stare anche il Simone psicanalizzato visto qui alla Fenice.
Solo un appunto, ma non marginale. Questa lettura così disincarnata, affidata non alla realtà ma alle visioni e ai deliri di Simone, sacrifica il lato umano del personaggio, il suo palpitare per la figlia, il suo soffrire per la pace, il suo anelito di riconciliazione e di perdono. Che cosa resta di questi sentimenti se non sono realmente vissuti ma vengono collocati in una dimensione puramente mentale, fra sogno, immaginazione e delirio? Preferisco un Simone che ama veramente ad un Simone che si vede o si immagina amare.
Alla fine, però, splendida serata di teatro e di musica quella di martedì 27 gennaio, con il pubblico spinto all’entusiasmo per tutti gli interpreti vocali e per il maestro Palumbo, mentre dall’alto scende una pioggia di volantini a ricordare che sulla Fenice grava un destino oscuro, avviato con l’improvvida nomina di un direttore musicale imposto all’orchestra e aggravato dal progressivo irrigidimento delle parti in causa.
Adolfo Andrighetti
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